La cosiddetta riforma costituzionale della giustizia, passata in parlamento a maggioranza semplice, che per l’approvazione finale viene sottoposta a referendum il 22 marzo prossimo, ha avuto una particolare attenzione (come prevedibile) nei discorsi ufficiali all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2026 anche alla Corte d’Appello di Caltanissetta.

La presidente, Domenica Motta, in palese contrasto con la nuova norma voluta dalla maggioranza di governo, ha ironizzato affermando di non riuscire a «capire come il testo di legge costituzionale pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, oggetto del prossimo referendum, possa dare un input alla velocizzazione dei processi, come possa migliorare la qualità della decisione, come possa sopperire a quelle carenze di risorse e di mezzi (che mi auguro siano stati ben sentite dai rappresentanti del Consiglio Superiore della Magistratura e del ministero in quest’aula) e come possano fare da contraltare a normative incompiute e a un legiferare che già da anni appare claudicante, farraginoso e poco sistematico». Con tono serio e preoccupato si è chiesta poi «come (questa riforma ndr) possa farci dimenticare vuoti legislativi in tema di diritti personalissimi che oggi non possiamo più accettare». Lei stessa precisa che il suo riferimento evidente è alla non ancora approvata «legge del “fine vita”, alla sofferenza di chi sta per lasciarci, al dolore di madre e di padre. Alla forte crisi di coscienza in cui si trovano ad operare medici seri e responsabili – ha poi aggiunto – si contrappone un’inerzia legislativa che non è stata minimamente scossa nemmeno dal monito più autorevole della Corte Costituzionale all’incirca tre anni fa». Ed allora al legislatore forse è stato «più intuitivo pensare che il nuovo intervento legislativo voglia nel suo complesso ridisegnare la figura di un nuovo magistrato» senza nel frattempo chiarire « quale sarà nel futuro il nuovo volto e il nuovo modo di procedere dei pubblici ministeri».

Le ha fatto eco, nel suo intervento successivo, il Procuratore Generale, Fabio D’Anna, che ha denunciato l’esistenza di «una contrapposizione ideologica che riguarda la magistratura e la politica e che fa perdere di vista quelli che sono gli obiettivi che invece una riforma seria dovrebbe portare davanti per poter eliminare le cause che affliggono oggi la Giustizia». «E certamente a risolverli non gioverà questa riforma costituzionale» – ha aggiunto D’Anna, secondo cui «Il vero obiettivo è quello di alterare il rapporto tra potere politico e potere giudiziario attraverso il depotenziamento del ruolo del pubblico ministero e di riflesso anche quello del giudicante e la futura prevedibile sottoposizione al potere esecutivo». Secondo lui «la separazione delle carriere è solo uno specchietto per le allodole».

Il Pg ha poi sollevato dubbi di costituzionalità su due aspetti di questa legge di riforma: la selezione per sorteggio dei giudici togati nel Csm, che va contro le norme dell’Unione Europea e l’alta Corte disciplinare che ad avviso di D’Anna costituirebbe un vero e proprio ” tribunale speciale”. «Perchè non è una Corte che gestisce tutte le magistrature – ha spiegato – ma è creata solo per la magistratura ordinaria. E c’è un articolo della Costituzione, il n.102 che lo vieta espressamente».

Per Antonio Laganà, rappresentante togato del Csm«il cuore della riforma non è la separazione delle carriere ma lo stravolgimento del Csm che è preposto a tutelare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura».

In rappresentanza del ministero della Giustizia è intervenuta Cristiana Rotunno, vicecapo del dipartimento per la giustizia giovanile, che ha letto una lettera del Guardasigilli, Carlo Nordio, il quale ha definito la riforma in questione “la pagina più significativa del suo mandato. Il ministro non ha fatto cenno alle polemiche e non si è soffermato su contenuti della legge «il cui contenuto è a tutti noto» – ha detto – e ora spetta ai cittadini deciderne l’entrata in vigore attraverso il referendum». Ha sottolineato invece i provvedimenti contro mafia e terrorismo e, fiore all’occhiello, la legge bipartisan di istituzione del reato di femminicidio nell’ordinamento italiano.

