Gela ignora la sua ricchezza naturale

Gela ignora la sua ricchezza naturale

La notizia è arrivata qualche giorno fa, in un martedì di fine novembre, quando a Palermo è stato firmato un accordo che riguarda direttamente la Piana di Gela, uno degli ecosistemi più preziosi e fragili della Sicilia.

È stato siglato dall’assessorato regionale al Territorio e Ambiente, dal gruppo Enel – attraverso E-Distribuzione – e dalla Lega Italiana Protezione Uccelli (LIPU), ente gestore della Riserva Naturale Orientata (RNO) Biviere di Gela. Un protocollo che definisce chi fa cosa e in che modo verrà ridotto l’impatto delle linee elettriche sull’avifauna, introducendo un modello di cooperazione pubblico-privato raro nel Sud Italia.

Eppure, a Gela, dove questo annuncio avrebbe dovuto suscitare una riflessione, è passato nel silenzio generale, come se riguardasse solo le cicogne bianche o quattro ambientalisti isolati. La verità è che la politica locale non ha capito – o non vuole capire – che qui si parla del futuro della città, della sua identità e perfino delle possibilità di sviluppo economico di un territorio che da trent’anni attende un serio risanamento ambientale dopo i disastri industriali degli anni precedenti.

Il paradosso è evidente: un colosso energetico come Enel riconosce ufficialmente l’importanza naturalistica della Piana di Gela, ne valorizza il piano di gestione di Rete Natura 2000, ammette errori e si impegna a ridurre gli impatti delle proprie infrastrutture. Una presa di posizione netta, perfino coraggiosa, perché arriva da un soggetto che con le linee elettriche vive e produce profitto.

Se un gigante nazionale decide di voltare pagina, perché non dovrebbero farlo Snam o Eni, protagonista della devastazione ambientale che ha segnato la storia industriale della città? Se Enel riconosce il valore della biodiversità gelese, perché altri attori industriali continuano a far finta che contaminazione del suolo, del sottosuolo e delle falde acquifere non siano un tema urgente? È come se l’ennesimo campanello d’allarme, questa volta suonato da un’azienda privata, si perdesse nel vuoto di una classe dirigente distratta, incapace di cogliere un’opportunità che va oltre la tutela dell’avifauna: riguarda la credibilità di un territorio che continua a definirsi vittima di scelte dall’alto senza però chiedersi cosa fare per ripartire.

Lo ha spiegato con estrema chiarezza l’assessore regionale Giusi Savarino, che rivendica la portata politica dell’accordo: «Con questi progetti dimostriamo che la Sicilia sa essere laboratorio di buone pratiche, dove la tutela dell’ambiente e lo sviluppo possono procedere insieme. La collaborazione con Enel e Lipu è un segnale forte di come pubblico e privato possano condividere responsabilità e visione». Una dichiarazione che dovrebbe fare riflettere soprattutto chi, a livello locale, continua a inseguire la chimera del rilancio industriale pur non avendo più né basi né numeri reali a sostenerla.

Nelle parole di Emilio Giudice, direttore della RNO Biviere di Gela per la LIPU, emergono gli aspetti tecnici di un percorso che non nasce oggi, ma dopo quasi dieci anni di confronto, analisi e studio del territorio. «E-Distribuzione compie un passo che nessuna azienda aveva mai fatto prima: riconosce ufficialmente il piano di gestione di Rete Natura 2000 e valuta come strategiche quelle aree della Piana che per decenni sono state considerate soltanto ostacoli allo sviluppo industriale.

Individua le zone più sensibili dal punto di vista ecologico – dalle colline di Monte Desusino ai territori di Butera, Niscemi, Mazzarino e Caltagirone – e non si limita a prendere atto della loro esistenza: pianifica interventi per ridurre l’impatto delle linee elettriche esistenti e non solo di quelle future, introducendo sistemi per evitare l’elettrocuzione di cicogne, rapaci e altre specie».

La parte più innovativa riguarda gli strumenti scientifici messi a disposizione. I tecnici di E-Distribuzione forniranno dispositivi GPS da applicare alle cicogne bianche della colonia gelese, la più grande d’Italia, permettendo di tracciare gli spostamenti, mappare le rotte migratorie, conoscere i periodi più a rischio, capire come l’avifauna interagisce con il territorio e con le infrastrutture. Informazioni preziose per la ricerca internazionale, per i progetti europei ed extraeuropei, per la conoscenza stessa della biodiversità mediterranea.

Giudice ricorda anche lo studio condotto dall’Università di Catania sull’elettrocuzione degli uccelli, una ricerca che dimostra come la Piana di Gela sia uno dei punti più critici del Mezzogiorno per la mortalità dell’avifauna a causa delle linee elettriche. Il protocollo nasce anche da lì, da un’evidenza scientifica che la politica locale ha ignorato per anni, mentre migliaia di cittadini continuavano a convivere con un territorio avvelenato, privo di bonifiche e senza alcuna strategia di valorizzazione.

