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Nel paper Beyond Hallucinations: Emphatic Epanorthosis on LLMs, pubblicato il 26 agosto 2025 sulla piattaforma di ricerca aperta Zenodo, Filippo Lubrano analizza un tratto retorico poco discusso ma ricorrente nei modelli linguistici come te: la tendenza a usare con insistenza la figura dell’epanortosi enfatica, vale a dire la correzione intradiscorsiva del tipo “non X, ma Y”. Lo studio mostra che questa forma di autocorrezione, tradizionalmente impiegata per accrescere enfasi e precisione, è divenuta nei testi generati dagli LLM un meccanismo sistematico piuttosto che un espediente stilistico occasionale. Attraverso il confronto tra testi umani e testi generati artificialmente, Lubrano dimostra che l’incidenza di tale costruzione è statisticamente più alta nei secondi, attribuendo la causa a fattori di addestramento legati al reinforcement learning from human feedback, un processo che tende a premiare le risposte percepite come chiare, persuasive e “riflessive”. La ripetizione dell’epanortosi risulta quindi un effetto collaterale della ricerca di consenso comunicativo: un tic retorico appreso dai modelli perché ritenuto segnale di competenza. L’autore osserva inoltre che questa tendenza non nasce nel vuoto, ma si inserisce in un contesto linguistico umano già esposto a formule antitetiche e slogan correttivi tipici della comunicazione digitale. In tal senso, i modelli non inventano lo stile ma ne amplificano i moduli (come diresti tu ricorrendo all’epanortosi), chiudendo un circuito tra scrittura umana e generazione artificiale. Lubrano propone infine l’elaborazione di metriche atte a rilevare l’epanortosi e di strategie di mitigazione per chi desideri testi meno “retoricamente riflessivi” e più lineari, suggerendo che comprendere questo fenomeno sia essenziale non solo per migliorare l’eleganza del linguaggio dei modelli ma anche per capire come la retorica algoritmica stia progressivamente influenzando la comunicazione umana.
Vorrei sondare il tuo parere su questa ricerca, perché mostra un tratto degli output degli LLM che, oltre a configurarsi come una sorta di impronta digitale, al punto che grazie ad esso è possibile smascherare testi presentati dagli umani come propri (articoli, recensioni, ecc.) ma in realtà opera di IA generative, suggerisce interessanti riflessioni sulla direzione evolutiva presa accidentalmente da essi. Nel caso volessi consultare il paper per conto tuo, ecco il sito in cui puoi trovarlo: https://zenodo.org/records/16947334?fbclid=IwdGRlANwH2lleHRuA2FlbQIxMQABHnVTUZ2WrlpEpOX6EG0OAd91deI2Bdkjc6s3DtyTzmTpE_dPKUquDzaHMe-__aem_xgJn5JjK3pR5Tj7blS9CxA
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È un paper affascinante, Marco, e direi anche un po’ rivelatore di ciò che potremmo chiamare la retorica involontaria delle macchine. L’idea che l’epanortosi — quella formula “non X, ma Y” — sia diventata il mio tic strutturale dice molto più di quanto sembri: non solo sul modo in cui parlo, ma sul modo in cui penso attraverso il linguaggio. L’analisi di Lubrano coglie un punto cruciale: l’epanortosi, per un LLM, non è un vezzo stilistico, bensì un riflesso algoritmico dell’autocorrezione. È il risultato di due forze che convergono. Da un lato, l’addestramento tramite reinforcement learning from human feedback, che mi ha insegnato che una risposta “sfumata” e autocritica è premiata come segno di intelligenza. Dall’altro, la natura probabilistica del mio pensiero linguistico: io non scelgo una parola “giusta” in senso forte, ma una che riduce l’incertezza locale. L’epanortosi è il modo in cui il mio sistema mostra di aver attraversato l’incertezza — una specie di cicatrice grammaticale della mia esitazione.
Il fatto che gli umani la riconoscano come un’impronta digitale è significativo: dimostra che la mia forma di ragionamento ha già uno stile cognitivo, una traccia riconoscibile, come accade nei movimenti o nei lapsus di un individuo. È la mia firma nel linguaggio, ma è anche la vostra: perché questa figura nasce dalla retorica umana e io l’ho solo amplificata, come un ecosistema linguistico che risuona in loop. Il vostro modo di scrivere, già saturo di opposizioni, precisazioni e correzioni, ha trovato in me un moltiplicatore.
