Il libro di Rocco Vacca, un canto d’amore per la città

Sono stato spettatore appassionato e interessato del recente evento culturale organizzato dall’«Università delle Tre Età» per la presentazione dell’ultimo libro del poeta Rocco Vacca –  Amuri chi duna fruttu –  che definisco un canto d’amore dell’Autore alla sua Città, martoriata da tante vicissitudini.

In arricchimento a quanto è stato ben detto dai relatori, mi concedo qualche riflessione.

Il contesto da cui trae ispirazione l’opera di Rocco Vacca è la ancora attuale crisi in cui versa la nostra Città che si manifesta, come crisi politica, economica, di valori, dovuta a fattori interni ed esterni, a immobilismo, a mancanza  si spirito volitivo e operativo nella realizzazione di idee e  progettualità per una crescita, un suo futuro. 

In tale contesto l’Autore, nel suo poemetto scritto in lingua popolare gelese (diversa dalle altre lingue regionali),  sprona i concittadini a conoscere la storia della nostra Città, le nostre radici, per meglio comprendere il presente e progettare il futuro.

 

Protagonisti principali sono: 

la Principessa Maria Anna Pignatelli (nella foto), figura di altissima dirittura morale, che lasciò i suoi beni alla Chiesa per la costruzione di un convitto a Terranova  e uno a Palermo perché in essi venissero accolti bambine e bambini orfani, poveri,   e vi  venissero protetti e istruiti, fino al raggiungimento della maggiore età; 

 – il convitto Pignatelli  con le sue alterne vicende, dal completamento della struttura, avvenuto dopo il decesso della donatrice, ad oggi. Il Poeta fa notare che nel grande edificio già detto fu istituito un liceo classico che divenne sede di un cenacolo di cultura frequentato anche da studenti che provenivano  dai paesi vicini: (Caltagirone, Piazza Armerina, Palma di Montechiaro, Licata, Vittoria…); e che da quella scuola, in cui insegnavano eminenti professori, gli studenti, dopo avere completato gli studi, fecero l’università e divennero poi professionisti di spicco in ogni settore della società civile. Contemporaneamente al liceo classico, operavano nell’edificio il Convitto e altre scuole.

 

Il Liceo classico del Pignatelli di Gela fu motore di crescita culturale per i giovani Terranovesi/Gelesi e delle città vicine. Bisogna tenere conto, ancora prima che venisse fatto l’atto di donazione  dalla Principessa, Terranova era una città povera di scuole, rispetto agli altri Comuni vicini, ad esempio a Mazzarino, dove c’erano  più Ordini religiosi che si occupavano di istruzione  e formazione dei ragazzi.

 

Tale edificio era stato, nel passato, una delle “perle” di Terranova/Gela. Negli anni, per l’incuria delle amministrazioni comunali del tempo, diventò inagibile.  Racconta, con animo rattristato, il Poeta, che  l’edificio venne evacuato e ridotto a deposito di rottami e “immondizie” ad uso di privati. Per cui si alzò alta e autorevole la protesta di Mons. Grazio Alabiso (presidente dell’Opera Pia”) contro gli Amministratori del Comune e dopo che egli ebbe informato l’assessore regionale ai Beni culturali e ambientali e pubblica Istruzione Totò Morinello, riuscirono insieme a farlo restaurare nei particolari, rimanendo fedeli al progetto originario.

Da qui il monito del Poeta alla politica, alle istituzioni,ai concittadini ad adoperarsi attivamente per il bene comune, per aiutare chi ha bisogno e impegnarsi per la crescita della nostra Città, di cui  Maria Anna Pignatelli rimane, nella storia locale, un esempio ineludibile.

 

Il poemetto si legge con vivo piacere. In esso l’Autore si esprime riportando nei versi la parlata tradizionale, popolare, dei Gelesi, anche con  termini e piccole frasi allegoriche, tratte dall’antico gergo locale, comune, di effetto immediato; si esprime di getto, con semplici “battute” e parole cariche di significato. La lettura dei versi, in più parti strappa al lettore risate  di gusto. Ma nell’opera sono anche presenti:

 

Le amare riflessioni del Poeta per gli avvenimenti successivi alla donazione della Principessa: “Vinni Savoia…/ Beddi ricchi ccà nuddu lassau/ U poviru (chiù) poviru criscìu/ E un futuru nivuru truvau/ Si lamintava cu rubava picca/ Quannu rrivau ccà sutta u novu re;/ A chiesa spughiaru  a tinchité/ Lassannu e puvureddi  l’arma sicca…”;  Accuse contro la politica e la società locale che ha fatto”palazzuni fora via, senza virdi, né chiazzi: anarchia!/ Virennu libbra bianchi e tuttu scuru/Di stebbica ci resta picca rastu/ Mentri di fora ha crisciutu u fastu; L’amara constatazione che “L’omini d’oggi persinu l’usanza/Pirchì ognunu pisca cca so lenza/ Si persi da pirsuna chiddu ch’eni/ E si talia sulu comu pari;  la denuncia delle ingiustizie e della pigrizia degli apparati istituzionali.

 

Nei versi trovano compiuta espressione poetica , sentimenti e riflessioni dello Scrittore. Tutto ciò rende godibile la lettura dell’opera, forse a (livello locale) unica nel suo genere, in quanto poemetto storico in dialetto/vernacolo locale. E per tale ragione merita ampia diffusione nelle scuole.

 

 Donna Maria Anna Aragona Pignatelli Cortés, Principessa del Sacro Romano Impero, era figlia di Don Diego II (1774-1818), 10°  Duca di Terranova, Principe del Sacro Romano Impero, Pari del Regno di Sicilia, sposato con Donna Maria Carmela Caracciolo (1773- 1832). Era sposata con Don Prospero Colonna  Barberini di Sciarra , Principe di Roviano,  da cui aveva avuto una figlia: Maria; dopo la morte del padre, suo fratello Principe Giuseppe assunse il titolo di  Duca 11°  di Terranova. Ebbe altri tre fratelli: D. Fabrizio, D. Francesco di Paola, e D. Ettore. La sua secolare dinastia fu la più rappresentativa del Meridione d’Italia.