La città attraverso i click di Francesco Cerniglia
Classe 1938, ex impiegato Eni in pensione, fotografo amatoriale con l’occhio sensibile di chi sa cogliere l’anima di una città con uno scatto, Francesco Cerniglia (nella foto a sinistra, con il collezionista e suo amico, il compiantoFranco Pardo), ha saputo raccontare Gela nel suo fluire temporale un fotogramma alla volta. Un lavoro instancabile che diventa memoria viva e, quasi senza volerlo, una vera e propria storia per immagini della città.
La fotografia, per Cerniglia, è sempre stata una passione genuina, il suo sguardo, non condizionato dalle regole del mercato o dalle esigenze dell’editoria, è lo sguardo di un uomo che ama la propria terra e la osserva con rispetto, curiosità e attenzione. Nei suoi scatti, la città non appare mai filtrata da artifici: è viva, concreta e spesso sorprendente. Il valore del suo lavoro risiede anche nella continuità, non si tratta di una collezione episodica di immagini ma di un archivio che, cresciuto di anno in anno, ha saputo seguire i mutamenti urbanistici, sociali e culturali di Gela.
Le piazze, le strade, i palazzi storici ma anche i quartieri popolari, il mare e la campagna. Tutto diventa parte di un mosaico che racconta una città complessa, difficile, ma al tempo stesso ricca di bellezza e di storie. Scorrendo le fotografie di Cerniglia ci si accorge che non esistono soltanto scorci suggestivi o vedute da cartolina. C’è spazio anche per il quotidiano, per i momenti di vita semplice che restituiscono autenticità: Una festa di quartiere, un tramonto sulla spiaggia, un volto, un gruppo di bambini che giocano in strada, sono scene che rischierebbero di passare inosservate ma che, attraverso la sua macchina fotografica, diventano frammenti di memoria collettiva.
Le città cambiano, si trasformano, spesso cancellano parti del proprio passato. Le immagini di Cerniglia, invece, trattengono ciò che rischierebbe di andare perduto. La sua è una fotografia di prossimità, di vicinanza emotiva e affettiva. Non cerca l’effetto speciale ma la verità del momento. Ed è forse per questo che i suoi scatti parlano in maniera così diretta a chi li osserva.
Da un’intensa intervista telefonica è emersa tutta la sensibilità di un uomo che ha scelto la fotografia come linguaggio privilegiato per raccontare le proprie emozioni.
– Quando e come è nata la sua passione per la fotografia?
«È nata un po’ per curiosità. All’inizio, osservando la vita del mio paese, mi è venuta voglia di catturare quei momenti, soprattutto quelli legati ai miei amici e coetanei. Avevo appena 18 anni quando ho iniziato a fare le prime foto. Grazie a una maestra di scuola che mi ha prestato una macchinetta fotografica, molto semplice. Con quella ho scattato le prime immagini ai miei familiari e ad alcuni amici del vicinato. È stato il mio primo approccio diretto alla fotografia. Da lì, la passione è cresciuta piano piano. All’epoca non avevo grandi mezzi né attrezzature, quindi ho usato quella macchinetta prestata un paio di volte. Poi, da studente, ho comprato a Palermo una fotocamera da 2.000 lire che usava pellicole da 12 mm e permetteva di scattare otto fotogrammi. Con quella ho fotografato i miei compagni di scuola, gli amici di allora e anche quella che sarebbe diventata mia moglie, che avevo appena iniziato a conoscere. Quelle foto le conservo ancora, stampate e ben custodite. Dopo, durante il servizio militare, ho finalmente acquistato la mia prima vera macchina fotografica personale. Quando mi sono trasferito a Gela nel 1963, l’ho portata con me e ho cominciato a scattare con più continuità. Mi dispiace solo di non aver fatto di più all’inizio: non avevo esperienza, né qualcuno che mi guidasse. Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto seguendo l’istinto».
– Ci sono dei luoghi di Gela alla quale lei è particolarmente legato?
