«Eschilo è morto a Gela, in Sicilia; non so che aspetto avesse quella città nei tempi antichi; in compenso so che è la città più orribile che abbia mai visto. Per colpa sua mi è stato impossibile andare ad Agrigento. Siccome avevo perso la coincidenza, sarei stato costretto a passare lì la notte. Cosa che mi è parsa inconcepibile» (Emil Cioran, Quaderni 1957-1972, nota del 17 agosto 1963, Adelphi 2001, p. 195).

È da molti anni che torno su questo passo dei Quaderni di Cioran (1911-1995), che mi ossessiona probabilmente per ragioni personali profonde. Non posso impedirmi di pensare, infatti, che nel preciso momento dell’arrivo a Gela di Cioran, a un centinaio di metri di distanza i miei genitori (con le rispettive famiglie) stavano preparando il loro matrimonio, che si sarebbe celebrato un paio di mesi dopo. Ho deciso allora di chiosarlo con più attenzione, anche per mostrare che il suo senso non si riduce, forse, alla velenosa e ingenerosa nota di un turista frustrato. Se infatti poniamo mente all’appunto che lo precede immediatamente, ci rendiamo conto che le cose sono un po’ più complesse sul piano filosofico: «Ho la massima indulgenza e commiserazione per gli ubriaconi, i drogati e i dissoluti. I vizi emanano dal nostro profondo; sono noi stessi. Non potremmo guarirne senza ucciderci». Si potrebbe dunque ragionevolmente pensare che a Gela Cioran abbia incontrato una sorta di incarnazione della sua stessa metafisica del brutto, che per lui coincide con l’essenza stessa del mondo.

Diciamo subito che il passo citato dai Quaderni rappresenta un frammento emblematico della prosa frammentaria e aforistica del filosofo franco-romeno, dove l’osservazione personale si intreccia con una riflessione esistenziale più ampia. In esso, Cioran evoca la morte di Eschilo a Gela contrapponendo l’ignota (per lui) grandezza antica della città all’orrore estetico che gli suscita la sua versione dei primi anni Sessanta del secolo scorso. Il rifiuto di pernottarvi, motivato da un disgusto viscerale, impedisce persino la visita ad Agrigento, meta archeologica per eccellenza. Non si tratta, a ben vedere, di un mero aneddoto di viaggio, ma di un’epifania che illumina la Stimmung – termine heideggeriano che denota l’atmosfera emotiva, la tonalità affettiva dominante – del pensatore, improntata a un pessimismo radicale, e il suo pensiero filosofico nel suo complesso, centrato sulla decadenza, sull’assurdità dell’esistenza e sulla sensibilità acuta al brutto come manifestazione del vuoto ontologico.

Innanzi tutto contestualizziamo il frammento. I Quaderni, pubblicati postumi nel 1997 in francese (Cahiers) dall’editore Gallimard e tradotti in italiano da Adelphi nel 2001, raccolgono appunti privati dal 1957 al 1972, un periodo in cui Cioran, ormai stabilmente a Parigi dopo l’esilio dalla Romania nel 1937, alterna fasi di isolamento a sporadici viaggi. Non un diario sistematico, dunque, ma un “laboratorio di decomposizione” – parafrasando il titolo della sua opera del 1949 Précis de décomposition – dove emergono parossismi di angoscia, ironie fulminanti e ritratti caustici. Il viaggio in Sicilia del 1963 era diretto, come visto, anche verso la Valle dei Templi di Agrigento, ma l’incidente della coincidenza persa a Gela trasforma un inconveniente logistico in un dramma interiore. Cioran, noto per la sua insonnia cronica e per una vita ascetica, evita sistematicamente il comfort borghese; qui, però, il rifiuto non è ascetico, bensì estetico-esistenziale: Gela incarna l’orrore del presente, rendendo “inconcepibile” anche solo una notte lì.

La Stimmung che permea questo passo è quella di un disgusto cosmico, una malinconia corrosiva che Cioran coltiva come strumento di lucidità. In termini heideggeriani, la Stimmung non è mero umore soggettivo, ma una disposizione fondamentale che dischiude il mondo: per Cioran, essa è l’Angst (angoscia, citata in tedesco a p. 445) perpetua, un vuoto quotidiano che si manifesta nel confronto con il brutto. Gela non è solo “orribile” – aggettivo che evoca un’estetica del repulsivo – ma simboleggia la caduta dalla gloria antica (Eschilo, il tragico per antonomasia) alla banalità moderna. Questo contrasto genera un orrore che paralizza: l’impossibilità di procedere verso Agrigento, da pratica, diventa esistenziale, se non addirittura metafisica, come se la bruttezza contaminasse l’intera esperienza del mondo e il mondo stesso. Tale sensibilità estetica riflette proprio l’insonnia cioraniana, descritta nei Quaderni (dove compare oltre trenta volte) come una veglia che sbriciola tutte le certezze: il brutto non è accidentale, ma è l’essenza stessa del reale, “il vuoto dell’eternità” (p. 676) che amplifica la sofferenza. Questa Stimmung dell’Angst intrappola l’uomo faccia a faccia con la nullità, rendendo il “semplice fatto di essere” un fattore di sofferenza (p. 237) e un oggetto ci pietà (p. 65).