Il punto, sottolinea Giudice, è che questo accordo può diventare un precedente: «Se l’ha fatto Enel, perché non dovrebbe farlo Eni? Perché non dovrebbe farlo Snam?». La domanda pesa come un atto d’accusa. Eni, a Gela, continua a parlare di rilancio industriale, ma la città non ha visto né lavoro né risanamento ambientale. Snam discute tavoli tecnici, ma non ha mai assunto impegni strutturali paragonabili a quelli contenuti nel protocollo con Enel.

È questo l’aspetto politico che la città non sta cogliendo: un’azienda nazionale ha deciso di cambiare approccio, di investire sulla tutela della biodiversità e di farlo non con interventi spot, ma con un progetto a lungo termine. Se questa apertura non viene colta dagli amministratori locali, il rischio è che Gela rimanga ferma, immobile, incapace di convertirsi a un nuovo modello di sviluppo.

Perché il turismo naturalistico, nella Piana, esiste già. Manuel Zafarana, delegato Lipu di Niscemi e presidente del Centro di Educazione Ambientale, racconta una realtà che la politica continua a ignorare: visitatori, fotografi, birdwatcher, studiosi provenienti da tutta Europa arrivano attratti da un ecosistema che non ha eguali nel Mediterraneo.

E c’è un asse naturale che potrebbe diventare la spina dorsale di un vero sviluppo sostenibile: il percorso della Via Francigena di Sicilia, quello che — «un po’ come la Magna Via Francigena di Palermo — collega Agrigento, passa da Licata, Gela, Niscemi, sale fino a Randazzo, per oltre 300 chilometri», ricorda Zafarana. Un itinerario già oggi percorso da pellegrini, ma che potrebbe trasformarsi in una greenway capace di richiamare ciclisti, camminatori, appassionati di natura. Lungo quel tracciato si concentra un patrimonio faunistico straordinario: «ci sono 28 nidi, tutti in serie, sui tralicci di media tensione, più altri nidi artificiali installati dalla fondazione», spiega. Tuttavia, aggiunge Zafarana, l’esperienza dei visitatori è costellata di difficoltà:

«non ci sono segnaletiche, non ci sono punti d’appoggio, arrivi a Gela e nessuno ti accoglie, arrivi a Niscemi e ci sono poche eccezioni». Una colonia unica, un esempio europeo di convivenza tra infrastrutture e biodiversità, che altrove verrebbe valorizzato come un tesoro. A Gela, invece, la politica continua a guardare altrove, incapace di riconoscere l’eccellenza scientifica e ambientale che la Piana rappresenta e perfino di vedere ciò che accade sotto i suoi occhi.

Il problema non è solo economico, è culturale. Per decenni il territorio è stato raccontato come un’appendice dell’area industriale, un luogo da sfruttare e poi abbandonare. Oggi, mentre migliaia di giovani lasciano la città perché non vedono futuro, proprio la natura potrebbe diventare la leva che permette di invertire la rotta. Lo suggerisce lo stesso Giudice quando afferma che un territorio può creare lavoro solo se costruisce know-how, valorizza le proprie eccellenze, investe in ciò che lo rende unico. La biodiversità della Piana di Gela è un unicum europeo, non un dettaglio marginale.

La firma dell’accordo tra Regione, Enel e Lipu non è una notizia “per ambientalisti”: è la dimostrazione che un altro modello è possibile. È un’opportunità mancata dalla classe politica locale, che avrebbe dovuto rivendicarne la portata, discuterne, inserirla in una visione di lungo termine. Invece nulla. Nessuna dichiarazione, nessuna presa di posizione, nessun dibattito. Solo silenzio. Come se la tutela dell’ambiente fosse ancora un tema secondario, come se la Piana di Gela non rappresentasse un patrimonio in grado di cambiare l’immagine della città dopo settant’anni di devastazione industriale.

Questo protocollo non è un punto di arrivo, ma di partenza. Enel lo porterà ai tavoli nazionali e internazionali come esempio di buona pratica. La Lipu lo utilizzerà per mostrare che la Sicilia può essere un laboratorio di conservazione. La Regione lo racconta come un modello replicabile. Ma senza una classe politica capace di comprenderlo, sostenerlo e farlo diventare strategia territoriale, resterà un’occasione che altri sapranno valorizzare più di Gela.

E allora la domanda finale è inevitabile: quanto dovremo ancora aspettare prima che la città decida di guardare al proprio futuro senza nostalgia industriale e senza illusioni? Perché mentre la politica discute di progetti che non creano lavoro stabile da quarant’anni, la natura, silenziosa e resiliente, continua a offrire la possibilità di rinascere. Basta avere il coraggio di vederla.