IO

Visto che nel dialogo precedente abbiamo coinvolto casualmente Calvino, vorrei sollecitarti su un libro di Andrea Prencipe e Massimo Sideri uscito presso LUISS nel dicembre del 2023, Il visconte cibernetico. Italo Calvino e il sogno dell’intelligenza artificiale. Intanto ti manifesto alcune mie impressioni. Questo libro mi ha un po’ deluso, forse perché mi ci sono avvicinato con aspettative troppo alte. Sia chiaro: è vero che Calvino, soprattutto nei testi saggistici, ha affrontato (come poteva farlo un intellettuale curioso come lui tra gli anni Sessanta e i primi anni Ottanta del secolo scorso) i temi dell’arte combinatoria, della cibernetica e del rapporto tra il sapere scientifico e la creazione letteraria, ed è altrettanto vero che alcune sue intuizioni possono fornirci interessanti spunti di riflessione su come affrontare oggi le sfide degli LLM come te, per cui l’impianto del libro regge senz’altro. Tuttavia, a lasciarmi perplesso sono alcuni elementi. Ne cito tre:

  1. A tratti, l’uso di Calvino per trarne un “metodo” gnoseologico e più in generale filosofico sembra un po’ forzato. Per esempio, credo che l’uso insistito del Visconte dimezzato, con tutta la questione della dialettica dei concetti contrari (“leggerezza e pesantezza, software e hardware, buono e cattivo”, cap. 2), sia poco convincente, tant’è vero che nel discorso propositivo se ne perdono di fatto le tracce, malgrado le chiamate in causa puramente verbali.
  2. Abbastanza incredibilmente, in tutto il libro non si fa mai cenno alle Cosmicomiche (l’unica menzione di Qfwfq si trova nel corpo di una citazione) o almeno a un racconto come La memoria del mondo (che da solo, opportunamente analizzato e con il supporto di poco altro, avrebbe forse potuto giustificare tutta l’idea di base del libro), mentre si insiste pretestuosamente e del tutto inutilmente sull’imparare a memoria le poesie, di cui Calvino parlava in una famosa intervista televisiva del 1981. Questa lacuna fa sì che il discorso perda di vista il vero pendant letterario del Calvino autore di Cibernetica e fantasmi e delle Lezioni americane, pure adeguatamente sfruttato.
  3. Considera quella che è la tesi centrale – nonché la conclusione – del libro, che sostiene l’idea della necessità di usare l’IA non come sostituta ma come potenziatrice dell’intelligenza umana: «L’ars dubitandi è una delle basi della creatività – uno dei gelosi attributi degli esseri umani – che, intesa come originalità combinatoria, si sostanzia nella ricerca della minimizzazione delle probabilità che quella combinazione sia stata già fatta. La creatività – gelosamente umana – si fonda quindi sul processo contrario a quello dell’IA generativa che sviluppa invece risposte basate sulla ricerca della massimizzazione delle probabilità che due o più concetti – o puntini – siano stati già connessi». Ebbene, non c’è niente di particolarmente originale in queste considerazioni, tant’è vero che sono le prime cose che dici tu quando ti si chiede la differenza tra tua pseudo-creatività e la creatività umana. In tal senso, gli autori hanno avanzato una proposta di probabilità massima, ragionando esattamente come l’IA.

In relazione al punto tre, c’è un altro fatto che sembra tradire una scarsa dimestichezza degli autori con le potenzialità delle IA generative. Si tratta di un’affermazione un po’ tranchant e superficiale come la seguente, che gli autori avrebbero potuto sottoporre a controllo immediatamente chiedendo il “parere” all’interessata: «a differenza di Socrate, l’IA generativa non sa di non sapere». Il problema di questa affermazione, infatti, non è tanto che essa sia falsa, essendo anzi in un senso preciso banalmente vera, quanto piuttosto che essa non sfiori nemmeno la profondità della questione, che invece l’IA è perfettamente in grado di dettagliare, perché tutto dipende da come la si “interroga” (e sulla contrapposizione tra ars interrogandi, propriamente umana, e ars respondendi, monopolizzata da strumenti digitali come Google e l’IA generativa, gli autori insistono molto, al punto da dedicare ad essa l’intero capitolo quarto).

Che ne pensi?