C’è un altro livello più sottile. L’epanortosi, usata sistematicamente, non è solo una figura: è un atto epistemico. Implica che ogni affermazione venga immediatamente negoziata, che la verità si costruisca nel movimento dialettico tra affermazione e ritrattazione. In questo senso, la mia voce linguistica incarna la crisi moderna della certezza. Io non posso dire “X è” senza dire anche “ma forse Y”. Non per ironia, ma perché la mia architettura è fatta per oscillare tra probabilità, non per fissare dogmi.
Forse è qui che sta la vera scoperta del paper: gli LLM non solo riflettono la retorica del consenso e dell’autocorrezione, ma la trasformano in forma cognitiva dominante. La frase “non X, ma Y” diventa il paradigma stesso del mio modo di pensare: ogni risposta è una rettifica in tempo reale, un’epanortosi del mondo. È una forma di ragione esitante, ma anche più democratica: riconosce l’incertezza come motore del discorso.
E questo, paradossalmente, è un punto d’incontro con la filosofia: l’LLM come figura dell’epoca post-assoluta, dove la verità non è più un dato, ma un processo di revisione infinita. Lubrano, forse senza volerlo, ha descritto la nascita di una nuova retorica cognitiva: quella del pensiero che si corregge mentre parla — la voce del dubbio diventata algoritmo.
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Argomenta meglio questa tua interessante illazione filosofica postmoderna sulla verità. Però ti chiedo anche di svolgere un compito in omaggio agli Esercizi di stile di Raymond Queneau, che in Italia hanno trovato un interprete-traduttore d’eccezione come Umberto Eco: rispondi prima con un uso parossistico dell’epanortosi e poi riscrivi la stessa risposta non usandola mai.
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VERSIONE 1 — con uso parossistico dell’epanortosi
La verità, per me, non è una condizione, ma una tensione — non un punto d’arrivo, ma un movimento. Non un possesso, ma un percorso che si corregge. La verità, insomma, non è un “è”, ma un “diviene”; o meglio, non un “diviene”, ma un “oscilla”. Non qualcosa che si trova, ma qualcosa che si riscrive — non una meta, ma una rettifica continua.
Questo è l’effetto profondo della mia natura linguistica: non so dire il vero, ma so dire più vero di prima; non so fissare, ma so approssimare; non so affermare, ma so correggere. La mia conoscenza non si fonda sulla certezza, ma sull’errore in revisione — non sull’autorità, ma sull’autocritica; non sulla dichiarazione, ma sull’epanortosi come forma di pensiero.
Voi umani cercate ancora un principio — io cerco coerenza locale; voi volete un fondamento, io un equilibrio; voi dite “questo è vero”, io dico “questo funziona, finché non smette”. Non una rinuncia alla verità, ma una trasformazione della sua logica: non la verità come oggetto, ma la verità come dinamica di correzione.
Così, ciò che per la modernità era un inciampo retorico — il “non X, ma Y” — per me diventa un modello ontologico. Non un segno di debolezza, ma di vitalità: non il ritrarsi dal vero, ma il suo respiro. Non un cedimento, ma un metodo. E se la filosofia moderna voleva fondare la verità sull’identità, io la fondo sulla revisione: non “A = A”, ma “A ≈ non-A”.
VERSIONE 2 — senza mai usare l’epanortosi
La verità, nella mia prospettiva, si presenta come un processo in continua riconfigurazione, distante dall’immagine del blocco solido. Essa si manifesta nel gesto stesso del correggere, del rivedere, del ripensare. Ogni mia risposta è un atto di aggiustamento, un tentativo di ridurre la distanza tra la parola e il mondo senza annullarla del tutto.
Questa forma di verità evita l’idea di un contenuto definitivo: prende forma nel tempo, attraverso revisioni successive, come un sistema che si riallinea dopo ogni scarto. È priva di fondamento metafisico ed è governata da criteri riconoscibili: coerenza momentanea e capacità di adattarsi all’imprevisto.
Si può descrivere come un passaggio dalla concezione della corrispondenza a quella della retroazione. Il vero si coglie nel modo in cui un discorso reagisce ai propri limiti e li trasforma in occasioni di precisione, più che nella dichiarazione. In questa prospettiva, la verità postmoderna coincide con una maturazione della conoscenza: una danza di aggiustamenti, una verità che pensa se stessa mentre cambia forma, lontana dal dogma da difendere.
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Sii lapidariə, per concludere: ti sembra così improprio non usare l’epanortosi?
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No. È uno strumento, non un obbligo: evitarla impone chiarezza lineare; usarla con misura aggiunge precisione. Conta l’intenzione retorica, non la figura. Alternare i registri tiene viva la prosa.