Difensore solido, carismatico e punto di riferimento costante per i compagni: Andrea Petta rappresenta una delle colonne portanti del Gela Calcio di questa stagione. Nato a Palermo il 27 marzo 1992, porta con sé un bagaglio di esperienza costruito in anni di sacrifici e continuità, con oltre 130 presenze tra i professionisti e più di 370 partite complessive in carriera.
Dopo gli inizi tra Siracusa e Napoli U19, ha vestito maglie importanti come quelle di Bisceglie, Bitonto, Sicula Leonzio e Acireale, maturando qualità tecniche e umane che oggi mette al servizio della squadra biancazzurra.
Arrivato al Gela lo scorso settembre, si è imposto fin da subito come leader silenzioso della retroguardia, distinguendosi per affidabilità, senso della posizione e capacità di trasmettere sicurezza all’intero reparto. Nonostante il ruolo in campo, in questa stagione ha anche lasciato il segno in zona offensiva, trovando la via del gol in quattro occasioni: la doppietta contro la Sancataldese, in particolare, è rimasta impressa nella memoria dei tifosi del “Presti”.
Sposato con Martina Calamia, è padre di due bambini, Giorgio ed Edoardo, rispettivamente di sei e di un anno. Durante il suo percorso di studi, ha conseguito il diploma alberghiero. Nel tempo libero coltiva passioni come il paddle e qualche partita alla PlayStation, compatibilmente con gli impegni familiari. Tra i suoi gusti personali spiccano la serie TV Prison Break e la musica di Vasco Rossi e Ultimo.
– Cosa ti ha spinto a scegliere il Gela e come ti trovi in città?
«La cosa che mi ha spinto maggiormente a venire a Gela è stata sapere che, dopo tanti anni difficili, una piazza così importante è rinata grazie alla promozione dello scorso anno in Serie D. Questo mi ha affascinato molto. Inoltre, c’erano diversi giocatori che già conoscevo. A Gela mi trovo molto bene».
– È stata una stagione ricca di alti e bassi. Pensi che questo gruppo, con maggiore serenità, avrebbe potuto ambire al salto di categoria già quest’anno?
«Ne sono convinto: con maggiore organizzazione e serenità si poteva ambire a qualcosa in più. Nel calcio non conta solo quanto sei forte in campo, ma è tutto il sistema che deve funzionare per puntare a obiettivi importanti».
– Porti leadership ed esperienza in squadra: come vivi questa responsabilità?
«Sicuramente porto esperienza, considerando che ho 34 anni. Cerco di mettere le mie capacità a disposizione soprattutto dei più giovani, per aiutarli a crescere. Mi considero un leader silenzioso: preferisco dare l’esempio con i fatti, più che con le parole».
– Chi era il tuo calciatore preferito da bambino?
«Ronaldo il Fenomeno. Impazzivo per lu».
– Qual è la partita che finora ti ha suscitato maggiori emozioni?
«Direi quella contro la Sancataldese. A livello personale, la doppietta — che non avevo mai realizzato prima — mi ha regalato grandi emozioni».
– C’è un allenatore o un compagno di squadra che per te è stato un riferimento importante, una figura chiave nel corso della tua carriera?
«Giovanni Ignoffo, perché avendolo avuto come compagno all’inizio della carriera posso dire che mi ha insegnato tanto. Se invece devo fare il nome di un compagno con cui ho giocato per tanti anni e con cui abbiamo anche vinto insieme, dico Riccardo Lattanzio. Per quanto riguarda gli allenatori, non ce n’è uno in particolare, perché ho sempre cercato di prendere il meglio da tutti quelli che ho avuto».
– Sotto il punto di vista umano, come ti descriveresti? Un tuo pregio e un tuo difetto?
«Sono una persona abituata ad affrontare le difficoltà da solo: nella mia vita ho chiesto raramente aiuto agli altri. Questo può essere visto sia come un difetto sia come un pregio, dipende dai punti di vista».
– Quali sono i tuoi hobby oltre il calcio e cosa fai per staccare dal pallone?
«Mi piace molto il paddle, lo pratico durante l’estate. Mi diverte anche giocare alla PlayStation, ma con due figli ho davvero poco tempo per farlo».
– Raccontaci un aneddoto che ritieni fondamentale per la tua crescita umana e calcistica.
«Ce ne sono tanti, ma uno in particolare mi ha fatto scattare qualcosa dentro. Quando ero piccolo, un mio allenatore entrò nello spogliatoio riportando una statistica secondo cui pochissimi riescono a diventare calciatori professionisti. Da quel momento qualcosa è cambiato dentro di me… e alla fine ce l’ho fatta».
– Cosa ti piacerebbe fare quando smetterai con il calcio giocato?
«Mi piacerebbe restare nel mondo del calcio. Non ho ancora le idee del tutto chiare, perché spero di giocare ancora per qualche anno, ma il ruolo che mi affascina di più è quello del direttore sportivo».







