Corriere di Gela online

Notizie e approfondimenti su cronaca, politica ed eventi a Gela e nel Comprensorio

Arte e Cultura

Oltre ogni assennatezza (recensione a Dolci detti. Dante, la letteratura  e i poeti, un saggio di Gandolfo Cascio)

di Redazione 8 Gennaio 2022

Perché leggere poesia? e perché scriverne? e perché Dante? 

Gandolfo Cascio (nella foto), che insegna in Olanda Letteratura italiana e Traduzione all’Università di Utrecht, si industria di rispondere a queste domande nel saggio pubblicato quest’anno, 2021, a Venezia da Marsilio, dal titolo Dolci detti. Dante, la letteratura e i poeti

Dante è per questo studioso un amore d’antica data, che ancor dura, come testimonia anche l’Observatory on Dante Studies, il progetto di ricerca che in quell’università il professor Cascio conduce.

Il saggio è costruito su quattro capitoli. 

Il primo (“Con gli amici, nello studiolo, per mare e su per la montagna”), commenta il quadro di Vasari Sei poeti toscani illustri, dipinto nel 1544. È un’immagine che dice, sì, la posizione di primo piano di Dante tra i letterati toscani, ma anche l’affermarsi di un gusto diverso e di altri modelli. Vi si riconnette idealmente il terzo capitolo “Dante’s Afterlives”, cioè la fortuna di Dante nei secoli, e la nascita del culto di Dante dal XIX secolo fino a noi. 

Ma é il secondo capitolo a contenere il nucleo centrale del saggio. Ed è il quarto capitolo a suscitare viva emozione in chi legge. 

Il secondo capitolo  (“Un’ idea di letteratura nella Commedia”) ,  titolo continiano, dichiara le ascendenze teoriche dello studioso, da ricercare nella critica stilistica, «procedura sicura e conveniente (…) perché reclama l’esperienza e l’esperimento, (…) perché eccita tanto l’intelligenza della mente quanto quella sensuale». 

Analizzando dunque i versi della Commedia il saggio osserva che qui Dante “squaderna” i temi che ha discusso lungo tutta la sua vita con gli amici poeti, stilnovisti e non, d’accordo con lui o no.  Insanabile la rottura con Guido Cavalcanti, il primo dei miei amici, narrata nell’indimenticabile decimo canto dell’Inferno. Intensi gli incontri in purgatorio con gli amici, da Casella e Sordello, fino a Guido Guinizelli e Arnaut Daniel sull’ultima balza della montagna, dove ci si monda dal peccato di lussuria nel fuoco che affina.

Non mancano, ovviamente, i poeti antichi latini, primo fra tutti Virgilio, e poi Stazio, anello di congiunzione tra latinità e cristianità: essi costituiscono il modello perfetto cui la nuova poesia volgare vuole ispirarsi, ma da cui rivendica autonomia ed emancipazione.

É il quarto capitolo, infine (“Conversazioni in esilio”), a suscitare nel lettore la commozione, È il sentimento del secolare dialogo tra i libri, dialogo che non ha fine, né conosce barriere di tempo e di spazio. È così che conversano tra loro, suggerisce lo studioso, Ovidio e Dante e Mandel’štam. Tutti e tre sono accomunati dall’esperienza dell’esilio, la condizione di chi si trova fisicamente al di fuori della patria, privato dal proprio status sociale.

Le osservazioni sull’esilio di Ovidio e di Dante, esili diversi, dolorosi, ma civili entrambi, finiscono per evidenziare l’inciviltà dell’esilio del terzo, di Mandel’štam. Si allunga formidabile l’ombra del lager, cifra distintiva del XX secolo, il secolo-canelupo, tempo che più di tutti ci induce a dubitare del valore conoscitivo e morale della letteratura. Eppure…

Eppure ci è sempre caro Ser Brunetto, evocato in limine,  che riafferma il valore eterno dell’opera sua, «oltre ogni assennatezza».

Ferdinanda Cremascoli (www.italianacontemporanea.org)

Commenti

Non ci sono ancora commenti. Puoi lasciare il primo contributo.

Lascia un commento

Avviso sui commenti

Puoi commentare senza creare un account. Nome ed email non sono obbligatori; l'email non viene mostrata pubblicamente.

La testata "Corriere di Gela Online" esclude ogni responsabilità per i commenti pubblicati dai singoli utenti. Ogni commento riflette esclusivamente il pensiero e la responsabilità personale di chi lo invia.