C’era una volta Macchitella, il “Quartiere Residenziale Eni” costruito negli anni ’60 dopo la scoperta dei giacimenti petroliferi nel territorio di Gela e dopo l’inaugurazione dello stabilimento petrolchimico dell’Anic. 

Qualcuno si chiederà: perchè c’era una volta se Macchitella c’è ancora? Perchè il rione Macchitella di oggi, per molti aspetti, è solo la brutta copia di quel «villaggio delle meraviglie» ammirato, invidiato, ambito, odiato, contestato ma alla fine apprezzato da tutti che purtroppo, col disimpegno dell’Eni, è stato portato verso la cessione pubblico-privata, dando inizio a un processo di decadimento e di abbandono ancora oggi in atto.

Ma andiamo per gradi nella ricostruzione storica di questa bella e travagliata realtà gelese.

Il quartiere Macchitella con i suoi 886 alloggi aziendali nasce per volontà del presidente dell’Eni, Enrico Mattei, che intendeva aiutare i propri dipendenti a trovare casa in affitto a prezzi agevolati. Si iniziò con quelli che venivano da fuori, i cosiddetti “continentali”, cioè i tecnici e gli specializzati delle aziende del gruppo (Anic, Agip, Snam, Saipem) provenienti dalle regioni del Nord e del Centro che giunsero a Gela per avviare lo stabilimento petrolchimico e poi qui si sposarono e rimasero.

La scelta del terreno dove costruire il villaggio ricadde su una vasta area a ovest del centro abitato, tra le colline di Caposoprano e Montelungo, lontano dai fumi del petrolchimico che dista circa 7 km. 

Nel primo lotto, furono costruite 11 “Torri” di sette piani ciascuna, con attorno decine di palazzine di tre piani (più uno rialzato) e una serie di villette a schiera per i dirigenti, per un totale di 734 unità abitative, una scuola elementare e una scuola materna, un cine-teatro (sala multiusi), un lido balneare (con bar e deposito barche), negozi, e un edificio che inizialmente per metà era casa-albergo per dipendenti e per metà ospedale ovvero la gloriosa clinica Santa Barbara, gestita dalle suore missionarie salesiane “Figlie di Maria Ausiliatrice”.

Tutti gli edifici furono dotati di elettricità, acqua potabile (24 ore su 24 mentre in città si soffriva la sete), linea telefonica, impianto di gas metano per cucina e riscaldamento, fognature, illuminazione pubblica, box-ripostiglio e box spazzatura. Pregevole, innovativa e rivoluzionaria per noi del Sud  la scelta di lasciare grandi spazi verdi attorno ai fabbricati con capienti aree di sosta per le auto dei residenti che lamenteranno per sempre la mancanza di garage e soprattutto di balconi.

Il progetto di questa vera e propria “città nella città” risultò però subito avulso dalla realtà locale con la quale appariva in contrasto stridente. A redigerlo fu l’architetto Edoardo Gellner, un italiano di origini austriache, che per Eni aveva già ideato un villaggio residenziale del tutto simile a Borca di Cadore, zona fredda ben diversa dalla assolata e mediterranea Gela. 

Nel ’61, l’incaricò passo allo studio Nizzoli che aveva progettato Metanopoli ma le scelte non cambiarono.

Su progetto dello “studio Bacigalupo e Ratti”, ma con modello in copia conforme dei quartieri Eni di San Donato milanese e di Ravenna, sorgono a metà degli anni ’70 gli ultimi 152 appartamenti (questi sì dotati di balconi e ampi portici ma sempre senza box auto) nell’area verso il torrente Gattano, in via Sabbioncello, insieme con la nuova casa-albergo, la cui inaugurazione permise di lasciare il precedente edificio di via Minerbio interamente alla clinica Santa Barbara, poi privatizzata.

Le suore che la gestivano tornarono in parte a fare le missionarie, in parte rimasero a Gela dove oggi continuano a svolgere la preziosa attività di formazione, educazione e istruzione con l’istituto  “Suor Teresa Valsè”. 

Precario, negli anni ’60, l’unico luogo di culto che sorgeva in un capanno vicino alla zona sportiva.

Per oltre 10 anni, infatti, i residenti di Macchitella, guidati dal parroco, don Grazio Alabiso, dovettero battersi per avere una chiesa in muratura. Quella provvisoria era ospitata in una baracca, così come la sede ricreativa del dopolavoro e il famoso bar “La Capannina”, che proprio dalla tipologia di locale occupato prese il nome. Nella stessa zona sorgevano i campi da tennis, da calcio, da basket e da bocce. 