Cioran non esagera per effetto letterario. La sua biografia conferma un temperamento ipersensibile: nato nel 1911 a Răşinari, in Transilvania, formatosi su Nietzsche e Schopenhauer, emigra a Parigi nel 1937, rinunciando alla madrelingua romena per il francese, in un gesto di auto-esilio che acuisce il suo senso di estraneità. La Sicilia, con la sua stratificazione storica – gloria greca sovrapposta a degrado contemporaneo – amplifica questa alienazione: Gela diventa metafora di un mondo “decaduto”, dove l’antico è irraggiungibile, sepolto sotto l’orrore del presente. In tal senso, il passo in questione illumina il pessimismo cioraniano, perché esso, da banale lamento si fa critica radicale all’esistenza. Cioran vede la propria vita (e quella di chiunque altro) come un “dramma cosmico e infinitesimale” (p. 27), un’illusione da smascherare attraverso il dubbio iperbolico: «Tutto è apparenza – ma apparenza di che cosa? Del Niente» (p. 27). Nel Sommario di decomposizione (1949), egli definisce il pensiero di coloro che si spingono oltre gli interrogativi convenzionali come un “progresso nel vuoto” (tr. it. Adelphi 1996, p. 107), una sequenza di illusioni che culmina nella noia e nel suicidio possibile come unico pensiero consolatorio. Qui Eschilo è evocato di sfuggita in un passaggio che contiene una delle più efficaci definizioni cioraniane dell’uomo: «Polvere invaghita di fantasmi – questo è l’uomo: la sua immagine assoluta, idealmente rassomigliante, si incarnerebbe in un Don Chisciotte visto da Eschilo…» (p. 113). E nei Quaderni Eschilo rappresenta sì la tragedia greca, ma Cioran la ribalta: non sa “che aspetto avesse quella città nei tempi antichi”, ammettendo un “non sapere” che è consapevole umiltà epistemica, ma “sa” l’orrore attuale. Agrigento, con i suoi templi, rappresenta l’ideale classico irraggiungibile; Gela, il reale prosaico che lo blocca. Tale dicotomia riflette il suo antinatalismo – meglio non nascere, come argomenta ne L’inconveniente di essere nati (1973) – e la critica alla civiltà: la modernità è decomposizione, un “insetto inchiodato a una croce invisibile”, come scrive nei Quaderni (nel primo dei due appunti di p. 27 citati sopra) parlando di sé. Il riferimento a Eschilo, così, introduce un secondo livello, più sottile e più crudele. Cioran non ignora il peso simbolico del fatto che il più antico dei tragediografi greci sia morto lì. Ma invece di elevare Gela per contiguità con la grandezza tragica, compie il gesto inverso: è la grandezza stessa a risultare schiacciata, quasi ridicolizzata, dal luogo. La tragedia non nobilita lo spazio, come vorrebbe la logica triviale del turismo culturale, ma è lo spazio che sembra smentire la tragedia. In questo cortocircuito c’è tutta la sfiducia cioraniana nella capacità della cultura di redimere la materia, la storia, il presente.

Il passo, inoltre, riecheggia la sua ironia anti-storica. Cioran, influenzato dal buddhismo e dallo gnosticismo, vede la storia come catena di fallimenti, anziché come un romanzo di formazione. Ne La tentazione di esistere (1956) egli riesuma una definizione ottocentesca dell’Occidente come “cimitero” (tr. it. Adelphi 1984, p. 34) e la Gela che incontra per caso gli sembra incarnare questa putrefazione di morte contrapposta all’ideale ellenico. Non a caso evita Agrigento: visitare rovine sarebbe confermare la vanità del tutto, ma il disgusto per Gela lo risparmia da quell’ulteriore disillusione. In tal modo, la Stimmung cupa si trasforma in strumento filosofico: il brutto di Gela non è aneddotico, ma rivelatore dell’assurdità cosmica.

Per concludere, il passo su Gela non è isolato, ma è un nodo di un pensiero erratico dove l’esperienza personale disvela l’universale. Cioran, consapevole dei limiti del sapere – “non so” l’antico, ma “so” l’orrore dell’oggi – offre una lezione di rigore: il pessimismo, lungi dall’ostinarsi come un dogma, è una disposizione dello spirito che invita a interrogare il reale senza illusioni.