Gela, l’Isola felice del Commercio in crisi
C’è un dettaglio che ormai molti notano: ogni anno il Natale arriva un po’ prima. Luci, addobbi e jingle fanno capolino già dopo Halloween, quando ancora si ripongono i fiori della commemorazione dei defunti.
È davvero una voglia anticipata di festa o, più probabilmente, una strategia di sopravvivenza dei commercianti? Nel pieno di una crisi che colpisce duramente i negozi tradizionali e vede i colossi dell’e-commerce macinare profitti, l’anticipo del clima natalizio sembra diventato un tentativo di allungare la stagione degli acquisti.
Non è un caso se in Sicilia, secondo uno studio di Confimprese Italia basato sui dati dell’Osservatorio nazionale del commercio del Mise, dal 2019 al 2024 hanno abbassato le saracinesche 28.746 attività. Una cifra che racconta la desertificazione progressiva dei centri urbani e il dramma occupazionale di migliaia di lavoratori. Le province di Palermo e Catania guidano la classifica delle chiusure (circa 6.500) mentre Caltanissetta ed Enna risultano le meno colpite. E proprio all’interno di questo quadro, Gela spicca come un caso in controtendenza.
«Rispetto al resto della Sicilia, non stiamo male, anzi… Possiamo dire che Gela sta bene», afferma con soddisfazione il presidente di Confcommercio Francesco Trainito. Il motivo? «Perché Gela non ha nessun centro commerciale, perciò chi deve comprare o si rivolge ai negozi al dettaglio della città oppure deve andare fuori paese verso i grandi centri commerciali, o comprare online». Una mancanza che altrove viene vissuta come limite, ma che nel caso gelese paradossalmente sembra avere protetto il tessuto commerciale cittadino.
Eppure, i commercianti non mancano di lamentarsi, soprattutto quelli del centro storico e in particolare del settore dell’abbigliamento, tra i più colpiti dalla concorrenza online. Trainito non nega il problema: «È vero, il nostro centro storico, come tutti quelli dove non ci sono parcheggi, si sta desertificando. I consumatori non sanno dove lasciare l’auto, qualcuno rischia pure multe salate e allora preferisce evitare il corso o la piazza. Così succede a Ragusa, a Catania, e così succede a Gela».

La vitalità commerciale si è infatti spostata altrove, soprattutto lungo via Venezia. Una domanda sorge spontanea: è merito dei parcheggi?
«Esatto. Tu parcheggi, compri e vai via tranquillo», sintetizza Trainito. Un esempio emblematico giunge dal McDonald’s locale di viale Enrico Mattei. «È quello che fa registrare i più alti profitti al suo proprietario, che gestisce altri cinque punti nel Catanese ma non con gli stessi utili» ci rivela, Trainito.
Tuttavia, a fronte dell’aumento dei consumi, il rovescio della medaglia è l’impennata degli affitti. «Stiamo registrando un incremento incredibile delle vendite ma, di riflesso, un costo degli affitti esagerato».
E la zona franca urbana, più volte annunciata negli anni passati? Trainito è lapidario: «Macché! Se ne parlava tanto durante l’amministrazione Crocetta, poi non se ne fece nulla. La verità è che a Gela gli affari vanno bene perché in città girano un mare di soldi. La gente lavora e guadagna. Non pensate che qui esistano solo l’Eni e la pubblica amministrazione».
Il riferimento è a un tessuto industriale meno noto ma sorprendentemente solido. Quello che una volta era il cosiddetto “indotto” e che ora sta diventando primario. Vedi ad esempio la “Sicilsaldo” dell’imprenditore Angelo Brunetti, con oltre duemila dipendenti, numerose imprese metalmeccaniche con personale gelese in trasferta e professionalità (saldatori, tubisti, elettricisti) riconosciute tra le migliori al mondo. A ciò si aggiunge il rammarico di avere perduto un pezzo di storia di scuola della formazione. Per Trainito, infatti, «la chiusura del centro professionale del Cnos salesiano è un danno che supera persino la chiusura del petrolchimico».
