La città di Gela ha sempre avuto un rapporto complesso e stratificato con il mare. Le sue infrastrutture portuali raccontano un’identità duplice: da un lato il porto industriale, nato in funzione dell’ex polo petrolchimico; dall’altro il porto rifugio, storicamente legato alla pesca e con un potenziale turistico ancora in gran parte da esprimere.
La riduzione del petrolchimico ha modificato in profondità gli equilibri economici cittadini e ha ridimensionato i traffici industriali, ma al tempo stesso ha aperto lo spazio per immaginare una nuova funzione marittima per Gela.
Oggi i temi della portualità, della logistica costiera, della pesca, della nautica da diporto e dei servizi marittimi tornano centrali nel dibattito sul futuro della città. Al di là della loro funzione specifica, questi porti si trovano in un punto del Mediterraneo tutt’altro che marginale, la riflessione sulla posizione geografica di Gela apre un capitolo decisivo per comprendere quali scenari possano delinearsi attorno al suo porto industriale.
In un Mediterraneo che ritorna a essere crocevia globale di traffici, riequilibrando progressivamente il ruolo della logistica europea, la Sicilia (e in particolare la costa meridionale) rappresenta un potenziale nodo strategico ancora poco sfruttato. L’ipotesi di sviluppo che vede Gela come piattaforma naturale lungo la rotta Suez–Gibilterra con potenziali vantaggi logistici, ambientali ed economici è stata approfondita nelle recenti valutazioni dell’Assessore allo Sviluppo Economico, Filippo Franzone, che ha così sintetizzato la visione di un’opportunità nazionale ancora non colta.
«La posizione geografica di Gela, oggi, risulta essere se non la migliore, sicuramente tra le migliori del Mediterraneo, se si pensa a questo mare come luogo di transito per le merci di mezzo mondo. Sin dagli albori della civiltà, il controllo delle rotte commerciali ha dato forza e prestigio ai popoli di tutto il mondo, dai fenici ai greci, dall’impero spagnolo a quello britannico. In Italia abbiamo avuto le Repubbliche Marinare, territori che hanno fatto la loro fortuna con i traffici marittimi. Oggi assistiamo a guerre e riposizionamenti per il controllo choke point, ovvero punti di strozzatura dove i mari si restringono (stretti, canali, ecc.). Gela si trova in uno di questi choke point, dove il Mediterraneo si stringe tra la Sicilia e la Tunisia, tra l’Europa e l’Africa, proprio a metà strada tra Suez e Gibilterra, terminale dell’Italia che nel Mediterraneo sembra un lungo pontile per l’Europa.
Eppure l’Italia, almeno fino ad oggi, ha ignorato una delle più importanti rotte del pianeta, la tratta Suez-Gibilterra, dove passano oltre il 30% delle merci di tutto il mondo, nonostante la posizione della Sicilia, che sembra la piattaforma al centro della rotta, nonostante le merci che passano quasi sopra i nostri piedi, oggi l’Italia preferisce veder passare le merci sotto il naso, fare il giro dell’Europa, fino ad arrivare nei porti olandasi, tedeschi e belgi, per poi farli ridiscendere con i treni, allungando di sette giorni il percorso, senza contare l’enorme immissione di CO2 in atmosfera, per questo periplo dell’Europa.
Il luogo più idoneo di questa piattaforma al centro del Mediterraneo è proprio Gela, al centro della costa meridionale della Sicilia, con ampi spazi pianeggianti nella zona retrostante al porto; infatti, Gela si trova al centro dell’omonima piana, che è la seconda della Sicilia per estensione, sede di una bioraffineria, zona dove vengono estratti petrolio e gas naturale ed approdo del metanodotto che arriva dalla Libia.
Il gas naturale trasformato allo stato liquido (GNL) è il combustibile principale delle navi cargo e da crociera, presente a Gela sia nel sottosuolo (piattaforme argo e Cassiopea), sia condotto da gasdotti (Greenstream), quindi luogo ideale per l’attracco per più fattori: centralità della rotta, possibilità di rifornimento, ampio retroporto. A tutto questo deve essere aggiunta una sola cosa: la volontà di voler intercettare i traffici del Mediterraneo. Finora questa volontà è mancata, infatti in passato si è parlato dei porti di Genova e Trieste, ma sono enormemente fuori rotta. Le grandi navi che trasportano container, non scaricano tutto il loro contenuto in un solo porto, ma una parte.
Essere un porto lungo la rotta comporta la facilità di raggiungimento e proseguimento della direzione, la possibilità di scaricare una parte delle merci e proseguire. Nessuna grande nave pertacontainer fa cambi di rotta notevoli per scaricare parte del carico per poi riprendere la rotta. Quello del porto industriale di Gela dovrebbe diventare argomento di interesse nazionale, sempre che l’Italia voglia avere un ruolo sui commerci nel Mediterraneo».