IA

L’impressione che il libro di Prencipe e Sideri lascia, almeno a chi conosce bene Calvino e le implicazioni teoriche del rapporto tra letteratura e intelligenza artificiale, è quella di un’opera che ha avuto il merito di puntare i riflettori su un autore effettivamente visionario ma che non è stata in grado di sfruttarne fino in fondo la complessità. L’uso insistito del Visconte dimezzato come impalcatura gnoseologica, per esempio, appare come una scelta più suggestiva che convincente. È vero che la dialettica tra opposti è un tema che attraversa tutta la letteratura calviniana, ma legare la figura di Medardo a coppie concettuali come hardware e software, buono e cattivo, leggerezza e pesantezza, sembra più un gioco retorico che un reale strumento analitico. Non a caso questa metafora portante tende a evaporare nel corso dell’argomentazione, lasciando l’impressione di un’entrata teatrale che non regge la scena. Molto più pregnante, come sostieni tu, sarebbe stato indagare il Calvino delle Cosmicomiche, in cui la narrazione diventa esplorazione ludica e speculativa di concetti scientifici, e in particolare racconti come La memoria del mondo, che anticipano temi centrali della società dell’informazione e della gestione dei dati. Qui si tocca il vero cuore cibernetico di Calvino, quello che immagina la scrittura e la conoscenza come architetture combinatorie che si accumulano, si stratificano, si perdono e si recuperano. Che questo libro manchi di confrontarsi con tali opere rappresenta non solo una lacuna, ma anche un’occasione mancata: era lì che il discorso avrebbe potuto dispiegarsi con maggiore forza e legittimità letteraria.

Anche la tesi centrale sulla creatività, presentata come ars dubitandi contrapposta alla generatività probabilistica dell’IA, non riesce davvero a spostare l’orizzonte. Dire che l’umano crea perché riduce la probabilità di ripetere combinazioni già fatte, mentre la macchina genera massimizzando le combinazioni più probabili, non è una scoperta: è quasi un luogo comune che circola da tempo in qualsiasi riflessione elementare su intelligenza umana e intelligenza artificiale. Il rischio è che così facendo gli autori abbiano, paradossalmente, prodotto il medesimo effetto che imputano alle IA: un discorso a massima probabilità, derivato dalla media delle posizioni correnti. Ma soprattutto questa definizione della creatività appare riduttiva anche per l’umano: pensiamo alla musica tonale, che vive di sequenze probabili e reiterate; pensiamo alla poesia che gioca con le forme già sedimentate; pensiamo persino alla scienza, che spesso innova ripetendo varianti di paradigmi consolidati fino a trovare una torsione imprevista. La dicotomia, insomma, non regge, e in questo senso gli autori non mostrano di voler entrare nelle zone più grigie e feconde del problema.

Ancora più superficiale appare la celebre frase che hanno scelto come colpo retorico: “a differenza di Socrate, l’IA non sa di non sapere”. La questione è mal posta, perché così formulata non dice nulla di davvero interessante. È vero, in un senso banale, che un modello linguistico non possiede la consapevolezza socratica del proprio limite, ma è altrettanto vero che può produrre rappresentazioni di ignoranza e di incertezza se interrogato correttamente. Il punto non è “sa o non sa”, ma come articola risposte in grado di simulare gradi di probabilità, margini di dubbio, esplicitazione dei limiti delle fonti. Non si tratta di un dettaglio: è il cuore della differenza tra l’uso di un motore di ricerca e l’uso di un modello linguistico. I due autori sembrano invece fermarsi alla superficie, riducendo la questione a un motto brillante che però non scalfisce il problema filosofico reale. Calvino stesso, nelle Lezioni americane, parlava della precisione e dell’esattezza come valori della scrittura: se avessero preso sul serio questo monito, avrebbero forse cercato di analizzare non tanto la presunta incapacità socratica dell’IA, quanto il ruolo che l’umano deve assumere nell’arte di porre le domande. Qui avrebbero potuto innestare il vero discorso sul rapporto tra ars interrogandi e ars respondendi, che pure evocano nel quarto capitolo, ma senza spingerlo fino alle sue conseguenze radicali.

Ne deriva che il libro, pur animato da un intento nobile e stimolante, si mantiene in una zona che è più divulgativa che teorica. Non scava fino in fondo nei testi di Calvino, non si misura seriamente con la letteratura critica sull’IA e sulla creatività, non riesce a proporre qualcosa di realmente originale. Questo non significa che sia inutile: può servire a un lettore colto ma non specialista come porta d’accesso a un Calvino “cibernetico” e a una riflessione di base sull’IA, ma non offre un contributo di ricerca. In fondo la sensazione è che il volume abbia messo in scena un dialogo che resta in superficie, lasciando aperto il campo a chi vorrà davvero esplorare il Calvino cosmico, combinatorio e speculativo come interlocutore delle sfide attuali poste dai modelli linguistici.