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Riconoscimento al reparto ortopedico del Vittorio Emanuele

Riconoscimento al reparto ortopedico del Vittorio Emanuele

Non è raro vedere il mostro sbattuto nelle prime pagine dei giornali come i casi di malasanità nel nostro Paese.

A Gela solo dopo un anno invece si viene a sapere che l’équipe di ortopedia e traumatologica dell’ospedale Vittorio Emanuele diretta dal dott. Salvatore Loggia (nella foto) e composta dai medici Sandra Marcellino  e Andrea Costa,  hanno ottenuto un riconoscimento con l’assegnazione  di un  premio al congresso regionale Asoto (Associazione Siciliana Ortopedici Traumatologi ospedalieri).  In una relazione medico-scientifica il primario di ortopedia Loggia aveva illustrato le tecniche di intervento ad un anziano paziente che aveva subìto  una frattura ad una gamba e tra l’altro  sofferente di più patologie, e grazie alle quali  si è evitata l’amputazione.   


Quando chiediamo un approfondimento del fatto clinico, Loggia tende a minimizzare, sostenendo che si è trattato di normale routine un po’ rivoluzionata a causa delle negligenza del paziente che non si era attenuto alle  disposizioni e all’osservanza delle cure suggerite dai medici dopo essere stato dimesso dal day hospital.
I guai sono iniziati nella notte tanto che l’anziano traumatizzato è dovuto ricorrere nuovamente in ospedale in preda a dolori.

 

 

Urgentemente il dottor Loggia ha riunito il suo staff per effettuare, al di là di ogni protocollo, i primi interventi chirurgici per eliminare immediatamente le infezioni che erano insorte a seguito dello spostamento della placca.  Gli effetti si sono subito rivelati positivamente tanto che poi il paziente è tornato a casa senza più alcuna traccia di infezione.  L’operazione era ben riuscita. I dettagli di questo intervento sono stati riportati in una relazione che – come detto – è stata premiata.


– Dottor Loggia, in cosa è consistito e perché  questo riconoscimento?
«A mio parere hanno voluto premiare il coraggio di essere andati leggermente oltre le linee guida. Come lei sa, i protocolli sono  molto rigidi ed i chirurghi non possono assolutamente trasbordare.  Noi ci siamo assunti la responsabilità di farlo, ottenendo dei buoni risultati per il paziente, ciascuno dei quali ha una sua storia e una sua patologia specifica. Riesce spesso difficile applicare con rigidità i vari protocolli. Anche al medico il quadro clinico che si presenta non è così chiaro e rispondente a quanto il protocollo prevede. Ecco che a quel punto subentra l’esperienza medica ed anche il coraggio nel dover procedere in maniera difforme dalle linee guida, la cui applicazione rigida avrebbe anche potuto comportare un diverso risultato sicuramente non positivo. Fortunatamente non sono casi frequenti,  ma sporadici»


– Vuol raccontarci questo caso?
«Si è trattato di un caso anziano che aveva una frattura normalissima per la quale meritava il chiodo, ed io ho messo il chiodo. Solo che lui per i suoi problemi psichiatrici durante la notte si è alzato per andare in bagno provocando lo spostamento del chiodo.  Di qui la necessità di tornare in ospedale. Ho riunito l’équipe, abbiamo proceduto a lavaggi, all’asportazione e remissione del chiodo basandomi sulla esperienza. Gli agganci erano tutti rotti. Una frattura che era normale era diventata una frattura esposta. Avrei dovuto quindi mettere un fissatore esterno ma mi chiedevo se con una persona del genere potevo fidarmi di un fissatore sterno? La decisione è stata di mettere una placca che in simili casi non è indicata.  Era l’unica soluzione che salvava capre e cavoli ed è andata bene».


Il dottor Loggia ci racconta che il caso è avvenuto qualche anno fa ed il paziente è stato costantemente seguito anche quest’anno. Adesso sta bene, non ha perso la gamba, si sono chiuse tutte le ferite.
Tutto questo, in un reparto che ha carenza come altri di personale.