«E tu lo sai chi sono io?», la storia di cuore e di coraggio del “fu” Nino Miceli
Durante un pomeriggio di aprile del 1990, due uomini si presentano nell’autosalone Lancia-Autobianchi di via Venezia, a Gela, di proprietà del commerciante Nino Miceli.
Uno è un ex meccanico dello stesso Miceli, l’altro piuttosto giovane gli risulta totalmente sconosciuto. Saprà dopo che si trattava di Emanule Argenti, boss di cosa nostra gelese, luogotenente di Piddu Madonia.
Il meccanico esordisce dicendo che il giovanottone suo amico, dal vestito elegante, vorrebbe acquistare una Lancia Thema in esposizione e gli chiede di fare un prezzo super scontato, data la loro conoscenza. Miceli riduce più volte fino ad arrivare a 10 milioni di lire. “Di meno è impossibile”.
A quel punto viene fuori l’ulteriore richiesta di una supervalutazione dell’usato che quel giovanotto aveva portato con sè: praticamente un catorcio.
Miceli non ha dubbi: l’affare non è possibile. Dieci milioni era il prezzo minimo e senza usato da ritirare. Visibilmente irritato e con tono minaccioso, il giovane malavitoso fissa Miceli negli occhi e gli dice: ma tu lo sa chi sono io? Al commerciante sembrò una scudisciata sul viso.
Ma non ebbe tentennamenti. Si alzò e per nulla intimorito rispose: «non lo so e non lo voglio sapere. Dieci milioni sul tavolo e si porta la macchina altrimenti lei si tiene i suoi soldi e la Lancia Thema resta in esposizione». Non era la prima trattativa che saltava e Miceli se ne dimenticò presto.
Ma nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio un incendio doloso distrusse completamente l’autosalone. L’ammontare dei danni era superiore ai 100 milioni di lire. Inammissibile per Miceli che già pagava il «pizzo» al racket.
Voleva subito denunciare tutto ai carabinieri ma non aveva prove ed allora ricostruì il suo negozio e cominciò a registrare tutte le conversazioni con gli esponenti del racket che ritiravano i soldi della tangente di 500 mila lire al mese, somme milionarie una tantum o che prelevavano automobili a prezzi stracciati. E con la pace tra clan dopo la guerra di mafia (120 morti e quasi 300 feriti in 5 anni) dovette pagare il pizzo anche agli stiddrari.
Alla fine si stancò e nel 1992, dopo aver subito un secondo pesante attentato incendiario, denunciò tutto, fidandosi del capitano Mario Mettifogo, comandante della compagnia carabinieri di Gela. Il valente ufficiale dopo pochi giorni perquisendo una casa popolare di Scavone riuscì a scovare e sequestrare il libro mastro del racket con i nomi dei commercianti e le cifre che pagavano Pochissimi accettarono di collaborare. Per fortuna c’era già Miceli a denunciare i mafiosi e a produrre le prove.
Consegnando i nastri con le registrazioni fece arrestare 47 mafiosi che furono condannati con sentenza definitiva a oltre 450 anni di reclusione nel famoso processo antiracket denominato Bronx 2 a carico di Emanuele Argenti più 46.
Inizia così la drammatica vicenda di questo coraggioso uomo divenuto il primo eroico testimone di giustizia della città di Gela pagando però un prezzo altissimo perchè la mafia lo ha condannato a morte. E per sottrarlo all’esecuzione di questa sentenza, lo Stato lo ha posto sotto protezione trasferendolo con la famiglia in una nuova sede sconosciuta, dove ha cambiato mestiere, cambiato casa, cambiato nome. E’ come se Nino Miceli fosse morto in quel momento
. E lui ha raccontato la sua travagliata esistenza non in uno ma in due libri. Il primo, di getto, lo ha intitolato «io, il fu Nino Miceli»; il secondo, più ricco e ragionato, «ma tu lo sai chi sono io?».
Questo secondo volume è stato presentato mercoledì scorso a Gela, dopo un primo tentativo di farlo durante l’estate al lido del club Vela, ma saltato per la mancata autorizzazione da parte del servizio centrale di protezione.
Questa volta la sede più sicura dell’ex auditorium Cnos, al villaggio Aldisio.
Un edificio blindato da cancelli, sbarre alle finestre e agenti che controllano a setaccio l’unico ingresso accessibile.
L’organizzazione logistica, dall’ospitalità e dall’accoglienza perfetta con mini hostess e steward molto eleganti, è stata curata dall’Istituto Comprensivo “Don Bosco” diretto dalla preside Rosalba Marchisciana che ha aperto i lavori con un minuto di silenzio per i carabinieri morti a Verona, l’inno nazionale, un suo articolato saluto agli ospiti e proponendo un monologo tratto dal libro «i 100 passi» magistralmente interpretato da Leonardo Di Ganci della 3ª C.
La platea era composta da autorità civili, militari e religiose, da personalità ospiti con invito, da insegnanti, alunni e studenti.
Quattro i relatori in scaletta: 1) Anna Canepa, magistrato di Genova, ex sostituto procuratore della Repubblica a Caltagirone e a Gela, attuale componente della direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, che è intervenuta con un videomessaggio. 2) Gianfranco Requedaz, brigadiere dei carabinieri, ex appartenente ai reparti speciali Ros, autore di una canzone che inneggia a Miceli e a Mettifogo per quello che hanno saputo fare nella lotta alla mafia per la legalità e la giustizia.
