Dietro i successi di un uomo spesso ci sono motivazioni forti e voglia di riscatto tali da provocare poi quell’energia vincente capace di condurre al raggiungimento di grandi traguardi.
Probabilmente, come lui stesso scrisse più volte, ciò che ha condotto Nino Benvenuti a vincere tutto nel pugilato è stato il dramma della sua adolescenza quando insieme alla famiglia fu cacciato da Isola d’Istria e condannato ad essere per sempre un esiliato.
Così come lo furono i 300.000 italiani dell’esodo giuliano-dalmata alla fine della II Guerra Mondiale. Ma sorte peggiore toccò a migliaia di uomini e donne, torturati e infoibati dai partigiani rossi di Tito. La rabbia di dovere abbandonare la propria terra fu quindi lo starter che diede ad un ragazzino di appena 13 anni gli stimoli per guardare lontano, oltre l’inimmaginabile.
Ma certo non sarebbero bastate volontà e determinazione se Benvenuti non avesse avuto anche un talento straordinario che lo ha reso una leggenda della boxe. Vincitore alle Olimpiadi del ’60 nella categoria dei welter, da professionista conquistò il titolo italiano ed europeo dei medi, il mondiale dei superwelter contro Sandro Mazzinghi, altro grande della boxe italiana. E poi il capolavoro della carriera.
La vittoria il 17 aprile del ’67 al Madison Square Garden di New York contro Emile Griffith che gli valse la cintura mondiale dei pesi medi. Titolo perduto nella rivincita, e poi riconquistato nella bella combattutasi nel marzo del ’68 sempre a New York. Un successo che fu di tutti gli italiani. Una sorta di “rivalsa” di una nazione che aveva perduto la guerra e viveva ora gli anni del boom economico. Ma Benvenuti non è stato solo un campione dalla classe cristallina. Un vero gentleman del ring.
Biondo, bello come un attore, egli fu subito amato dagli americani. Coccolato dalle televisioni e dai giornali (epica un’intervista di Benvenuti rilasciata ad Oriana Fallaci per l’Europeo), divenne un divo invitato ai programmi più prestigiosi della Rai da figure come Mina, Mike Bongiorno, Enzo Tortora, Johnny Dorelli, Gianni Minà.
Un personaggio che strideva con la figura tradizionale del pu-gile rozzo e ignorante. Benvenuti era invece colto, parlava bene e vestiva con grande eleganza. Una volta appesi i guanti al chiodo, seppe ricostruirsi una nuova vita sposando in seconde nozze Nadia Bertorello, la donna che è stato il suo più grande amore, e dalla quale ha avuto pure una figlia di nome Natahalie, oggi brillante architetto.
Poi Benvenuti è divenuto un eccellente commentatore televisivo, la Federazione Pugilistica Italiana lo ha eletto ambasciatore del pugilato nel mondo, e non si contano i riconoscimenti e gli attestati che hanno fatto di lui un mito. Un monumento dello sport che la morte, avvenuta lo scorso 20 maggio all’età di 87 anni, non potrà scalfire.
Le esequie sono state celebrate nella Chiesa degli Artisti a Roma, presenti le più importanti cariche istituzionali, il presidente del Coni Malagò, della Fpi Flavio d’Ambrosi e tante, tantissime persone che lo hanno apprezzato.
Personalmente ho avuto il privilegio di essere amico di Nino per quasi 40 anni, e di condividere con lui l’ amore per il pugilato (fu lui ad iniettarmi questa passione quando ero ancora un ragazzetto). Ad esempio tutti i miei libri sulla boxe hanno sempre avuto la prefazione di Benvenuti, e Nino veniva spesso alle prime romane dei miei film.
E abbiamo fatto pure convegni e presentazioni. Diciamo che siamo invecchiati insieme, e siamo stati anche sul ring insieme. Questo accadde a Roma nel famoso Palasantoro. Un’esperienza indimenticabile, incrociare i guantoni con il campione che veva sbancato due volte l’ America.







