Rubrica giuridica/Evasione, un delitto contro l’amministrazione della giustizia

Spesso i quotidiani locali e non solo riportano casi di condanne per reati di evasione.

L’evasione è un delitto contro l’amministrazione della giustizia previsto dall’art. 385 c.p. a tutela di tutte le forme di restrizione e/o detenzione disposte dall’autorità giudiziaria, al fine di garantirne il mantenimento. Presupposto del reato è lo status di arrestato o detenuto, a prescindere dal luogo deputato alla restrizione, che sia il carcere, la privata abitazione o una struttura ospedaliera. Il reato viene integrato anche nel caso di allontanamento del condannato ammesso a lavorare fuori dall’istituto carcerario e anche quando la condotta è posta in essere dal condannato in regime di semidetenzione. Esulano dal disposto della norma le misure di prevenzione e il fermo per l’identificazione.

 

Il delitto risulta aggravato quando l’evasione avviene usando violenza o minaccia verso le persone, ovvero effrazione, e ulteriormente aggravato se la minaccia è commessa con armi o da più persone riunite. La norma prevede, altresì, una circostanza attenuante speciale, nel caso in cui l’evaso si costituisca in carcere spontaneamente prima della condanna, che è incompatibile con l’attenuante comune del ravvedimento operoso. L’aspetto allarmante del fenomeno è dato dalla circostanza per cui sempre più spesso, specie in momenti di gravi crisi economiche come quello che stiamo attraversando, l’evasione è finalizzata alla commissione di ulteriori reati.

 

Il reato prevede un dolo generico, ossia la consapevolezza e volontà del reo di usufruire di una libertà di movimento vietata dal precetto penale. Il delitto ha natura istantanea con effetti permanenti, non assumendo alcun rilievo la durata dell’allontanamento né la distanza dello spostamento.  Esso si consuma con la completa sottrazione alla vigilanza degli agenti, in carenza della quale condizione saremmo di fronte a un’ipotesi di tentativo. Anche la ricorrenza di eventuali cause di giustificazione va valutata in relazione al momento di allontanamento dal luogo di restrizione, a nulla rilevando, ai fini della non punibilità, la sopravvenienza dell’esimente durante la protrazione del comportamento elusivo. 

 

Qualora ci troviamo di fronte ad una condotta di allontanamento dagli arresti domiciliari, l’operatore del diritto dovrà considerare per abitazione unicamente il luogo in cui la persona conduce la propria vita domestica con esclusione di ogni altra appartenenza che non costituisca parte integrante ed esclusiva della stessa. Andranno pertanto puniti i soggetti che durante i controlli di polizia verranno ritrovati nei giardini o cortili condominiali o in spazi simili.  Questo perché il fine di siffatta misura coercitiva è quello di impedire i contatti con l’esterno e la libertà di movimento della persona. 

 

Anche l’allontanamento finalizzato alla presentazione presso le forze dell’ordine va considerata evasione ai fini legali, così come quello preordinato a presenziare un’udienza penale quando non sia intervenuta all’uopo la preventiva autorizzazione dell’autorità giudiziaria. Ed ancora il trasferimento di residenza senza aver ottenuto previa autorizzazione degli organi di vigilanza.

 

Una precedente condanna per evasione non esclude a priori la concessione del regime di detenzione domiciliare: il Giudice però dovrà valutare con più zelo la personalità del condannato e la sua effettiva e perdurante pericolosità sociale.  Specularmente, la responsabilità dell’agente non è esclusa quando per il fatto per il quale era stata disposta la misura cautelare detentiva intervenga una sentenza di proscioglimento.