Ma se Gela resiste, non significa che sia immune alle difficoltà economiche e strutturali. Anche qui si registrano chiusure, in particolare nell’abbigliamento, come conferma Rocco Pardo, presidente uscente di Confesercenti Caltanissetta: «Ci sono due settori in particolare che stanno andando a mille nei loro affari: il food, il cibo (pizzerie, rosticcerie, ristoranti, kebab) e l’informatica, vedi computer, tablet, telefonia mobile». E quando c’è da mangiare non esistono periferie o centro città, ogni angolo va bene.

Il centro storico, secondo Pardo, paga però problemi ormai strutturali di variegata natura: «Chiude soprattutto per la mancanza di una politica seria sulla viabilità e sulla sosta, e per l’incapacità di incentivare l’ampliamento delle superfici di vendita. Si dovrebbe detassare chi mette insieme più locali per crearne uno più grande e accogliente». E serve anche animazione urbana, non solo burocrazia: «Bisogna attrarre la gente con sagre, fiere, feste, mercatini, spettacoli. A Natale ci stiamo provando dal 20 dicembre al 6 gennaio con eventi enogastronomici per richiamare flussi dai paesi vicini».
Per Trainito, però, il nodo centrale resta la sosta. «Le Ztl rischiano di svuotare i centri storici. Gli abbonamenti per le strisce blu sono un errore: le auto degli abbonati restano tutto il giorno e impediscono il ricambio. Serve un nuovo piano parcheggi, anche demolendo fabbricati fatiscenti». Al contrario, sostiene l’isola pedonale: una grande area tra via Marconi e via Bresmes che potrebbe diventare il “salotto” cittadino.
Secondo stime ufficiose, a Gela operano circa 5.800 ditte commerciali tra produzione e vendita. «La “mortalità d’impresa” c’è, ma rimane nei margini fisiologici, – afferma Rocco Pardo- concentrata soprattutto come dicevamo nell’abbigliamento. Negli ultimi tre anni sono nate nuove attività pari al 10%, ma ne sono state chiuse il 17%, con un saldo negativo del 7% (ovvero circa 400 esercizi, tra fissi, ambulanti e varie tipologie, ndr). Molti dei negozi che non ce l’hanno fatta erano già stati duramente colpiti dal Covid e non sono riusciti a risollevarsi».
Confimprese Italia punta il dito contro l’insufficienza degli aiuti statali e contro fattori ormai strutturali: il boom dell’online, la crisi dei consumi causata da inflazione e precarietà economica e la mancanza di politiche di sostegno al commercio fisico. «Non si tratta di fermare il futuro – precisano – ma di riequilibrare il divario tra commercio online e tradizionale. I negozi non sono solo punti vendita, sono presìdi di socialità e identità dei nostri centri storici».
Per Trainito, però, Gela continua a mostrare solidità economica: «Per avere la misura della ricchezza basterebbe guardare ai depositi bancari, che qui risultano tra i più alti della Sicilia». Ai redditi di industria e commercio si aggiungono infatti quelli dell’agroalimentare (non solo la serricoltura, ma anche carciofeti, vigneti, frutteti, seminativi) e quelli del comparto turistico-alberghiero. Quest’ultimo, però, più legato alle presenze di pendolari da lavoro che al turismo. «Non siamo attrezzati per accogliere visitatori – afferma Francesco Trainito. «Mancano strutture, servizi, collegamenti, pulizia del centro abitato. I posti letto sono poco più di mille tra hotel, affittacamere e B&B e risultano sempre occupati, ma non da turisti (pochi) bensì da lavoratori, studenti, persone che vengono per cure mediche».
Un ulteriore limite, sottolinea il presidente di Confcommercio, è l’assenza di un settore commerciale ad “alto” valore aggiunto, quello del lusso. «A Gela manca del tutto. Chi cerca prodotti di fascia alta è costretto ad andare a Catania o a Palermo».
Così, mentre il Natale arriva ogni anno un po’ prima, a Gela si consuma un paradosso tutto siciliano: nel mezzo della crisi regionale del commercio, la città regge, cresce in alcuni settori e resta un’anomalia positiva. Un’isola felice, sì, ma che per continuare a esserlo dovrà affrontare nodi strutturali e precarietà che nessuna luce natalizia, pur abbagliante, da sola, può davvero celare.
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