Giorno 25 scorso si sono svolte le elezioni per eleggere gli organi rappresentativi delle 9 aree urbane di quartiere, presidente, vice presidente e direttivo. I nomi degli eletti e la percentuale dei votanti sono noti, e a poco giova sottolineare se si è trattato di un flop o di un successo di partecipazione. Appare invece più opportuno capire quale potrà essere la gestione e il ruolo che avranno gli organismi di quartiere, un po’ meno spontanei e un po’più regolamentati. In realtà il regolamento comunale approvato a maggio 2025 non dice nulla su cosa succede dopo l’lezioni.  In un punto (articolo 5.1.) si limita a ricordare che l’avviso per aderire all’assemblea di quartiere, i cittadini che hanno deciso di votare, in prima attuazione viene curato dall’amministrazione comunale in collaborazione con la commissione consigliare degli affari generali. 

Nulla aggiungendo su cosa succederà dopo, in particolare tra due anni quando gli eletti scadranno dal loro mandato. Un vuoto che forse dovrà colmare la stessa assemblea, ma quando e in che sede? Insomma, un limite di linearità che non dimostra lungimiranza democratica. Perciò, forse è il caso che le aree urbane si dotino di un proprio statuto e regolamento, uscendo dai retaggi “regolamentativi”. In questo senso compito dei presidenti eletti è riportare i comitati di quartiere nel perimetro dell’associazionismo che deve ispirare un organizzazione di questo tipo. Anche perché, a guardare le finalità e le funzioni consultive attribuite ai comitati, salta all’occhio che si tratta soltanto di una concessione dell’amministrazione e niente di più. Certamente la prova dei fatti è quella che conta, tuttavia il sospetto che le elezioni dello scorso 25 gennaio ha proposto una rappresentanza verticale guidata dai gruppi partitici è almeno lecita. Una risposta dal basso è possibile se i presidenti delle 9 aree urbane autonomamente si costituiscono in un Forum per confrontarsi su due aspetti, apparentemente opposti, la visione complessiva della città; la salvaguardia delle peculiarità dei singoli quartieri, forzatamente raggruppati in aree urbane. 

Gli organi di governo della città sindaco in testa potrebbero presentare agli organismi di quartiere la pianificazione degli interventi di mandato (realizzabili) e un programma di valorizzazione di ogni rione, specie quelli storici. Sarebbe un bel segnale di collaborazione attiva, fuggendo dalla retorica che forse un po’ troppo ha caratterizzato la piazza virtuale dei giorni pre-elettorali. Gela è indietro su tutto: infrastrutture materiali, sviluppo culturale, viabilità interna, sistema di accoglienza e tanto altro. Le responsabilità vengono da lontano, tuttavia il cambio di rotta continua a non avvertirsi. 

Certo la mancanza del bilancio comunale e il personale ridotto sono due forti condizionamenti, comunque le Idee tante volte non hanno bisogno di denari e impiegati. L’impressione invece è che anche per questo mandato resta valido “il vecchio adagio” dei soli eletti. Con ciò privando la città di una “mutazione antropologica” positiva, attesa da troppi anni. Perciò l’appello agli organi rappresentativi delle aree urbane di quartiere è quello di essere l’espressione gratuita dei cittadini gelesi. Senza cedere a foto e proclami, non ce n’è bisogno.