Le sorelline di Gela morte per strangolamento. Conferenza stampa in procura

Si è svolta stamane alla Procura di Gela, la conferenza stampa a conclusione delle prime indagini sul tragico fatto di sangue verificatosi martedì scorso, in cui due sorelline di 7 e 9 anni – Gaia e Maria Sofia – sono state strangolate dalla madre, che ha poi tentato essa stessa di togliersi la vita, insano gesto finale non realizzato per il provvidenziale intervento del marito.

 

A convocare la conferenza stampa è stato il procuratore capo Fernando Asaro. Al suo fianco, gli ufficiali dell'Arma dei carabinieri col. Gerardo Petitto (comandante provinciale), il maggiore Antonio De Rosa (comandante del Reparto territoriale di Gela) e il tenente Francesco Giacomo Ferrante.

 
«Siamo di fronte ad un dramma umano, devastante, con effetti che potranno riversarsi anache sulle anime e sulle menti delle persone care direttamente coinvolte in questa tragedia familiare. Ecco perché si esige da parte nostra, di tutti, un particolare rispetto del dolore che ha colpito le piccole Maria Sofia e Gaia, il padre, tutte le persone direttamente coinvolte e la comunità di Gela. Dobbiamo trattare questa vicenda prima umana e poi giudiziaria, con massimo rispetto, senza invasioni in ambiti che non hanno rilievo dal punto di vista penale». Queste le parole pronunciate dal Procuratore Asaro, in apertura della conferenza.


Dopo aver ringraziato l’Arma dei Carabinieri per la tempestività e il lavoro svolto, il Procuratore ha spiegato Il motivo di questa convocazione. «Dopo tre giorni di intensa attività d’indagine espletata dalla Procura della Repubblica di Gela, personalmente, con la collega dott.ssa Monia Di Marco e con l’Arma dei carabinieri, abbiamo concluso la primissima parte delle indagini preliminari. Lo abbiamo fatto all’esito della udienza di convalida e non prima, perché le ipotesi accusatorie che può formulare la Procura, devono essere sottoposte al vaglio del giudice, prima di essere oggetto di informazione. Il giudice ha convalidato l’arresto in flagranza di reato. Conseguentemente ha anche disposto la custodia cautelare in carcere».
La donna dovrà rispondere di omicidio aggravato in danno dii propri discendenti.


Il marito di Giuseppa Savatta, Vincenzo Trainito, il 27 dicembre scorso, dopo essere uscito alle 8.00 del mattino, è rientrato intorno alle ore 13.00 mezz’ora in anticipo rispetto all’orario previsto. Arrivato sotto casa, ha incontrato il vicino, lo ha salutato ed è salito. Qualche secondo dopo l’ingresso nella propria abitazione sita al primo piano, il vicino è stato richiamato dall’urlo del signor Trainito.

 

«Il sig. Trainito e il vicino – ha continuato il Procuratore – sono stati i primi a vedere la scena che abbiamo visto anche noi: le due bambine a terra, già morte e la signora che si trovava nella vasca da bagno, che si dimenava per provare a suicidarsi con l’aiuto di un coltello e il flessibile della doccia. Ricostruita questa vicenda e dopo i primi accertamenti, la madre è stata arrestata in flagranza di reato sulla base delle modalità del fatto e delle ipotesi già indicate. L’Arma del carabinieri ha proceduto all’arresto e abbiamo iniziato l’attività d’indagine. Durante l’interrogatorio, la signora ha confermato le modalità dell’uccisione delle proprie figlie. Le sue dichiarazioni sono al vaglio dell’autorità giudiziaria. Secondo i primi esiti dell’esame autoptico, (per quelli definiti bisognerà attendere sessanta giorni), le bambine sono morte per "asfissia meccanica violenta". Non altro. La candeggina era presso l’abitazione dei coniugi Trainito ed era anche nel bagno dove è stata trovata la signora.

 

Era uno dei possibili strumenti per suicidarsi. Questa è la ricostruzione dei fatti operata in questi tre giorni, che possiamo riferire rispettando il diritto all’informazione, ma non ledendo il segreto istruttorio e soprattutto il rispetto della dignità umana in questa vicenda. Nessun elemento, a detta delle persone che abbiamo sentito, poter far pensare ad un intervento di questo genere da parte della persona arrestata, a questa furia che si è scatenata nella mattina del 27 dicembre. Dal punta di vista psichiatrico –  ha aggiunto – si procederà successivamente agli accertamenti del caso, attraverso specifiche consulenze e perizie psichiatriche. Allo stato attuale non abbiamo documenti, dati concreti, per poter riferire qualcosa sulla capacità di intendere e di volere della signora o meno. Al momento non siamo in grado di poter dichiarare che vi sia un significativo ravvedimento da parte della signora secondo quelli che sono i canoni penali rilevanti. Per quanto attiene al rapporto tra i coniugi, non c’era nessun elemento specifico così particolarmente significativo da poter evidenziare una causa scatenante in questo. Già da tempo avevo concordato una soluzione per lasciarsi. La comunità di Gela – ha concluso – è rimasta particolarmente colpita da questa drammatica vicenda. Siamo nella fase delle indagini preliminari. Chiedo il rispetto del segreto istruttorio, della dignità umana e della privacy delle persone coinvolte. I processi si fanno nelle aule giudiziarie, con gli elementi probatori».