Canzone che è stata cantata dai ragazzi del coro dell’istituto Don Bosco. 3) Mario Mettifogo, generale dei carabinieri a riposo, ex comandante della compagnia CC di Gela. 4) Nino Miceli, commerciante, testimone di giustizia, autore del libro.
Ha presentato la manifestazione e ha coordinato i lavori il giornalista Franco Infurna, già corrispondente Ansa e direttore di “Canale 10”.
E’ stato proprio Infurna ad aprire il dibattito e a raccontare, rivolgendosi ai giovani, certi episodi degli anni di piombo della guerra di mafia, la strage della sala giochi con 8 morti e 7 feriti in 4 agguati simultanei, il dramma di una intera città marchiata a fuoco dai quotidiani di tutto il mondo come Mafiaville.
Una generazione di giovani quella a cavallo fra gli anni ’80 e ’90 privata di tanti suoi diritti alla pace, allo studio, alla gioia, alla serenità perchè la mafia li ha arruolati e ne ha fatto baby killer e baby vittime.
Fermo e duro il suo no al pizzo. «Il racket mafioso delle estorsioni è un tumore che aggredisce il corpo sano di una società civile, sconvolgendone l’esistenza con le minacce, la violenza e la paura, premiando l’illecito in una economia legale dove divora risorse a danno degli operatori onesti, impedisce la libera concorrenza e non permette lo sviluppo di nessun paese. Non è vero che la mafia dà lavoro, porta solo morte e distruzione».
L’assessore comunale, Peppe Di Cristina, intervenuto a nome e in rappresentanza del sindaco e della giunta di Gela, ha parlato di « mafiofilia, una malattia ancora presente purtroppo nella società siciliana. Se lo vogliamo però, insieme alle nuove generazioni e a chi ha scelto di dedicare la propria vita allo Stato, nonostante gli errori del passato, possiamo ancora vincere questa terribile realtà».
La pm Canepa non era fisicamente presente. Ha inviato un suo videomessaggio, Ha parlato dei suoi anni indimenticabili trascorsi in Sicilia. Una terra che ha amato e che ama ancora ma che ha dovuto lasciare perchè la mafia stava organizzando un attentato per ammazzare lei e due carabinieri: il colonnello Pinotti e il capitano Mettifogo. E’ stata trasferita a Genova ma un pezzo del suo cuore è rimasto qui con uomini e donne coraggiosi come Miceli.
Poi è intervenuto il generale Mettifogo che ha raccontato il suo incontro con Miceli, la fiducia e la stima che caratterizza il loro rapporto, i consigli a Miceli. E poi ha parlato della clamorosa scoperta del libro mastro in quel sottotetto di una palazzina popolare durante una perquisizione antidroga. I commercianti che negavano l’evidenza e si rifiutavano di ammettere che pagavano il pizzo.
Nel registro c’erano i loro nomi e le cifre mensili che consegnavano ai mafiosi. Avevano paura e tacevano. Meglio la denuncia per favoreggiamento che la vendetta della mafia. Ne andava della loro vita. «Il profumiere Gaetano Giordano ucciso il 10 novembre del ’92 fu scelto a caso – ha chiosato Infurna – è stato sorteggiato dai mafiosi per lanciare un sanguinario monito ai commercianti gelesi e gli hanno sparato ferendo anche il figlio, Massimo, che era con lui. Hanno usato il metodo delle brigate rosse: ammazzarne uno per educarne cento».
Alla fine a testimoniare se ne presentarono solo 7 su 50. Miceli fu l’unico a costituirsi parte civile.
A Miceli, Mettifogo e all’imprenditore Salvatore Moncada, che si rifiutò di pagare il pizzo sulla rete di illuminazione che stava realizzando a Manfria, il comune di Gela ha conferito la cittadinanza onoraria.
Molti li definiscono eroi. Ma Nino Miceli rifiuta questo appellativo. Spiegando la sua duplice vita (prima e dopo il cambio di identità), ha detto che la sua «è stata una scelta di onestà, di legalità. E’ la parola eroi ad essere sbagliata, noi siamo gente normale che conosce cosa è la dignità».
Questo secondo libro ricalca la storia riportata nel primo volume, edito con il titolo “io, il fu Nino Miceli”, ma la ripropone con una analisi più ampia e più serena dei fatti di allora e della sua vita. Rimane valido quello che già allora aveva scritto: «io, Antonino Miceli, sono nato a Realmonte, provincia di Agrigento, il 16 dicembre 1946. Sono morto per lo Stato e per la società il giorno 5 dicembre 1996. In quella data è nato un altro uomo il cui nome non sappiamo né dobbiamo sapere.
Questo libro dice il perché. È la storia vera, verissima, narrata in prima persona, di una fiera e alla fine vittoriosa battaglia contro il sistema del “pizzo”, vittoria che ha contribuito alla promulgazione di leggi finalmente adatte a contrastare efficacemente il fenomeno. È anche il duro resoconto del coraggio che bisogna avere per combattere questa battaglia e del prezzo che bisogna pagare per vincerla. Ma è anche l’immensa soddisfazione civile e umana per cui quel prezzo si è pagato.
Una storia avvincente; un manuale di vita. Un libro che aiuta a resistere».
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