Libri/Storia, società e la rima

Quello che a partire dagli anni del boom è successo con i beni materiali, s’è immancabilmente verificato anche per la critica letteraria,

e cioè una sovrapproduzione di teorie e di metodi; conseguentemente, pure le dinamiche del loro spaccio ha imitato quelle consumistiche, fornendoci uno stock di materiali che ormai ha superato il livello di sopportazione. In mezzo a tanto rumore, Pasolini e Fortini (nella foto) hanno partecipato al dibattito attorno alla poesia con una voce un po’ più sicura, provando perfino a combinare la critica – sostanzialmente di matrice marxista – con la pratica della poesia.

 

Se, però, la loro scelta ideologica coincise con la parte più cospicua del loro pubblico, alquanto sorprendente risultò quella stilistica, che si pose in aperta contraddizione con le avanguardie e tentò, invece, un ricupero della tradizione. Un esempio brillante di quest’operazione è certamente rappresentato nella Ricotta dove Pasolini fa dire a Orson Wells: «Io sono una forza del Passato. | Solo nella tradizione è il mio amore». 

 

 

Anche Fortini rivolse la propria attenzione verso alcuni degli autori più rappresentativi del nostro canone, e di ciò ne sono un esempio i saggi su Dante, Tasso (che per Fortini rappresenta un interlocutore privilegiato), Leopardi, Manzoni e Pascoli accolti in Le rose dell’abisso. Dialoghi sui classici italiani (Bollati Boringhieri, 2000). Ora Luca Lenzini, che è il più noto esperto di cose fortiniane, ripropone in un agile libriccino alcune considerazioni sul fare poesia: I confini della poesia.

 

Si tratta della conferenza, eponima del volume, tenuta nel 1978 all’università del Sussex; e di un’altra intitolata Metrica e biografia, letta a Ginevra nel 1980. Il primo testo riflette soprattutto sul rapporto tra poesia e il proprio contesto storico, un vincolo che per Fortini implica sempre una dialettica conflittuale nei confronti di quelle correnti che hanno avvantaggiato delle letture unidimensionali, com’è stata, per esempio, quella di tipo strutturalista.  

 

 

Fortini, al contrario, insiste sull’importanza che va data alla comprensione del tempo e, in modo particolare, delle sue trasformazioni sociali e culturali che inevitabilmente condizionano sia l’esegesi sia la volgarizzazione della lirica. In questo senso, allora, si capisce bene come il termine prescelto, «confine», faccia riferimento anche al luogo eccentrico in cui la poesia viene a trovarsi nella società capitalistica, e dunque classista. Perciò non credo che sia casuale che una terminologia e dei discorsi simili si possano riscontrare anche nei saggi di Questioni di frontiera.

 

Scritti di politica e di letteratura 1965-1977 (Einaudi, 1977). Tornando al libro che qui m’interessa, è bene far notare che, sebbene per i ragionamenti qui svolti il riferimento più prossimo è György Lukács, l’autore nel concreto si rifà ad alcuni versi di Montale e si focalizza sulla parola «pietà», argomentando come il cambiamento linguistico – ma Fortini dice la «perdita» – vada intercalato e compreso entro «eventi storici traumatici» (p. 18). Altro tema messo a fuoco è quello del ruolo sociale della poesia come strumento di «contestazione ed eversione» (p. 33). In questa considerazione Fortini ha ragione e mi porta a paragonare il gesto umile – ma non inutile – dello scrivere versi a quello di Mafai che dipingeva fiori di carta per ribellarsi alla retorica fascista. 

La seconda lezione solo in apparenza ha un carattere più tecnico, ma in verità è altrettanto biografica. Anche qui, difatti, Fortini si pone in modo asimmetrico rispetto alle correnti a lui prossime e dà un elogio dell’uso della metrica, avvalendosi di esempi prestigiosi come quelli dati da Montale, Sereni, Giudici, Zanzotto. 

 

 

Per Fortini la metrica è un limite benigno che pone l’autore d’un testo al di qua degli spazi disordinati, e perciò incomprensibili, che si trovano al di là della struttura metrica. Sarebbe interessante ora incolonnare l’opinione fortiniana accanto a quelle di altri poeti-critici come Auden, Brodskij e Lowell che arrivarono, in anni non distanti, alle medesime conclusioni. Franco Fortini riesce a mescolare con sobrietà e sprezzatura le descrizioni squisitamente specialistiche con dei riferimenti alla propria esperienza.

 

Questo libro, a me pare, abbia in sé i tratti migliori del Fortini intellettuale perché dimostra, considerando come le generazioni più giovani effettivamente siano tornate al metro chiuso, la sua lungimiranza. Tuttavia il libro ha anche un difetto che, in parte, è da imputare al periodo, ovvero l’appello a volte ridondante a chi dovrebbe dare maggiore autorevolezza al discorso – penso a Nietzsche, Jakobson, Adorno, Weil, san Giovanni della Croce – ma che, al contrario, riescono solamente ad intralciare il cammino.