Gli istituti di vita consacrata attraversano una crisi evidente, che ha determinato in questi ultimi decenni un vistoso calo di vocazioni. Una diaspora che sembra inarrestabile. Con sofferenza ci accorgiamo quanti monasteri, conventi, congregazioni di religiose e religiosi hanno dovuto chiudere laddove non era più sostenibile assicurare alcuna attività. Ci sono poi gli abbandoni e i ripensamenti da parte di molti consacrati, che dopo avere sperimentato la vita di comunità – in un periodo storico che privilegia invece l’individualismo più sfrenato – non si sono riconosciuti in quel tipo di vita e nelle promessa fatta a Dio. C’è da chiedersi allora se in questi fratelli che hanno detto no alla Vita Consacrata e rinnegato la loro vocazione e il loro carisma, ci sia stato un deficit d’ origine, una criticità nella formazione, un qualcosa che li ha li ha fatti fuggire da una scelta che pone tre condizioni essenziali: “Rinnegare se stessi. Essere tutti del Signore. Fidarsi di Lui”.
Di questo delicato argomento parla esaurientemente il volume Un futuro senza numeri e senza mura (Edizioni San Paolo), che altri non è che una illuminante conversazione fra don Giuseppe Costa, sacerdote di don Bosco, esperto di comunicazione e già Direttore della Libreria Editrice Vaticana, e il cardinale Angel Fernandez Artime, già Rettor Maggiore della grande Famiglia Salesiana, e ora Pro-Prefetto del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. Una conversazione dove Artime, diligentemente “provocato” dalle domande di don Costa, non si sottrae neppure ad argomenti spinosi come il problema degli abusi nella Chiesa, che nel giudizio del porporato vanno combattuti con sempre maggiore determinazione ed efficacia. Ma come si diceva il punto focale di questo prezioso volume è la Vita Consacrata, e di riflesso il ruolo che essa riveste da sempre nel cammino bimillenario della Chiesa.
E a tal proposito, come si scrive nella parte iniziale del volume, è significativo constatare come papa Francesco, gesuita, abbia voluto significativamente assumere il nome del Santo più amato (di cui fra l’altro quest’anno ricorrono gli 800 anni della morte), contribuendo a dare nuova linfa all’intero movimento francescano. E papa Leone XIV, in quanto agostiniano, si muove sulla scia del suo predecessore nel ribadire quanto importante rimanga la Vita Consacrata per la società di oggi, per il mondo d’oggi, ma anche nell’ accompagnare la Chiesa del futuro. D’altronde, pure Benedetto XVI, pur non religioso, aveva anch’egli assunto il nome del fondatore dell’ Ordine monastico dei Benedettini, intuendo quanto fosse necessario ridare centralità agli ordini religiosi, la cui crisi sembra essere iniziata con la nascita dei grandi movimenti ecclesiali laicali nati dopo il Concilio vaticano II.
Artime, incalzato dalle domande di don Costa, risponde dall’alto della sua grande esperienza maturata come Rettor Maggiore; servizio che gli ha consentito di girare in lungo e largo il mondo, e conoscere molteplici realtà interculturali. Di toccare con mano le problematiche di uomini, donne e giovani appartenenti alle più disparate comunità sparse nei 5 continenti. Egli quindi ha potuto maturare una conoscenza profonda, non teorica, ma pratica sui tanti problemi che investono le comunità religiose, i missionari, la difficile gestione (anche economica) degli istituti, spesso dovuta all’incompetenza di chi amministra. Da qui l’esigenza di dare ai giovani che intendono abbracciare la vita religiosa, accanto agli strumenti pastorali e la condizione ineludibile di mantenere integro e incontaminato il carisma d’origine, anche una formazione più pratica delle cose. Perché, come osserva Artime, il mondo è cambiato.
E continua a cambiare alla velocità della luce. E’ fondamentale quindi che nei seminari, in chi ha responsabilità nel formare e preparare i giovani, si tenga conto di questo perenne mutare del quotidiano, purtroppo calato nella “secolarizzazione” più estrema. E qui, con pragmatismo, il cardinale, riferendosi al tracollo delle vocazioni, snocciola statistiche allarmanti sulla non buona salute della Vita Consacrata, ricordando come circa il 75% degli Ordini e delle Congregazioni religiose che un tempo esistevano oggi si sono estinte; e come delle 104 congregazioni e istituti maschili fondati prima dell’anno 1500, oggi ne rimangono soltanto 25. Aggiunge ancora come solo in Spagna (terra in cui è nato) negli ultimi 5 anni siano scomparse 1.000 comunità religiose (maschili e femminili), e come negli ultimi 30 anni il numero dei religiosi e delle religiose si sia ridotto della metà.
E come se non bastasse, l’Annuarium Statisticum Ecclesiae afferma che con ogni probabilità nelle Fiandre l’ultimo monastero chiuderà nel 2.030 e in Italia, ciò potrebbe accadere nel 2046, cioè fra soli 20 anni. Numeri allarmanti e disarmanti, che fanno eco alle parole di papa Francesco quando dice che l’emorragia dei religiosi indebolisce la vita consacrata e la vita stessa della Chiesa. E allora cosa fare? Quale via intraprendere? Con molta onestà Artime dice che non vede molti ripari a questa dolorosa verità.
Ma ancora una volta egli mette al centro il Signore che deve rimanere il fulcro dell’esistenza di ogni religioso, e osserva pure che la riduzione dei numeri non deve spaventarci, né bisogna “trattenere a tutti i costi” chi è refrattario alle regole del “sincero e amorevole servire”. Puntualizza: “In nessun luogo del Vangelo si dice che il Signore accogliesse chiunque volesse seguirlo di propria iniziativa, semplicemente perchè attratto da ciò che vedeva o da ciò che faceva il Maestro”. Il testo è chiaro: “Il Signore salì sul monte, chamò quelli che egli volle ed essi andarono da lui” (Mc 3, 13). D’altronde, l’entusiasmo, la passione, la fedele adesione al Vangelo, passano da una verità sulla quale non si può barare: amare veramente Gesù per poterlo seguire.
E continua Artime: “Non esiste né esisterà vita consacrata senza donne e senza uomini profondamente credenti, autenticamente espropriati, abbandonati a Dio, quindi la vera sfida attuale della vita consacrata è quella di restituire Cristo alla vita consacrata e la vita religiosa a Cristo, senza darlo già per scontato”. Da qui è evidente come nelle parole del cardinale emerga una drammatica presa di coscienza della crisi, che però viene mitigata e grandemente consolata da un fatto inconfutabile, Gesù, il Buon Pastore, non abbandona i suoi figli.
Lui stesso ci ha detto: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Una frase che è lo “specchio della tenerezza di Dio”, e che se profondamente meditata ci scuote, ci commuove, ci procura un brivido dietro la schiena. Ci dice che nulla è perduto. Non a caso Artime, in chiusura della lunga conversazione-intervista con don Costa, si congeda con una asserzione dal sapore profetico che dice: “Dio, che è capace di dare la conoscenza dei cuori, è il medesimo che può far sì che le cose cambino”.







