Dario Fo, un Nobel dalla parte degli ultimi

L’ultimo scherzo irridente Dario Fo sembra averlo voluto fare proprio il giorno estremo dell’addio dove sul sagrato del Duomo di Milano si sono svolti i funerali laici.

Quindi, davanti la chiesa... ma non dentro la chiesa, coerentemente con quel suo convinto e conclamato ateismo, contraddetto però dalla sua profonda ammirazione per Gesù Cristo, da lui ritenuto il più grande rivoluzionario della storia, o per la viscerale vicinanza a san Francesco d’ Assisi, al quale aveva dedicato ben 4 dei suoi componenti teatrali fra i quali Francesco Lu Santo Jullare, od ancora per la sua dichiarata ammirazione per Giovanni Paolo II e papa Francesco. Di Fo appena pochi mesi fa avevo letto e recensito “Razza di zingaro”, il suo ultimo romanzo tratto dalla vera storia del pugile “sinti” Johann Trollmann, che nel ’43 venne assassinato dai nazisti in un campo di concentramento, perché colpevole di essere uno zingaro capace di picchiare sul ring i grandi campioni della razza ariana. Una storia terribile quella di Trollmann, raccontata dall’autore con il suo solito stile scorrevole, a tratti divertente, mai accademico. Già, perché se oggi volessimo sintetizzare la grandezza di Dario Fo, essa andrebbe individuata non solo nella sua poliedricità di artista completo, ma anche per essere stato un “missionario” della cultura, che ha saputo portare in teatro, in televisione, nelle scuole, nelle fabbriche, in ogni spazio dove potesse esibirsi, importanti messaggi sociali e politici, non tutti condivisibili, ma sempre con grande, sconcertante semplicità. 

 

Con Fo la “grande cultura” diventa popolare, a portata di tutti, anche quando le sue esibizioni sono espresse in milanese o in quella straordinaria lingua “mista” che egli ha saputo inventare con “Mistero buffo” e in altre importanti commedie del suo repertorio. Repertorio, per molti anni censurato in Italia, ma tanto rappresentato in tutta Europa, da fare conoscere il drammaturgo-attore-regista in ogni angolo del vecchio continente, e farlo approdare nel ’97 a Stoccolma dove riceve il Nobel per la Letteratura. Un traguardo che nessuno avrebbe immaginato soltanto pochi anni prima, visto che per lungo tempo Fo venne visto sì come un talentuoso artista, come una nuova maschera della Commedia dell’Arte, maestro dello sghignazzo e dello sberleffo, ma nulla di più. Censurato e cacciato via da Canzonissima nel ’62, insieme alla sua bellissima moglie e musa Franca Rame, i due dovettero attendere tre lustri per essere “riabilitati” e tornare alla Tv di Stato.

 

Intanto però c’era stato il ’68 e tutte gli stravolgimenti sociali, politici ed economici che hanno interessato l’Italia di quel periodo, e di cui Fo, nel bene e nel male, fu protagonista, sempre in coppia con Franca Rame interprete di sue molte commedie, ma anch’ella impegnatissima in politica tanto da essere stata senatrice della Repubblica dal 2006 al 2008. Morta l’adorata consorte nel 2013, che nel ’73 era stata anche rapita e violentata dai neo-fascisti come ritorsione all’impegno politico di sinistra del marito, gli ultimi anni del grande e geniale giullare meneghino sono stati comunque sempre vissuti da protagonista. 

 

Aveva compiuto 90 anni da poco, ma ancora dipingeva tele, scriveva commedie, aveva progetti. Ma la censura lo ha accompagnato sino alla fine. L’ultimo a mettere all’indice le sue opere è stato il presidente turco Erdogan. E certo un altro torto “storico” gli è venuto proprio dalla sua città. Infatti, appena morto, la camera ardente di Dario Fo è stata composta nel foyer del Piccolo Teatro Strehler, ma lui, Dario, un teatro tutto suo non lo ha mai avuto. Questa l’accusa mossa da Moni Ovidia, che è stato uno degli amici più vicini all’autore di “Mistero buffo”, ma anche dal figlio Jacopo, forse il più duro sul sagrato del Duomo nell'enumerare tutti i torti subiti dal padre durante la sua lunga esistenza.

 

Il nipote Alessandro Fo invece, poeta e latinista, nell’apprendere della morte dello zio, aveva subito detto che egli aveva cercato Dio nell’impegno sociale, mettendo sempre al primo posto l’ideale di una giustizia autentica che sapesse, attraverso un risveglio delle coscienze, liberare l’uomo dai mali, dai soprusi, dalle violenze che da sempre lo mortificano. Neppure lui naturalmente, come tante altre figure illuminate, ha raggiunto l’obiettivo di liberare l’umanità dal giogo dei potenti, ma nella sua lunga vita il "gran giullare" ha saputo cavalcare splendidamente questa utopia, divertendosi e facendo divertire la gente.

 

Suggestiva la coincidenza che egli sia morto lo stesso giorno in cui a Stoccolma veniva dato l’annuncio che il Nobel per la Letteratura era stato assegnato a Bob Dylan. Un ideale passaggio di testimone da “poeta” a “poeta”. E adesso che Fo non c’è più, ci piace immaginarlo vicino a Franca Rame, che lui diceva vedere e sentire ogni notte (altra contraddizione del suo “ateismo”) ed insieme ad altri grandi artisti milanesi come Giorgio Gaber, Enzo Jannacci o lo stesso Giorgio Strehler, con i quali ha dato vita ad un’epoca luminosa ed irripetibile.