Il protocollo delle tribu. Come stiamo affrontando la riconversione?

Chiedersi oggi a che punto sia il Protocollo di Intesa siglato il 6 novembre del 2014 è la domanda su cui ruota il destino di una città e di un territorio.

Una domanda che, prima di condurre ad una risposta, passa attraverso ferite ancora dolenti e perplessità di ogni genere. Perché è la domanda a cui la popolazione gelese e del comprensorio orientale della Sicilia si aggrappa per costruire una visione di futuro dopo la fine del ciclo della raffinazione da petrolio, che aveva alimentato l’economia di Gela facendola esplodere demograficamente. 

A due anni da quell’intesa in pochi sanno dare una risposta a questa domanda, o meglio, in pochi sanno articolare una sintesi rappresentativa dell’esistente e dei possibili presupposti per una reindustrializzazione che crei occupazione.

La difficoltà di una sintesi è rappresentata dalla presenza di opposte pulsazioni, quella rappresentata da chi protesta nei consigli comunali indetti sul tema del lavoro e quella visibile nella campagna di informazione mediatica nazionale che Eni sta conducendo ponendo Gela e Venezia in primo piano. Due siti dove si punta ad una riconversione energetica che dovrà rappresentare la nuova sfida che la multinazionale italiana sta affrontando nel riqualificare il proprio business di lungo periodo in continua e frenetica trasformazione.

Questi opposti simboli, che tra loro stridono, creano una oggettiva difficoltà nel fare sintesi, aggravata da un rancore diffuso di una città che comincia a comprendere cosa sta venendo meno in termini di flussi economici immessi all’interno della città e del territorio.

Tuttavia, a due anni di distanza, si possono formulare e comprendere alcune questioni che sono arrivate a maturazione, sono perciò visibili ed interpretabili e ci consentono, se ci liberiamo da preconcetti culturali, di esprimere una valutazione sintetica dello stato dell’arte di una cittadina in trasformazione e di una popolazione che sta lentamente regredendo nelle speranze di immaginare un futuro di opportunità occupazionali e di servizi collettivi.

Molti sostengono che il protocollo di intesa non andava firmato e che, come è stato scritto, è stato una penalizzazione per la riconversione industriale di Gela. Coloro, e sono tanti, che partono da tale presupposto, non considerano che non firmare un protocollo di intesa con una multinazionale che opera nel mondo non è un modo per scongiurare una ristrutturazione aziendale. Se un’azienda decide di riconvertire un business, e il contesto industriale del settore energia di quegli anni induceva ad un ripensamento sostanziale dei business energetici, lo può fare in molti modi, con o senza il consenso delle controparti, perché investire in un business richiede convinzione dell’azionista, altrimenti un business coercizzato nella volontà fa una fine prevedibile. Le controparti di una azienda possono fare resistenza, ma una resistenza propositiva, fatta di evidenziazione dei correttivi, difficilmente una resistenza totale e non dialogante genera soluzioni.

Quel protocollo ha generato una serie di opportunità, certamente in embrione, ma che potevano essere sviluppate e incoraggiate per generare occasioni di lavoro, infrastrutture industriali, volontà di reinvestire e attrattività del territorio. Tutti aspetti che devono avere un clima generale favorevole. Un clima basato sulla fiducia in un territorio che coopera, accoglie, difende schiettamente le proprie istanze e si predispone a stimolare nuove e potenziali occasioni. La domanda cardine è pertanto come si fa a creare queste leve che favoriscono lo “sfruttamento” di quel protocollo per la comunità che lo vede applicare. E’ questa la domanda centrale.

Oggi si può già accennare ad una risposta che dà un quadro complessivo non incoraggiante. Tentiamo una argomentazione.

Il protocollo di intesa ha una sua unitarietà. E’ cioè un protocollo che prospetta impegni da un lato e potenzialità dall’altro. Ai firmatari di quel protocollo era ed è chiaro che un accordo di tale genere, a carattere territoriale, va guidato. Va cioè inteso non solo per quella parte di impegni che Eni assicura di attuare per riconvertire, ma va sostenuto anche in quelle iniziative che da potenziali possono trovare una pianificazione ed una attuazione. Infatti, attraverso investimenti e collaborazioni possono produrre nuovi business integrati fra loro. La scommessa del protocollo stava appunto nel rispetto delle riconversioni attese da una parte e nello sviluppo dei potenziali spunti industriali dall’altra. Per fare questo è indispensabile la coesione del territorio ed una regìa unitaria. Significa che valutazioni, azioni, supporti, critiche devono essere elaborate in maniera concertata e rappresentate unitariamente con la forza che un territorio assume quando parla a nome di tutti. I livelli regionale, cittadino, comprensoriale, associativo, sindacale, persino popolare avrebbero dovuto mettere in campo luoghi e criteri per parlare con una sola voce e guidare il protocollo nel cammino, impegnativo ma fattibile, di produrre risultati che non creassero un divario economico incolmabile con il passato.

A due anni dall’accordo la situazione appare tutt’altro che unitaria. La realizzazione della Green Refinery, che si ricorda essere non comparabile, per numero di impianti e complessità, con la raffineria da petrolio, procede avendo spostato la sua ultimazione dal 2017 al 2018, scontando anche nuove e insorgenti riflessioni circa le cariche primarie di lavorazione che presuppongono filiere nuove e indispensabili per l’approvvigionamento, a basso costo, di residui organici ed esausti cosiddetti di 4° generazione. Non solo l’olio di palma come previsto nel progetto iniziale.

