La riduzione di 14 posti letto all’ospedale Vittorio Emanuele di Gela si annuncia come un impatto gravissimo sulle condizioni di decine di famiglie già precarie.
In un territorio dove l’occupazione è fragile, il lavoro spesso è intermittente e sottopagato, e la povertà tocca anche chi ha comunque un impiego, il taglio della nuova Rete ospedaliera siciliana approvata dalla Commissione Salute dell’Assemblea regionale rischia di produrre conseguenze devastanti.
A pagare il prezzo più alto sarebbero i lavoratori dei servizi di supporto: addetti alle pulizie, ausiliari e personale delle cucine. Settori in cui i contratti part-time oscillano tra le 15 e le 24 ore settimanali, con stipendi che non garantiscono una vita dignitosa e costringono spesso a cercare un secondo lavoro pur di mantenere la famiglia.
La riorganizzazione sanitaria, pensata sulla carta per razionalizzare i servizi, a Gela diventa un incubo sociale. L’ospedale non può funzionare senza chi garantisce quotidianamente igiene, pasti e assistenza ai reparti.
Eppure, nel momento in cui i posti letto diminuiscono e i reparti vengono chiusi o accorpati, è proprio questo personale a diventare superfluo agli occhi della gestione. Un paradosso che mette in luce la fragilità di un sistema che scarica sempre sui più deboli il peso delle scelte politiche.
A denunciare con forza il rischio è Nuccio Corallo, sindacalista della Filcams (Federazione Italiana Lavoratori Commercio Alberghi Mensa e Servizi) Cgil di Caltanissetta. «Gli addetti alle cucine e alle pulizie sono i più esposti – spiega – perché sono i primi a risentire della riduzione dei reparti. Se si riduce il numero dei degenti, scende automaticamente la necessità di manodopera nei servizi di supporto. Questo significa esuberi, tagli alle ore o addirittura licenziamenti».
I numeri parlano chiaro: circa settanta addetti tra pulizie e ausiliari e una decina di lavoratori nelle cucine. Ottanta persone che rischiano di vedere ulteriormente compromessa una condizione economica già fragile. Molti sono impiegati con contratti da 15-18 ore settimanali, che si traducono in buste paga da poche centinaia di euro.
«Parliamo di lavoro povero – ribadisce Corallo –. In molti casi chi fa le pulizie deve avere un secondo impiego per sopravvivere. Spesso si tratta di donne sole, ragazze madri, vedove o separate che con stipendi bassissimi mantengono i figli. È questa la realtà del settore multiservizi: sei povero pur lavorando».
A rendere lo scenario ancora più incerto si aggiunge un’altra variabile: da qui a gennaio potrebbe scattare il cambio appalto per i servizi di pulizia e ausiliariato nell’intera Azienda sanitaria provinciale di Caltanissetta. Un passaggio che, sebbene teoricamente garantisca la continuità occupazionale, nella pratica apre la porta a riorganizzazioni e tagli.
«La nuova azienda subentrante – avverte Corallo – potrebbe decidere di ridurre l’organico, distribuendo i turni in modo diverso o tagliando alcune posizioni. Non possiamo escluderlo e i lavoratori temono che accada proprio questo. Per l’ospedale di Gela la minaccia è doppia: il taglio dei posti letto e il cambio appalto».
In caso di crisi temporanee, il ricorso agli ammortizzatori sociali potrebbe offrire un paracadute, ma se il taglio dei posti letto dovesse essere strutturale, le soluzioni diventerebbero complicate. «Ogni caso fa storia a sé – spiega Corallo –. Se la crisi dura pochi mesi si può ricorrere agli ammortizzatori. Ma se diventa stabile, l’alternativa è il trasferimento in altre sedi o la riduzione oraria per tutti. Eppure come si può chiedere a chi già vive con 18 ore settimanali di lavorarne ancora meno?».
Il rischio è quello di un effetto domino che travolga un tessuto sociale già fragile. Gela è una delle città siciliane con il tasso di disoccupazione più alto e con un mercato del lavoro che offre poche occasioni, quasi sempre precarie. Ogni taglio occupazionale qui si traduce in un aggravamento delle condizioni generali: meno reddito per le famiglie significa meno consumi, più povertà, più dipendenza da aiuti esterni. L’ospedale, presidio di salute e di sicurezza, diventa così anche luogo di precarietà e di nuove incertezze anche per gli utenti.
Per i lavoratori coinvolti la prospettiva è drammatica. Già oggi vivono con salari insufficienti e contratti part-time che non garantiscono autonomia economica. La riduzione dei posti letto rischia di far precipitare molti nella povertà assoluta.
«Come sindacato – conclude Corallo – saremo al fianco dei lavoratori in questa battaglia sostenendo ogni iniziativa delle maestranze promuovendo attività mirate a garantire all’utente finale il diritto di curarsi nella propria città. Ma la preoccupazione è altissima, perché qui non si parla di numeri astratti, ma di persone, di famiglie che rischiano di perdere l’unica fonte di sostentamento».
La vicenda del Vittorio Emanuele, al di là delle cifre, rappresenta l’ennesima prova di come il sud della provincia paghi i costi più alti delle razionalizzazioni imposte dall’alto. A Gela il taglio di 14 posti letto non è solo una questione di sanità pubblica, ma il segnale di un impoverimento sociale che si abbatte sulle fasce più deboli del mondo del lavoro. Per decine di famiglie, il futuro appare oggi più incerto che mai.