Favorevoli alla legge di riforma per la separazione delle carriere dei magistrati gli avvocati del Consiglio nazionale forense. Il loro rappresentante, Antonino Gagliano, ha detto che loro hanno “sempre visto la cerimonia inaugurale dell’anno giudiziario come l’esaltazione dell’Indipendenza della magistratura, ma soprattutto l’esaltazione dell’Indipendenza della terzietà del giudice. Ed è proprio la terzietà il faro conduttore, la bussola di orientamento delle azioni delle iniziative del l’avvocatura istituzionale che ci ha sempre fatto guardare con un qualche con qualche difficoltà ad un Csm, quale è quello attuale in cui  la carriera le decisioni anche disciplinari che riguardano il giudice vengono assunte anche da una parte processuale, cioè dalla magistratura inquirente. Crediamo che un Csm dei giudici e solo dei giudici sia una maggiore una migliore attuazione del principio del giusto processo di cui all’articolo 111 della Costituzione. Questa è una delle ragioni fondamentali, per cui guardiamo con favore alla riforma».

Le condizioni della Giustizia nel Gelese

Ovviamente nella relazione della presidente Motta c’è stato un ampio spazio e molti contenuti riguardanti le condizioni dell’amministrazione della Giustizia nel distretto nisseno di Corte d’Appello, con particolare attenzione ai vari uffici della circoscrizione. Noi ci soffermeremo sui numeri riguardanti il tribunale di Gela.

Si parte da un dato di fatto abbastanza allarmante: carenza di personale (magistrati e amministrativi) nell’intero distretto per una percentuale di scopertura della pianta organica che supera il 31% a fronte di una media nazionale  del 18,1%. Ancora più alti i vuoti in organico a Gela dove si raggiunge il 33%.

Eppure va dato merito ai magistrati di Caltanissetta perchè sono riusciti ad occuparsi di processi mediatici come Montante, Borsellino, Saguto ecc., e a quelli del tribunale di Gela, che malgrado siano in pochi, nel 2025 sono riusciti a ridurre sensibilmente il carico dei processi arretrati. Tribunale gelese che si è distinto anche per avere implementato tempestivamente il processo penale telematico. La presidente, Motta, ha avuto parole di elogio per tutti e in particolare per il presidente, Roberto Riggio, e per il Procuratore, Salvatore Vella.

“Il presidente del tribunale di Gela – ha detto, Motta – ha evidenziato come il circondario versa attualmente in una situazione criminale peculiare allarmante, essendo l’unico centro siciliano nel quale contemporaneamente insistono tre associazioni mafiose di particolare aggressività e le identifica in «cosa nostra» «stidda» e «clan Alfieri», circostanza, questa, puntualmente segnalata anche nella più recente relazione della direzione investigativa antimafia» – ha detto la presidente Motta.  «La gravità del fenomeno è più che confermata dall’elevato numero di procedimenti in fase dibattimentale (una decina) di competenza della direzione Distrettuale Antimafia presso la Procura del tribunale di Caltanissetta con numerosi imputati molti dei quali detenuti. La più alta media della Sicilia. a ciò si aggiunge che è sempre nel territorio gelese un diffuso fenomeno di criminalità comune con un elevatissimo numero di attentati incendiari e un allarmante spazio alle sostanze stupefacenti».

In aumento del 27% i procedimenti per omicidio volontario nel distretto di corte d’appello essendo passati da 11 a 15 tra il 2024 e il 2025. Sono cresciuti del 34% invece le iscrizioni per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso (416 bis) che da 70 sono salite a 106, delle quali 32 per traffico di droga.

«Processi molto complessi sono stati sviluppati in materia di truffe comunitarie e per reati ambientali legati alla presenza nel territorio di Gela dell’impianto petrolchimico dell’Eni. Questo impianto – ha sottolineato la presidente della Corte d’Appello – ha dato vita a processi, purtroppo, per disastro colposo e nel contempo a ricadute importanti in tema di malattie professionali, alterazioni genetiche, menomazioni neonatali».

Infine  è stata richiamata l’attenzione sui cosiddetti reati da “codice rosso” per violenza sulle donne, maltrattamenti in famiglia, ecc.

Nel distretto sono stati 60 i casi segnalati nel 2025 di cui fa parte un delitto per femminicidio. Una situazione preoccupante ovunque ma che nel tribunale di Enna costituisce il 30% dei processi collegiali.