Riconversione Eni, i sindacati: «Assorbire tutti i lavoratori dell’indotto»

Dopo più di mezzo secolo di industrializzazione selvaggia avviata alla fine degli anni ‘50 dal colosso Eni sulla piana di Gela, le forti pressioni del territorio, che registra ormai un inquinamento fuori controllo di tutta la filiera agro-alimentare, unitamente a vincoli europei sempre più stringenti sul fronte della tutela ambientale hanno spinto Eni a cessare definitivamente l’attività di raffinazione del greggio a giugno 2013.

Resta, però, in piedi l’attività estrattiva che conta oggi dodicimila barili al giorno di greggio a fronte dei ventimila estratti quando i pozzi erano moderni e in piena efficienza. Il materiale raccolto viene poi convogliato verso altri lidi per la raffinazione.

 

Il Protocollo d’intesa stipulato il 6 novembre 2014 tra Eni, Comune di Gela, Regione, Confindustria, Lega Cooperative e parti sindacali prevede un piano di investimento industriale da parte di Eni di 2,2 miliardi di euro per la riconversione green dell’impianto.  In seno al Protocollo, l’Accordo di programma contempla dei finanziamenti da parte del Ministero del lavoro, tramite Invitalia, a favore di quegli imprenditori che vorranno utilizzare le aree dismesse per implementare nuovi e diversi processi produttivi. Da non trascurare, infine, i 32 milioni di euro stanziati da Eni come fondi di compensazione per indennizzare la città dell’insediamento industriale.

 

A più di tre anni dalla chiusura dello stabilimento, non sembra prematuro fare il punto della situazione coi responsabili locali delle sigle sindacali più rappresentative:  Maurizio Castania (Uil, foto a destra) e Emanuele Gallo (Cisl, foto a sinistra) Mancano le dichiarazioni di Ignazio Giudice (Cgil) che si è fatto rincorrere per più di una settimana, negandosi infine al confronto. Proprio lunedì scorso si è tenuto un incontro richiesto dai sindacati con Sicindustria e Legacoop per colloquiare con le ditte loro associate al fine di riassorbire il personale dell’indotto storico presente nel bacino.

 

– Castania, di questi 2,2 miliardi di euro quanti ne sono stati già investiti?

 

«Intanto dobbiamo premettere che di questi 2,2 miliardi euro, ben 1,8 sono destinati all’attività di esplorazione, perforazione ed estrazione di gas da parte della società Enimed, 220 milioni di euro, invece, sono a disposizione della società Raffineria di Gela che dovrà occuparsi della vera e propria riconversione degli impianti che saranno alimentati anziché dal greggio, come avveniva in precedenza, dall’olio di palma e/o da altri grassi vegetali e animali. Infine la società Syndial ha a disposizione 200 milioni di euro per le attività di bonifica e messa in sicurezza. Nello specifico, Enimed è in notevole ritardo perché è ancora in attesa dell’autorizzazione da parte del  Ministero dell’Ambiente, tant’è che, ad oggi, del miliardo e ottocento milioni a disposizione della società sono stati spesi solo 270 milioni circa destinati soprattutto all’attività di ingegnerizzazione e progettazione nell’ambito del progetto Argo Cassiopea, che per intenderci prevede la costruzione della piattaforma offshore che non sarebbe altro che una centrale a gas all’interno del presidio attrezzato. Alla fine, per risparmiare e per evitare un impatto ambientale importante è stata abolita l’idea iniziale di una piattaforma a mare.  La Raffineria di Gela dei 220 milioni di euro ne ha già investiti circa 100-150 di cui 50 solo per l’impianto primario che produce idrogeno. Questo verrà incastonato in impianti già esistenti che dovranno essere modificati per permettere la produzione di benzina, gasoli e gpl da olio di palma e grassi vegetali e animali. Syndial, infine, dei 200 milioni a disposizione ne ha spesi ad oggi circa 50 avendo già smantellato l’impianto acrilonitrile».

 

– Che tempi si prevedono per la fine dei lavori e l’entrata a regime del nuovo impianto?

 

«La parte di lavoro incombente su Enimed doveva essere completata nel 2019 e ciò potrà ancora avvenire se giungono presto le autorizzazioni necessarie. La società nel frattempo ha già indetto una gara d’appalto per le teste-pozzo cioè le apparecchiature impiantistiche che vanno collocate sopra i giacimenti per convogliare il gas dal giacimento a mare fino all’interno della centrale. Il lavoro di riconversione vero e proprio affidato a Raffineria di Gela è già a buon punto e la fine dei lavori è prevista per fine 2018 così come quella facente capo alla Syndial». 

 

– Si può affermare che la nuova raffineria è pensata sulla falsariga di quella presente a Marghera?

 

«Il protocollo iniziale le accomunava molto ma adesso stiamo facendo un passo più avanti perché, mentre quella di Marghera è una raffineria green di prima generazione, qui a Gela si prevede una forma più evoluta, tant’è che si parla di raffineria green di seconda generazione. Mentre la prima può essere alimentata solo con olio di palma, la nostra, grazie ad impianti di pretrattamento, permetterà un’alimentazione più varia che deriva da grassi animali e vegetali in genere».