«Non è che io sia legato a un luogo in particolare. Quello che mi emoziona può nascere ovunque, da qualsiasi cosa. Quando qualcosa mi colpisce, mi viene spontaneo conservarlo, immortalarlo. Le mie foto spaziano dalla formichina alla luna: in questo universo visivo, tutto ciò che mi parla, che mi tocca, ho cercato di fermarlo nel tempo. È il mio modo di dare valore alle emozioni, di non lasciarle scivolare via».
– Si considera più un fotografo istintivo o riflessivo?
«Mi considero un fotografo emotivo. Non ho mai saputo dipingere così ho scelto la fotografia, è il mio modo di dare forma all’emozione. Ogni scatto nasce da un impulso, da qualcosa che mi colpisce dentro: un gesto umano, un tramonto, un angolo di strada, un volto, un’usanza. Ho fotografato tutto ciò che mi ha parlato, che mi ha fatto vibrare. Ogni immagine è un frammento di ciò che ho sentito. Ora, da tre anni, non posso più uscire, sono fuori gioco ma non mi pesa troppo, rivedo il mio archivio e lo rivivo. È come sfogliare un diario emotivo in cui ogni foto è una pagina, una memoria che ancora mi parla».
– Quando ha iniziato immaginava che in futuro questo archivio potesse in qualche modo diventare una storia per immagini della città?
«No assolutamente, Non sono mai stato un fotografo professionista, la mia è sempre stata una passione coltivata nei ritagli di tempo. Ho trascorso tante notti a osservare la magia di una foto che prendeva vita dallo sviluppo di un rullino. Con il tempo, però, questa passione mi ha portato a esporre in diverse mostre e a vincere numerosi concorsi fotografici. Molti dei miei scatti sono stati pubblicati su libri, utilizzati per tesi di laurea, scelti come copertine ed immagini editoriali e persino fonte d’ispirazione per pittori. Qualche mio scatto è attualmente in mostra a “U Bastiuini culla dei pescatori”. È bello pensare che le foto diventino occasione di confronto e condivisione».
– Scorrendo il suo archivio come è cambiata la città di Gela?
«I cambiamenti ci sono stati ma sono arrivati lentamente, forse troppo lentamente. Forse è mancata la volontà o la possibilità da parte degli amministratori. In altre città le trasformazioni sono state molto più evidenti. Dal punto di vista conviviale era meglio allora. C’era un modo di pensare diverso, più aperto, più umano. I giovani erano meno violenti, più comunicativi. Io stesso ho intrecciato legami profondi con tanti ragazzi del posto e con i negozianti, soprattutto gli amici fotografi che mi davano una mano a stampare le fotografie. Perché, in fondo, ho sempre fatto tutto da solo: compravo la pellicola, caricavo i rullini, li sviluppavo e li stampavo con le mie mani».
– Il suo archivio fotografico, ormai vastissimo, potrebbe un domani trasformarsi in una risorsa preziosa anche per studiosi, storici o semplici cittadini desiderosi di riscoprire le radici di Gela. Non si tratta solo di estetica, ma di identità: conoscere la propria città attraverso immagini autentiche significa rafforzare il legame con essa, se lo aspettava?
«No, assolutamente, prima di me ci sono stati tanti altri fotografi che hanno fatto tanto per la città a cominciare da Guglielmino o Cassarà. Io sono l’ultimo arrivato e mi fa piacere che qualcuno apprezzi la mia piccola parte».
Francesco Cerniglia, senza proclami e senza palchi, ha già compiuto qualcosa di straordinario: ha dimostrato che raccontare il proprio territorio non è privilegio di pochi ma possibilità aperta a tutti. Servono solo uno sguardo attento, una passione sincera e il desiderio di condividere. La sua Gela, tra mille contraddizioni, è anche un luogo di luce, di incontri, di paesaggi capaci di emozionare. Il lavoro di Cerniglia è una testimonianza silenziosa ma potentissima. È la prova che l’amore per la propria città può trasformarsi in racconto, memoria e bellezza. A volte, la storia di un luogo può essere scritta da occhi che sanno guardarlo con cura e restituirlo al mondo attraverso una sequenza infinita di immagini.
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