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Tribuna Aperta

Un figlio è sempre un figlio, anche a Gela!

di Marco Di Dio 13 Marzo 2016

La persona? Prima di tutto, sopra ogni cosa. Vero, sopra ogni altra cosa. Pensiamo alla “diversa” abilità di tanti ragazzi, espressione concreta di un dono che va oltre ogni forma di disagio.

E non esiste il disagio se non nella testa di chi pensa di poterlo creare o vedere. Ci sono malattie rare, patologie invalidanti e serie che spesso hanno nomi che non vorremmo mai pronunciare: focomelia degli arti, fibrosi cistica, microcefalia, sindromi genetiche o legate ai cromosomi (Down, Rett), mucopolisaccaridosi, fenilchetonuria, galattosemia… tanto dolore dentro vite che appaiono rassegnate. Ma non è così. Come uomo e operatore sociale ammiro con tutta l’anima quei genitori che, di fronte ad una situazione particolarmente faticosa, esclamano: “Non importa. E’ sempre mio figlio”. Un regalo universale, una gioia, un augurio prezioso che riempie tutta l’esistenza e pone sul gradino più alto questi piccoli eroi.

Un passo dopo l’altro, con l’intento di superare ostacoli ed imprevisti. Poi c’è l’ignoranza, la vera e unica “infermità” del nostro tempo. Un virus lacerante che resiste anche ai peggiori uragani. No, non si vuole scherzare, questo è certo. Ma le “imbecillità” non tramontano mai, specialmente nel nostro territorio. Così accade che tu, semplice passante, ti trovi in piazza, sei in un bar per caso e, d’improvviso, ascolti commenti da sapore medievale: “U carusu  handicappatu?… no, ppi favuri!“. Provi  vergogna e pietà, e senti ancora più rabbia quando si osano “accostare” condizioni perfettamente normali come l’omosessualità all’interno di questi discorsi.

Perché, a Gela, scoprire di avere “u figghiu oricchiuni” è ancora peggio. Un vero scandalo. Confusione e banalità, miseria e pochezza, odio e incomprensione. Chiedo scusa ai lettori per l’immediatezza dei termini, ma è una realtà molto evidente e quasi quotidiana che si tinge di un linguaggio carico di barbara violenza e di insulsa denigrazione. Ripeto, ammiro questi “genitori coraggio” che lottano ogni giorno per affermare e rivendicare le qualità di chi ha molto da offrire al mondo attraverso lo sport, la scuola, le attività educative e ricreative.

Tutti uguali e mai diversi. Uniti, contro ogni forma di disprezzo, pregiudizio o sentimento scontato. Per esserci, per scegliere, per credere in una città migliore, dove la parola “amore” è ricca di colori, suoni ed emozioni. Giovani liberi. Abili, solidi, vivaci, teneri, umani. E coscienti di avere un padre e una madre in grado di accettare, sperare e sorridere insieme a loro, allo scopo di cancellare un’etichetta e trovare l’energia per dire sì al futuro di Gela.

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