Tale ambito, incluse le riorganizzazioni che si stanno sovrapponendo, appaiono di quasi esclusiva competenza delle rappresentanze sindacali di categoria che si pronunciano con vari comunicati sindacali e che sono le primarie controparti tematiche.

I lavori che scaturirebbero dalla esplorazione e produzione di gas, peraltro rivisitate in merito alle piattaforme off-shore ricondotte ad installazioni a terra, pare siano area di competenza di un non meglio precisato “indotto territoriale”, che rivendica lavoro non iperspecialistico, qui e subito. Tali sono infatti le motivazioni che Eni stesso ha addotto per individuare i vantaggi del mutato approccio al settore upstream della costa gelese. Insomma, questa è un’area presidiata dalle ragioni della cosiddetta forza lavoro indiretta.

Lo studio sul GNL (Gas Naturale Liquido), citato nel protocollo di intesa, doveva innescare una riflessione per un potenziale insediamento industriale ad alta occupabilità. Uno dei potenziali spunti che il protocollo offriva per essere sviluppato in termini occupazionali. Eppure, pur essendo uno dei capitoli del protocollo, controfirmato da tutte le controparti, è diventato un tema di esclusiva competenza del vertice della giunta comunale, sindaco e vicesindaco in primis. Avvolto peraltro in una confidenziale valutazione che fa trasparire solo una caratterizzazione dell’iniziativa più in chiave logistico-commerciale che industriale. Depotenziando, qualora lo si realizzasse, le ricadute occupazionali che potrebbe innescare.

Il progetto Guayule è rimasto una quasi esclusiva competenza della Regione Siciliana. Nessuno osa mettere becco su un progetto che potrebbe avere ampie ricadute tra i forestali regionali. E’ e rimane un potenziale investimento su cui neppure una discussione consiliare è stata tentata, confermando che l’interesse e la pertinenza è di area regionale.

I “coinsediamenti”, citati esplicitamente nel protocollo, sono anch’essi una prospettiva nella direzione della riconversione industriale, affidati al bando di Confindustria Sicilia che dovrebbe consentire il reclutamento di manifestazioni di interesse di imprenditori. Anche qui gli esiti sembrano confinati ad imprese medio-piccole di carattere locale e per la gran parte indirizzate a business di trattamento di fanghi e residui in aree non più utilizzate della raffineria. Anche qui l’area di competenza sembra confinata a quel raggruppamento di interessi imprenditoriali locali di cui non si conosce la solidità patrimoniale e di investimento.

Anche le bonifiche sono un’area di intervento perimetrata che vede l’influenza dell’associazionismo ecologico locale e di gruppi di cittadini che si spingono a richiedere risarcimenti per il passato industriale subìto, a detta dei legali che li rappresentano. Un’area di pressione mai sopita, nel territorio di Gela, che sul tema delle bonifiche costruiscono oltre che una rivendicazione anche una prospettiva occupazionale. Tema questo per il quale non è chiaro ai più che gli iter di ripristino ambientale sono soggetti ad autorizzazioni motivate dei ministeri competenti e pertanto sottoposte a tempi e metodi che il potere pubblico definisce ed impone con le sue tempistiche. Anche questa un’area di influenza vissuta e rivendicata in autonomia dal resto dei temi del protocollo di intesa. Anzi, spesso animata da una manifesta contrarietà ad ogni forma di sviluppo industriale.

Da questo preliminare accenno si comprende come la controparte del territorio di Gela, attraverso le sue istituzioni e le sue rappresentanze, vada divisa e separata al confronto con la multinazionale sui temi del protocollo. La quale non può altro che prendere atto di tale assetto e convenire separatamente, forse anche con linguaggi diversi, sui vari aspetti del protocollo. Aspetti accomunati dalla primaria esigenza di creare nuova occupazione per compensare o ammortizzare la riconversione da petrolio. Le controparti territoriali, che le aziende chiamano stakeholders, rimangono volontariamente divise, ognuna attenta al proprio perimetro, consensualmente predisposte a riconoscere il perimetro delle altre purché non ci sia intromissione nel proprio. Insomma, l’applicazione di una cultura in stile libico. Tribale nei fatti. Figlia di quel familismo allargato che caratterizza la cultura di base della nostra città in ogni sua forma.

E’ questa la conclusione che i fatti ispirano, l’amara constatazione che quel protocollo, di fatto, è stato suddiviso in zone di influenza, rendendolo più debole e più fragile nel suo possibile potenziamento e valorizzazione.

E non si tratta di prevedere e pianificare una concertazione o un luogo ove sedersi ad un tavolo per discuterne. Si tratta di qualcosa di più complesso, culturale e implementativo al tempo stesso. Si tratta di vedere il protocollo come un’occasione comune, unitaria e collaborativa di riconversione e di rinnovata industrializzazione di una città che ha, ormai nelle sue tradizioni, un passato di sviluppo industriale vissuto e sperimentato, nei suoi risultati e nei suoi errori. Un patrimonio che rischia di annichilirsi per varie ragioni, delle quali la più pervasiva è questo approccio tribale al tema dello sviluppo economico.

E’ tardi per potere eliminare questo spezzatino? Forse. Ma nessuno potrà pensare che la nostra cultura territoriale sia priva di responsabilità verso il futuro della collettività di cui facciamo parte.