A Gela, il lago Biviere è destinato a scomparire in breve tempo.
Cuore pulsante della Riserva Naturale Orientata (RNO) gestita dalla Lega Italiana Protezione Uccelli (LIPU), il bacino è malato da anni, ma la politica e gli enti preposti sembrano indifferenti. Mentre la Regione Siciliana annuncia progetti di bonifica finanziati con i fondi europei del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), il direttore della riserva, Emilio Giudice, denuncia che il problema ecologico resta irrisolto. Le cause? Inquinamento delle falde, uso intensivo di concimi e pesticidi nelle serre circostanti, cattiva gestione idrica e un approccio normativo inadatto a un ecosistema naturale.
«Il Biviere sta morendo — afferma Giudice — e non si può far finta di nulla. Mancano l’acqua, la manutenzione delle chiuse e una visione ecologica reale: così il lago non ha più che qualche mese di vita».

Un piano da milioni, ma senza prospettiva ecologica
Dei 500 milioni di euro destinati dall’Unione Europea al risanamento dei Siti di Interesse Nazionale (SIN) siciliani, circa 25 milioni sono stati assegnati al Dipartimento Acqua e Rifiuti della Regione per il ripristino ambientale del Biviere. Tuttavia, come spiega Giudice, «la bonifica riguarda solo le aree contaminate da rifiuti plastici abbandonati e bruciati, spesso dagli stessi serricoltori, senza intervenire sulla causa principale: l’inquinamento agricolo».
Il perimetro del SIN, infatti, non comprende la zona sud della riserva, proprio quella più esposta alle serre. «È un errore di impostazione — aggiunge — perché la legge sulle bonifiche nasce per aree industriali, non per ecosistemi naturali. Non considera l’impatto sull’ambiente, ma solo parametri tecnici: così il lago non rientra mai nei criteri d’urgenza».
Nel piano del Dipartimento regionale Acqua e Rifiuti è prevista l’espropriazione delle aree dichiarate sensibili e vitali, al fine di tutelare la fascia di protezione della zona umida. Ma anche in questo caso tutto è rimasto sulla carta.
Eppure, i fondi del PNRR provengono dalla Comunità Europea, che attribuisce grande valore alla tutela ecologica e alla conservazione degli ecosistemi naturali.
La “caratterizzazione”: un’analisi vecchia di quindici anni
Giudice ricorda che la cosiddetta caratterizzazione — ovvero l’indagine scientifica su suoli, falde e acque superficiali per individuare fonti di contaminazione — al Biviere è stata già effettuata oltre quindici anni fa.
Da allora, «nessuno ha aggiornato quei dati né realizzato la successiva fase di bonifica». Le analisi avevano già segnalato la presenza di idrocarburi in un’area limitata e la forte contaminazione della falda con nitrati e fosfati provenienti dalle attività agricole, principali responsabili dell’eutrofizzazione del lago e della conseguente moria di pesci e perdita di biodiversità.
Le serre: la principale fonte di contaminazione
Per l’Ente Riserva, le serre rappresentano il nemico più insidioso. «Sono loro la causa principale — ribadisce Giudice —. L’uso costante di fertilizzanti, antiparassitari e pesticidi su suoli sabbiosi altamente permeabili fa sì che le sostanze chimiche finiscano direttamente nella falda, e da lì nel lago».
Già anni fa la Riserva aveva elaborato un piano, approvato dalla Regione (Dipartimento Ambiente) e dal Ministero dell’Ambiente, che prevedeva incentivi per lo spostamento delle serre o la riconversione a coltivazioni fuori suolo. Si tratta di soluzioni pensate per non penalizzare le aziende agricole e al tempo stesso ridurre l’impatto ambientale.
«Le soluzioni esistono — sottolinea Giudice —, ma non vengono applicate. Nel frattempo, il lago continua a morire».
Emergenza idrica e chiuse bloccate
Come se non bastasse, da cinque anni le chiuse del fiume Dirillo, che dovrebbero regolare l’afflusso d’acqua verso il lago, non funzionano. «Il problema non è solo tecnico — spiega Giudice —: servirebbe personale per la manutenzione e la gestione delle manovre, ma non c’è. Senza acqua, il lago si prosciuga».
Sono stati stanziati nuovi fondi per ripristinare le chiuse, ma si è ancora alla fase progettuale. «Una chiusa nuova non serve a nulla se non c’è chi la fa funzionare» aggiunge il direttore, proponendo una soluzione alternativa: collegare il Biviere alla diga Ragoleto per garantire l’apporto idrico nei periodi di emergenza.
Burocrazia e mancanza di volontà politica
Il Ministero dell’Ambiente e il Dipartimento Acqua e Rifiuti della Regione, secondo Giudice, continuano a ignorare l’aspetto ecologico concentrandosi solo sulle procedure formali di bonifica. «Si sta procedendo soltanto sui terreni inquinati, mentre le falde restano contaminate e vengono archiviate le pratiche. È un gioco di carte, non di risanamento».
Sul fronte locale, l’amministrazione comunale è assente. «Avrebbe competenza sulla gestione dei rifiuti e delle discariche abusive nelle zone agricole, ma non interviene. A Bulala, per esempio, tra erosione e plastica abbandonata, ma si continua a far finta di nulla».
“Restano pochi mesi di vita”
Alla domanda su quanto tempo resti al lago, la risposta è netta:
«Mesi. Il lago è quasi prosciugato. Prima di parlare di bonifiche servono acqua, livelli stabili e applicazione dei piani di risanamento già esistenti. Il Biviere non ha bisogno di burocrazia, ma di un’azione urgente e coerente con la sua natura di ecosistema vivo».
Il Biviere è la metafora di un territorio che non sa prendersi cura di sé. Da risorsa naturale e volano di turismo sostenibile, è stato trattato come un problema, una zavorra. Le istituzioni che avrebbero dovuto difenderlo lo hanno dimenticato tra burocrazia e promesse mancate.
Così il lago di Gela, uno dei luoghi più preziosi della Sicilia, rischia di morire nel silenzio generale.







