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Cronaca

Spara al cugino per uno schiaffo

di Franco Infurna 22 Marzo 2026
Sparatoria in via Neri

Ci vuole poco, a Gela, perchè nel cuore e nella mente di un ragazzo, appena maggiorenne e già con precedenti penali, possa esplodere l’odio della vendetta che gli arma la mano e lo trasforma in un potenziale killer. 

L’uso contestato di uno scooter, una lite tra proprietario e utilizzatore, un paio di schiaffi e il più giovane dei due che ha la peggio decide di vendicarsi, pianificando, qualche giorno dopo, una missione punitiva a colpi di pistola, spalleggiato da un complice, armato di bastone, che alla guida di un motorino lo porta sul luogo dell’agguato. Poco importa se lui, lo sparatore, ha appena 19 anni. Poco importa se i due litiganti sono cugini e vicini di casa. Poco importa se i colpi sparati dal ragazzo avrebbero potuto uccidere la vittima designata ma anche altre due persone presenti casualmente sul posto.

Scenario del fatto di sangue, avvenuto due mesi addietro (nella notte tra il 14 e il 15 gennaio) è stata la via Filippo Neri, una parallela di via San Cristoforo, nel quartiere Settefarine, alla periferia nord di Gela. Il ferito è Antonino Raniolo, un gelese di 22 anni. Contro di lui il giovane cugino, Giovanni Raniolo, ha esploso almeno quattro colpi di una pistola semiautomatica calibro 9. Ma, per sua fortuna, solo un proiettile è andato a segno raggiungendolo al tallone della gamba sinistra. 

A distanza di 60 giorni dal fatto di sangue, l’autore del ferimento è stato arrestato dai carabinieri del comando territoriale, agli ordini del colonnello Marco Montemagno, in esecuzione di una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del tribunale, Roberto Riggio, su richiesta del pm, il Procuratore della Repubblica, Salvatore Vella, che lo accusa di tentato omicidio aggravato, detenzione e porto illegale di arma e munizioni in concorso con il complice non ancora identificato. Giovanni Raniolo è stato rinchiuso nel carcere di contrada Balate a disposizione della magistratura.

E fin qui sembra che tutto sia stato chiarito e che tutto sia filato liscio per gli inquirenti. Invece no. Nessun aiuto. Nessuna collaborazione ha facilitato il lavoro di carabinieri e magistrati. Nemmeno il ferito, Antonino Raniolo, ha voluto raccontare la verità dei fatti, che oggi è nella fase conclusiva degli accertamenti. Piuttosto, arrivato al pronto soccorso per farsi medicare, ha raccontato ai medici di avere avuto un incidente con lo scooter. Solo che, quando in sala operatoria i chirurghi si sono resi conto che quella era una ferita da arma da fuoco, hanno, come da protocollo, informato i militari che non si trattava di incidente ma di un episodio molto più grave: lesioni alla persona.

Interrogato e messo alle strette dagli inquirenti, alla fine ha cominciato a parlare e ha rivelato il luogo dove era avvenuto il ferimento. Sul posto, gli investigatori notavano la presenza di telecamere pubbliche e private e ne acquisivano le registrazioni, una delle quali permetteva di rivedere l’esatta sequenza dell’agguato e di identificare lo sparatore.

Il procuratore della Repubblica, Salvatore Vella, ha descritto la vicenda con toni chiari e severi: «Come molti fatti che iniziano da una lite con l’utilizzo delle mani – ha detto durante la conferenza stampa di lunedì scorso in “procura” – anche questo episodio come certi altri in passato è arrivato all’uso di armi da fuoco per uccidere. Era un commando composto da due persone che hanno fatto degli appostamenti quella notte, diversi passaggi con lo scooter fino a quando non hanno individuato la vittima che usciva dalla casa della fidanzata. Dalle immagini si vede chiaramente che a quel punto il 19enne esplode almeno quattro colpi di arma da fuoco dallo scooter contro il cugino. Per fortuna non c’è scappato il morto. Ma solo per fortuna. La volontà c’era tutta. Per questo abbiamo ipotizzato il tentato omicidio con l’aggravante dell premeditazione, ipotesi condivisa pienamente dal giudice per le indagini preliminari che ha emesso il provvedimento restrittivo».

E qui emerge l’altro grave aspetto dell’ostacolo alla giustizia. Durante la perquisizione in casa del giovane pregiudicato, il padre e la madre avrebbero intralciato le indagini in ogni modo, distruggendo tra l’altro il telefono del figlio, Giovanni,che è stato rinchiuso nel carcere di contrada Balate a disposizione della magistratura. Indagati anche i genitori. Si cercano ancora la pistola e il complice.

Il colonnello Montemagno, rispondendo alle domande dei cronisti, ha inteso sottolineare anche un problema più ampio: «questo episodio – ha detto – ci dà la conferma che a Gela girano facilmente armi e pure di una certa qualità, visto che parliamo di una calibro 9. In questo caso l’arma non è stata rinvenuta, mentre abbiamo trovato sul luogo dell’agguato diversi bossoli. La dinamica lascia pensare che l’intento non era intimidatorio ma mirava seriamente a far del male. L’aggressore ha sparato ad altezza d’uomo e avrebbe potuto attingere chiunque con gravi conseguenze, anche mortali». Purtroppo, nel contesto sociale di Gela, episodi come questo non sono del tutto isolati. La città, segnata da tassi di criminalità giovanile più elevati rispetto alla media regionale, mostra spesso tensioni familiari e di vicinato che possono degenerare rapidamente. «La diffusione di armi tra giovani – ha spiegato il colonnello Montemagno – crea un contesto a rischio. Si sparano con pistole semi-automatiche anche per ragazzate ma il rischio di omicidio è reale. Basta una distrazione, un passante in mezzo e il bilancio può essere drammatico».

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