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L'editoriale. Che Gela sarà?

L'editoriale. Che Gela sarà?

C’era una volta una Città. Con la C maiuscola, con i suoi quasi 80 mila residenti censiti (di fatto con una popolazione reale di quasi 100 mila abitanti), non ancora toccata dalla mafia.

Una città già votata all’industria, croce e delizia di una comunità attratta dal mito del benessere diffuso. Agricoltura? Marineria? Roba vecchia. O per vecchi. C’era anche una classe politica identificata, con dei leader che magari facevano gli affaracci loro, ma che avevano un occhio anche per lo sviluppo del territorio.

L’anno che ci siamo lasciati alle spalle ha messo a nudo le debolezze di una classe dirigente incapace di fronteggiare la fase storica della città più buia degli ultimi cinquant’anni e che per questo richiederebbe una classe politica seria, capace e  più impegnata per il bene comune, che non all’interesse venale dei 1200 euro mensili che la carica di consigliere comunale immeritatamente le attribuisce.


A tre anni dalla chiusura della raffineria, non c’è traccia degli interventi risarcitori verso il territorio. Protocollo d’intesa, cronoprogramma, compensazioni, green refinery, olio di palma, guayule, Invitalia, Mise. Termini con cui ci hanno bombardati in tutto questo tempo per confonderci le idee. Una presa per i fondelli, per narcotizzare una popolazione incapace ormai di indignarsi neanche di fronte ai soprusi, alle ingiustizie sociali. Come quella di pagare l’acqua per canoni e consumi giornalieri che giornalieri non sono. E non solo per questo.

 

E a proposito di acqua, nei giorni scorsi, sui social, qualcuno ha rilanciato con ironia uno slogan gridato dal candidato sindaco Messinese in campagna elettorale.”Mai più un giorno senza acqua!” L’acqua stava mancando da 5 giorni nella zona alta della città.
Sulla qualità dell’acqua, invece, vorremmo che se ne occupasse la magistratura, chiedendo magari al procuratore Asaro, che immaginiamo viva a Gela, se beve l’acqua dei rubinetti o quella minerale acquistata nei supermercati, come crediamo faccia la quasi totalità degli abitanti di questa martoriata città.


Negli stessi giorni, la giunta comunale trova un centinaio di migliaia di euro da distribuire a pioggia  ad associazioni pseudo artistico-culturali. Stavolta, sempre sui social, qualcuno ripropone un ritaglio di giornale con questo titolo (frase di Messinese): “Mai più il Comune come bancomat!”.
Noi continuiamo a raccontare la città. Lo facciamo ininterrottamente da 34 anni su carta e da ben 15 sul web. Lo facciamo con impegno e passione per dare ai gelesi un’informazione trasparente, obiettiva, non viziata da condizionamenti, amicizie, benefit sotto qualsiasi forma, diretta e non.


Per quanto riguarda il governo della città, prendiamo atto dell’incapacità del Consiglio comunale  di mandare a casa un sindaco costretto dalla sua solitudine a navigare a vista e che però viene  legittimato a governare dalle stesse persone che oggi gridano “abasso!” e domani “evviva!”. In realtà conniventi di uno stato di cose che mette al sicuro la loro autoconservazione, per un misero gettone di presenza diventato per alcuni salario di sostentamento. Tutto si spiega così, tra bisogni ed incapacità.


Così resta nelle mani di pochi il destino di questo territorio, la cui litigiosità fa il gioco di chi vive e costruisce le proprie fortune sulle divisioni altrui.
I partiti sono scomparsi dalla scena politica. Anche il Pd, il più granitico nel panorama cittadino, si è spaccato in due, con un centrodestra che non è da meno, dove il ruolo dell’uscente deputato regionale Federico (Forza Italia) è stato messo in discussione al primo tentativo (leggasi ultima mozione di sfiducia) di ricompattare un’area che comprende anche #Diventerà Bellissima, Energie per l’Italia e Noi con Salvini, tutti rappresentati in Consiglio comunale.


Le elezioni regionali a Gela hanno ricalcato l’orientamento nazionale, mandando all’Ars un deputato del Pd, uno di Forza Italia, il terzo del M5S. Le Politiche del 4 marzo prossimo potrebbero invece riservare sorprese per via di una legge elettorale inedita.  Il rischio è che questa città rimanga ancora una volta lontana da Montecitorio e da Palazzo Madama.