A Montelungo, collegato, all’area del Gattano tramite un viadotto rimasto opera isolata di uno sviluppo mancato, era stato allestito un attrezzatissimo e prestigioso poligono di tiro al piattello che nel 1996 ospitò la nazionale italiana di tiro a volo in preparazione delle XXVI olimpiadi di Atlanta (Usa)

Seppure con qualche precarietà, il villaggio era un complesso urbanistico residenziale assolutamente autosufficiente. C’era di tutto: la clinica, la farmacia, la posta, il mercato ortofrutticolo e la pescheria, la salumeria, il negozio di abbigliamento della Lanerossi e soprattutto tanta, tanta pulizia.

I dipendenti pagavano acqua, luce, gas e riscaldamento direttamente in busta paga a un super-condominio gestito dall’azienda.

Affollatissimo, con spiaggia pulita, cabine e docce, il lido d’estate era la Saint Tropez del territorio, la Rimini siciliana. 

A Macchitella, l’ordine pubblico era garantito da una caserma di carabinieri ospitata in Viale Ravenna e da un servizio di vigilanza di guardie giurate, commissionato dall’Eni. Tra gli abitanti, già colleghi di lavoro, era forte la solidarietà e il senso dell’appartenenza.

In città si definiva Macchitella «l’isola felice». Così felice che qualcuno, ai vertici locali dell’Anic, per difenderla, ebbe l’assurda idea di vietare l’accesso agli estranei mettendo le catene alla strada d’ingresso, il cartello con la scritta “proprietà privata” e servizio di vigilantes. 

A Gela, rabbia e proteste montarono rapidamente tra forze politiche, nei sindacati e tra i ragazzi del movimento studentesco. Si chiese all’Eni di rimuovere catene e posto di blocco ma invano. Allora una manifestazione di protesta portò migliaia di persone in corteo a raggiungere Macchitella e ad occuparne le strade per ribadire che quel villaggio era parte integrante della città. Vinsero i dimostranti e il quartiere rimase aperto a tutti.

I muretti vicino ai negozi divennero luogo di ritrovo per i ragazzi gelesi di ogni quartiere e di ogni estrazione sociale. Il quartiere luogo ameno per una passeggiata delle famiglie di domenica o nel tempo libero, tra un gelato e una bibita.

Ma le cose col tempo son cambiate. Negli anni ’80, i carabinieri hanno chiuso la loro caserma. L’Eni non ha rinnovato il contratto alle imprese di vigilanza, ha cessato l’attività del super condominio e i suoi inquilini hanno dovuto rivolgersi ai fornitori tradizionali di acqua, luce e gas con cui stipulare contratti individuali. Per pulizia e verde ci avrebbe pensato il Comune, con tutti i suoi i suoi difetti.

E mentre la popolazione del quartiere aumentava per l’arrivo di assegnatari di case popolari e di soci di cooperative edilizie, al disimpegno evidente dell’Eni non corrispondeva un incremento della presenza del comune e dei suoi servizi. 

Iniziava così un declino che portava il quartiere residenziale a scivolare sempre più in basso anche per l’incapacità e l’impreparazione degli amministratori comunali (politici e burocrati) a gestire un complesso abitativo così vasto e articolato.

Macchitella d’altra parte non poteva non risentire dei contraccolpi della crisi che il settore energetico vive da anni. Il disimpegno dell’Eni si è manifestato con pesanti tagli di spesa, chiusura d’impianti, riduzione del personale, cessazione di servizi. 

Il quartiere residenziale ha cominciato ad accusare segni di trascuratezza col verde abbandonato, la pulizia precaria, l’igiene a rischio per il proliferare di topi, zanzare, scarafaggi e zecche, il randagismo di cani e gatti.

Negli anni ’90 l’azienda decide infine di dismettere questa realtà immobiliare che per i propri bilanci aveva un costo ormai ritenuto insostenibile.

Furono firmati appositi protocolli con sindacati dei lavoratori, degli inquilini, dei commercianti e col comune di Gela per l’acquisizione dei locali, con diritto di prelazione per chi vi abitava. Fu una delle più massicce campagne di compravendita immobiliare mai avvenuta in città a prezzi estremamente contenuti. 

Provvidenziali per molti dei proprietari le agevolazioni della legge “Ecosisma-Superbonus 110%” di questi anni che hanno permesso il recupero e l’ammodernamento degli edifici ultra 60enni a costo zero. Una salutare boccata d’aria nuova e di speranza nel futuro per un villaggio che oggi conta quasi 10 mila abitanti. 

Ma la legge non interviene a curare il verde, a sistemare le strade, a garantire pulizia e igiene e per di più con un comune in dissesto economico. 

Così, mentre Macchitella a fatica tenta di riprendersi, ladri, spacciatori di droga, criminali e vandali le chiudono l’ossigeno distruggendo quel che di buono si riesce a fare. Come il parco-giochi di viale Enrico Mattei, appena riparato e subito demolito dai teppisti. Un danno ai bambini, un’offesa a Enrico Mattei, uno sfregio alla città di Gela che poi tutti a parole dicono di amare.