C’è un odore acre che resta anche dopo che le fiamme si spengono. Non è solo quello del fumo, ma quello della paura, dell’arretramento, di un gesto che riporta la città a interrogarsi su quanto sia fragile il confine tra sviluppo e intimidazione.
L’attentato incendiario che ha colpito il punto vendita della catena di fast food Zangaloro, nel quartiere Macchitella, non è solo un fatto di cronaca: è una ferita aperta che tocca lavoro, investimenti e fiducia.
L’incendio è divampato alle prime luci dell’alba di venerdì 12, quando il locale era ancora in fase di allestimento. Un punto vendita che non aveva ancora aperto le porte, ma che aveva già selezionato il personale e programmato l’avvio dell’attività. Un gesto che rischia di mandare in fumo quattordici posti di lavoro e che ha immediatamente acceso l’allarme sociale in una città che prova, con fatica, a ricostruire il proprio tessuto economico.
Sul caso indagano le forze dell’ordine. Le modalità lasciano pochi dubbi sulla natura dolosa dell’episodio. Il rogo ha danneggiato pesantemente la struttura, costringendo l’azienda a fermarsi prima ancora di partire. Un colpo che arriva in un quartiere simbolo della Gela residenziale e che colpisce un investimento imprenditoriale dichiarato, visibile, non nascosto.
Immediata la reazione delle istituzioni. Il sindaco di Gela, Terenziano Di Stefano, ha espresso solidarietà parlando di «un gesto vile che brucia non solo un investimento significativo, ma anche le prospettive occupazionali dei dipendenti già selezionati».
Un fatto che, ha aggiunto, «ferisce profondamente la nostra comunità, soprattutto in un momento in cui Gela sta risalendo con forza, grazie a investimenti strutturali, iniziative imprenditoriali e nuove attrazioni turistiche che stanno ridisegnando il volto della città». Parole a cui si sono aggiunte quelle di altri esponenti politici e del comitato Addiopizzo, da anni impegnato contro racket ed estorsioni.
l titolare del gruppo Zangaloro, ai microfoni della stampa locale, ha scelto un tono fermo ma amaro: «Il danno lo hanno fatto alla città, non a noi. In questo punto vendita dovevano venire a lavorare 14 persone». Alla domanda sulla possibile riapertura, la risposta resta sospesa in un prudente «vediamo», che pesa come un macigno sul futuro dei lavoratori già selezionati.
Attraverso i propri canali social, il gruppo ha ribadito la volontà di non fermarsi: «Creare posti di lavoro, investire e assumersi responsabilità dovrebbe essere un motivo di orgoglio per i territori. Di fronte a quanto accaduto, il sentimento è inevitabilmente di amarezza. Tuttavia, non intendiamo fermarci alla delusione né cedere a letture semplicistiche».
Sul significato di quanto accaduto e sulle ricadute sociali ed economiche dell’episodio è intervenuto Nuccio Corallo (foto in alto a destra), segretario generale della Filcams Cgil (Federazione Italiana Lavoratori Commercio, Alberghi, Mense e Servizi – Confederazione Generale Italiana del Lavoro) di Caltanissetta. Per il sindacato, se l’attentato dovesse tradursi in una rinuncia all’apertura, «sarebbe realmente una sconfitta per tutti: per la città e per l’occupazione».

Corallo parla di «un messaggio devastante», che riporterebbe Gela indietro di decenni, ai tempi delle richieste di pizzo e di una città «arretrata». L’auspicio è che le denunce e le immagini delle telecamere possano aiutare a individuare i responsabili e che l’imprenditore non abbandoni il progetto: «Per noi è sviluppo che va via, è cattiva pubblicità per la città da ogni punto di vista: sindacale, politico, sociale, lavorativo, imprenditoriale».
Dal punto di vista occupazionale, la perdita sarebbe pesante soprattutto per i 14 lavoratori coinvolti. «Sono neolavoratori che si apprestavano a realizzare un sogno – sottolinea Corallo perché non ce lo nascondiamo: Gela non è Catania, non è Palermo. È una città che ha bisogno di opportunità di lavoro».
Lo sguardo del sindacato si allarga poi allo stato di salute del settore dei pubblici esercizi. Un comparto fragile, segnato da sacche diffuse di lavoro nero e grigio, da contratti part-time che spesso nascondono orari da full time, da pagamenti fuori busta e dall’uso di contratti non rappresentativi, non siglati da Cgil, Cisl e Uil (Confederazione Generale Italiana del Lavoro, Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori e Unione Italiana del Lavoro). Pratiche che generano dumping contrattuale, ossia l’uso di contratti peggiorativi rispetto a quelli nazionali maggiormente rappresentativi, che danneggiano lavoratori e imprese corrette.
In questo contesto, l’attentato di Macchitella assume un valore che va oltre il singolo episodio. È uno spartiacque simbolico: o la città reagisce, facendo quadrato attorno a chi investe e lavora nella legalità, oppure il rischio è quello di un messaggio che scoraggia, allontana e impoverisce. Le fiamme hanno colpito un locale.
La risposta della città dirà se Gela vuole andare avanti o tornare indietro.







