Persino un magistrato navigato come il Procuratore della Repubblica, Salvatore Vella (a sinistra nella foto) appare turbato nel raccontare ai cronisti il primo femminicidio dell’anno a Gela: «Povera donna… è stata uccisa con una violenza selvaggia, devastante, con una ferocia inaudita».

L’assassino avrebbe poi tentato di cancellare le tracce e depistare le indagini ma è stato scoperto e arrestato.

Perchè non si trattava di una morte accidentale dovuta a un incidente domestico, come era stato ipotizzato inizialmente, ma di un femminicidio volontario compiuto dal convivente a mani nude e con particolare violenza e ferocia.

E’ questo il quadro indiziario emerso a conclusione della prima fase delle indagini svolte dai carabinieri e coordinate dalla Procura della Repubblica del tribunale di Gela in merito al decesso di una donna, Veronica Abaza, di 64 anni, rumena, avvenuto nella notte tra il 16 e il 17 settembre nella sua casa di via Amendola, nel quartiere San Giacomo, a Gela.

Il presunto autore sarebbe un connazionale della donna, Lucian Stan, di 40 anni, con precedenti per maltrattamenti, che è stato arrestato dai militari dell’arma in esecuzione di un ordine di custodia cautelare in carcere emesso dal gip del tribunale gelese su richiesta della Procura inquirente.

Lo stesso Stan, invece, avrebbe tentato di celare le cause volontarie del delitto cancellando dall’abitazione ogni traccia di sangue e di violenza e simulando un malessere della compagna dovuta a una caduta per le scale. Ai carabinieri infatti avrebbe riferito che Veronica Abaza sarebbe rientrata a casa a notte inoltrata, in evidente stato di ebbrezza, e gli avrebbe chiesto aiuto per mettersi a letto dove lui l’avrebbe accudita tenendole la mano.

I vicini e in particolare i connazionali (minacciati e intimiditi da Stan), raccontano invece di una notte burrascosa tra i due, con grida e rumori di una lite violentissima. L’ennesimo scontro di un rapporto difficile tra conviventi con una notevole differenza di età (24 anni), iniziato dopo che lui aveva interrotto la relazione avuta con la figlia della stessa Veronica Abaza.

«Ma le ecchimosi diffuse sul corpo della vittima e i rilievi tecnici effettuati sulla scena del rinvenimento già raccontavano molto di più e di diverso rispetto a questa prima versione, come in seguito accertato dalle convergenti emergenze investigative e corroborato dall’esame autoptico» – scrivono i carabinieri.

Come dire che «il corpo martoriato della defunta rivelava molto più di quanto non dicessero i vivi».

Gli stessi carabinieri nella nota diffusa alla stampa scrivono che «secondo il medico legale infatti la causa del decesso sarebbe da ricondurre a “grave politrauma cranico-encefalico e toraco addominale chiuso, condizionante una insufficienza cardiaca”, lesioni da ricondurre a natura traumatica e all’azione meccanica violenta di terzi – esercitata con pugni e calci ma anche per urto della testa contro una struttura rigida – mentre sul torace e sull’addome sarebbero stati realizzati meccanismi di compressione e schiacciamento descritti plasticamente nel provvedimento cautelare con l’aggressore che sormonta a cavalcioni la vittima».

Insomma, come ha sottolineato dal Procuratore, Vella, nella conferenza stampa tenuta martedì scorso a palazzo di giustizia, Veronica Abaza «è stata uccisa con una violenza atroce».

Pugni e calci in ogni parte del corpo fino a farla stramazzare a terra. Poi si sarebbe messo a cavalcioni sulla vittima pressandole le ginocchia sul torace, prendendole la testa per i capelli e battendola più volte contro il  pavimento. Solo quando si sarebbe reso conto che la donna era morta l’avrebbe messa sul letto e avrebbe cercato di cancellare ogni traccia della sanguinosa brutalità. Poi le telefonate d’emergenza.  Ma non è stato lui a chiamare i soccorsi e ad avvertire le forze dell’ordine, sono stati i vicini, offrendo poi tutta la loro collaborazione alle indagini.

«Questo è il primo femminicidio del 2025 a Gela – ha detto il Procuratore, Vella – e speriamo che sia l’ultimo.  Ma gli episodi di violenza domestica, sia nei confronti di conviventi che di ex conviventi o di soggetti con cui si hanno relazioni familiari purtroppo sono all’ordine del giorno e riguardano gli italiani così come gli stranieri. Abbiamo quasi 200 episodi denunciati di maltrattamenti in genere e sono solo la punta dell’iceberg. In questa vicenda, i maltrattamenti che subiva la vittima, reiterati nel tempo, non sono stati mai denunciati. Li abbiamo scoperti indagando su questo femminicidio».

Indagini che fanno emergere la positiva collaborazione della comunità romena di Gela con gli inquirenti.

«L’approccio investigativo di approfondimento delle dinamiche e del contesto in cui siamo intervenuti – ha sottolineato il comandante provinciale dei carabinieri, col. Alessandro Mucci (a destra nella foto) – ci ha consentito nell’immediatezza di cristallizzare informazioni che poi si sono rivelate importantissime soprattutto da parte di conoscenti, di connazionali che, malgrado le minacce dell’odierno indagato, ne hanno descritto l’indole particolarmente violenta, i comportamenti nel tempo che poi troveranno conferma nell’esame autoptico. Autopsia che descrive un quadro di violenza devastante» e che ha convinto il Gip a emettere il provvedimento cautelare, disponendo il trasferimento di Lucian Stan in carcere.

Il senatore Pietro Lorefice (M5S), segretario di presidenza del Senato, è intervenuto nella vicenda con una sua nota nella quale afferma che «la tragica vicenda che ha sconvolto Gela ci colpisce profondamente come comunità e come Paese.

Il femminicidio di Veronica Abaza è un dramma che ci richiama ancora una volta a un impegno concreto e costante contro ogni forma di violenza di genere. Come cittadino di Gela e rappresentante delle istituzioni – aggiunge il sen. Lorefice –  esprimo il mio dolore e la mia vicinanza alla famiglia della vittima. L’indignazione di oggi deve tradursi in azione, a tutti i livelli di una società che voglia davvero definirsi civile».