Perchè no alla riforma costituzionale di Renzi

Alle critiche che, da più parti, vengono rivolte alla vergognosa “riforma costituzionale” approvata dal governo Renzi e dal Pd, la ministra Boschi risponde di solito con grande tranquillità: «Sì, ci sarebbe qualcosa da migliorare, ma per ora la riforma è questa e quindi portiamola avanti». Piuttosto che rimanere fermi, quindi, approviamo questa brutta riforma, poi si vedrà.

E’ come dire: piuttosto che rimanere zitella (o “zitello”, per par condicio), prendo il primo o la prima che passa, poi vedremo come andrà a finire.

Tralascerò le numerose motivazioni, avanzate da fior di costituzionalisti, a favore delle ragioni del NO alla riforma: sulle ragioni del NO (come su quelle del SI) il dibattito prenderà corpo e si infiammerà non appena verrà stabilita la data del referendum, e i “pappagalletti” renziani non potranno più limitarsi ai soliti slogan vaghi e impalpabili (risparmieremo 500 milioni, saranno soldi dati ai poveri, la macchina burocratica sarà più semplice e veloce, ed altre sciocchezze del genere, segno che ci considerano ancora degli emeriti imbecilli pronti a credere ai pinocchietti di turno).

La riforma della Costituzione è legata alla riforma della legge elettorale, e qui sono veramente preoccupato per il futuro della democrazia nel nostro Paese. Prevedere che un partito solo, con il quaranta per cento dei voti, possa avere la maggioranza assoluta in Parlamento, è il chiaro tentativo di giungere ad una dittatura “morbida” ma effettiva.

 

Peccato che Renzi e i suoi siano un po’ debolucci in Storia, che come si sa è maestra di vita. Se invece di fare proclami mediatici da mattina a sera studiassero il passato, potrebbero scoprire che nel lontano 1953 il governo De Gasperi tentò una riforma elettorale (passata alla storia come “legge truffa”) approvandola mediante il voto fi fiducia (come è avvenuto oggi per l’Italicum). Le sinistre (comunisti e socialisti) si rivoltarono, in Parlamento e nelle piazze, contro la norma, che prevedeva un premio di maggioranza fino al 65% per la coalizione che avesse raggiunto il 50% più uno dei voti. Ma tutto fu inutile. La risposta la diedero gli elettori: la Dc perse l’otto per cento, la coalizione non raggiunse il 50 per cento dei voti e l’anno dopo la “legge truffa” fu cancellata.

 

A distanza di oltre sessant’anni il Pd, erede politico di chi combattè la “legge truffa”, propone una legge ancora peggiore, che regala il premio di maggioranza non già alla coalizione che raggiunge la maggioranza assoluta, ma ad un solo partito che recuperi il quaranta per cento dei voti. E chi critica la nuova legge viene tacciato di essere conservatore! Siamo alle comiche, e ci sarebbe da ridere se in ballo non ci fosse il futuro del sistema democratico.

Ma rimango, nonostante tutto, ottimista. Il pinocchietto Renzi e i suoi pappagalletti dovranno vedersela con gli elettori, che non sono poi così imbecilli come credono. Anche stavolta la risposta verrà dalle urne, come nel 1953, con la perdita di voti e consensi del Pd. Non so se sarà un bene o un male, ma so che è giusto che sia così.


Aggiungi commento