 


Il colonnello Petitto e il maggiore De Rosa, hanno sottolineato la professionalità dei militari e l’attività d’indagine condotta.
«Il nostro reparto territoriale – ha affermato il Col. Petitto – ha assetti investigativi adeguati a sostenere un impatto delicato come quello che ci si è presentato alcuni giorni fa. Mi preme evidenziare che il nostro scopo è stato quello di fornire alla Procura il maggior numero di elementi più accurati, precisi e oggettivi possibili, per quanto sia difficile parlare di oggettività di fronte ad un evento che ha un impatto emotivo così forte. Approccio di grande pietà umana da parte dei nostri operatori nell’affrontare ciò che andava fatto nelle immediate fasi successive all’omicidio. Sono stati registrati in maniera più possibile minuziosa, precisa, estesa e completa, il che ha comportato tempo, tutti gli elementi che messi insieme, successivamente, potranno supportare o smentire le ipotesi che si andranno a fare.

 

Un grande lavoro relativo al sopralluogo iniziale che è stato svolto con i corpicini delle bambine ancora presenti perché andava registrata la scena del delitto in maniera accurata. È stata scandagliata tutta la rete di relazioni che aveva questa famiglia per capire se ci sia un movente, circoscriverlo e definirlo nella maniera più accurata possibile, cercando di comprendere quali possano essere state le motivazioni vere o asserite e qual è stato il contesto, l’ambito in cui è maturato l’intendimento di una simile azione da parte di questa signora, sulla cui responsabilità pare che ormai non ci sia più dubbi per sua stessa ammissione. Con riferimento a modalità e motivazione, c’è ancora un lavoro da fare. Ci stiamo concentrando sugli elementi oggettivi che un giorno potranno avvalorare o smentire quello che poi emergerà nell’ambito dello sviluppo processuale di questa vicenda».


«Per quanto riguarda l’impegno del Reparto territoriale di Gela – ha proseguito il magg. De Rosa – mi preme sottolineare la delicatezza del frangente in cui i militari si sono trovati ad operare. Nostro compito principale è stato quello di cristallizzare sin da subito la scena del crimine perché troppo spesso ci siamo trovati di fronte a situazioni nelle quali, ciò che appariva poi non era. Quindi, cosa fondamentale, evitare che elementi che potranno poi essere utili per i riscontri da effettuare, potessero in qualche modo essere travolti o apparire in maniera diversa da quelli che erano. Il plauso ai ragazzi che hanno operato, perché intervenire con i due corpicini a terra e una persona che si dimena nel tentativo più o meno acclarato di togliersi la vita, non è semplice. Sono momenti molto concitati in cui c’è molta confusione. Gli uomini hanno usato tutta la delicatezza e la loro professionalità per poter garantire questo.

 

Le indagini che sono state sin da subito coordinate sul posto dal signor Procuratore e dalla dott.ssa Di Marco, hanno consentito di poter svolgere l’attività, anche se in maniera prolungata, in modo sereno affinché nulla sfuggisse ai rilievi che sono stati fatti. È intervenuta la componente della sezione operativa che ha provveduto a fare i rilievi. Sono stati repertati tutti gli elementi che potranno essere utili alle ipotesi di riscontro investigativa che abbiamo. Sono state interrogate numerose persone sia nell’ambito familiare che esterne per poter acclarare sia la tempistica sia i rapporti intra-familiari per poter poi strutturare l’ipotesi investigativa in maniera completa, per poi risalire al movente.

 

Sono stati fatti tutta una serie di accertamenti che adesso richiederanno tempi più lunghi. I reperti che sono stati inviati al Ris per gli esami tecnici, ci consentiranno di dare riscontro anche alle dichiarazioni che sono state effettuate al momento. I luoghi ed i tempi sono stati già definitivi. Intorno alle 13.00 l’intervento del marito, subito dopo è stata fatta la chiamata alla nostra centrale operativa. Immediatamente è intervenuta la pattuglia che ha potuto constatare quanto è stato detto e procedere all’arresto in flagranza per quelli che sono gli elementi al momento apparsi. Dopo di che, tutta l’azione di riscontro e di ampliamento dell’attività investigativa per poter procedere ad un’ipotesi strutturata, si potranno avere soltanto a completamento degli accertamenti tecnici ed il riscontro di quella che è l’ipotesi che è stata formulata.
Giuseppa Savatta è attualmente ricoverata al reparto di Psichiatria dell'ospedale Vittorio Emanuele di Gela.