 

– Ma questa rivoluzione industriale in atto  riverbera delle conseguenze negative sui lavoratori dell’Eni? E se sì, in che misura?

 

«Nonostante questo difficile passaggio storico Eni non ha licenziato alcun lavoratore diretto: l’esubero di circa 500 unità è stato riassorbito presso altre raffinerie o altri stabilimenti Eni presenti sul territorio italiano e estero.  In particolare l’eccedenza riguarda solo la società interna Raffineria di Gela che da 1143 unità precedenti al protocollo è passata alle attuali 400 unità. Il personale di Enimed, invece, è passato da 219 unità prima del protocollo a 323 di adesso, assorbendo in parte il personale di Raffineria. Anche la Syndial ha incrementato la sua forza lavoro passando da 18 dipendenti a 109».

 

– Gallo, che mi dice, invece, dei lavoratori dell’indotto?

 

«E’ proprio questa la nota dolente. Nel periodo di massima crisi – di chiusura dell’impianto -  circa 900 unità erano collocate in cassa integrazione o in mobilità. Oggi sono state in parte riassorbite lasciando fuori circa 200 persone. Ma il timore è che il problema si ripresenti più forte di prima perché, una volta terminata la fase di costruzione dei nuovi impianti, ci troveremo di fronte ad un esubero strutturale di personale. Quando il nuovo impianto entrerà a regime, la forza lavoro indotto che conta 1000 unità sarà ridotta a 500, più che sufficienti per il mantenimento».

 

– E quale sarebbe in prospettiva la soluzione per cercare di salvare il futuro economico di così numerose famiglie?

 

«E’ necessaria e urgente una politica attiva del lavoro che passa attraverso un piano di riqualificazione del personale dell’indotto al fine di riassorbirlo all’interno dei nuovi insediamenti che dovrebbero essere avviati – parallelamente alla riconversione green da parte di Eni – da altri investitori privati tramite l’implementazione dell’Accordo di programma. Stiamo però riscontrando notevoli ritardi nella sua attuazione». 

 

– Cosa vi aspettavate dall’incontro di lunedì con Sicilindustria e Legacoop?  

 

«La disponibilità delle ditte loro associate di prendersi carico del personale dell’indotto storico presente nel bacino, in applicazione delle regole sancite da numerosi accordi sindacali. Abbiamo però constatato che l’obiettivo di offrire risposte concrete ai lavoratori ad oggi esclusi non è stato raggiunto».

 

– A proposito dell’Accordo di programma, che è stato uno dei temi affrontati durante l’incontro, ci sono    aziende del comprensorio che ad oggi hanno sfruttato i finanziamenti messi a disposizione dal Ministero tramite Invitalia?

 

«La responsabilità di seguire l’Accordo di programma è del Comune di Gela, della Regione e del Ministero e le sottolineavo proprio una sorta di stasi su quel fronte. Ad oggi, infatti, non abbiamo notizie di progetti presentati per l’accaparramento dei finanziamenti previsti. Dovrebbe chiedere lumi all’amministrazione comunale per cercare di accelerare l’accordo di programma perché il futuro di questi lavoratori è strettamente connesso ai possibili nuovi insediamenti produttivi che si collocano al di fuori del business Eni».

 

–  Castania e Gallo, che mi dite, invece, dei famigerati 32 milioni di euro stanziati da Eni come fondi di compensazione? 

 

Castania: «A me risulta che ne siano stati spesi 200-300 mila, una cifra davvero irrisoria». 

Gallo: «I 32 milioni di euro li stanno gestendo il Comune con la Regione, i sindacati non hanno mai messo mani né bocca sui fondi di compensazione, solo loro hanno la disponibilità liquida in funzione agli investimenti che si fanno».

 

– Castania, ma se le somme di compensazione maturano man mano che si sviluppano i progetti sottesi al Protocollo d’Intesa, come è possibile essere arrivati solamente a 200-300 mila euro su 32 milioni spettanti, quando invece la riconversione è in fase così avanzata? 

 

«Le somme vengono messe a disposizione di Comune e Regione sulla base di progetti per la crescita e lo sviluppo tout court del territorio che Eni ritiene attuabili. Ma anche su questo punto le converrebbe chiedere all’amministrazione comunale, nella persona del sindaco e del vicesindaco. Proprio una decina di giorni prima di abbandonare la poltrona, il governatore Crocetta ha consegnato al Comune la responsabilità per l’utilizzo e lo sfruttamento di questi 32 milioni di euro».

 

Certo, se le tensioni tra amministrazione comunale e governo regionale sono arrivate fino al punto di trascurare un credito così ingente nei confronti di Eni, vuol dire che siamo davvero lontani dal considerare i bisogni reali del territorio. Ciò non stupirebbe affatto se solo si ponga mente come negli ultimi anni tanti (troppi) fondi europei destinati alla Sicilia in quanto area disagiata sono tornati indietro allo Stato perché non siamo stati in grado di utilizzarli. Chi è causa del suo mal pianga se stesso, si dice.