Il 18 maggio – giorno in cui fra l’altro si ricorda la nascita di papa Woytjla – Leone XIV ha preso ufficialmente possesso del governo della Chiesa.

Il momento topico, quando durante la Messa, rigorosamente celebrata in latino e greco, il Santo Padre ha ricevuto l’ Anello del Pescatore da parte del cardinale Tagle. Questo ha rappresentato il sigillo d’apertura del nuovo pontificato, che ha visto in Piazza San Pietro 150.000 fedeli, 4.000 concelebranti fra vescovi e sacerdoti, e 156 delegazioni provenienti da tutto il mondo. Un rito dall’alto valore simbolico durante il quale  abbiamo visto papa Prevost commuoversi, com’era già avvenuto sulla Loggia il giorno in cui, l’8 maggio, era stato proclamato  267° Vescovo di Roma.

Durante l’omelia, “Pace e Unità” è stato l’annuncio ripetuto più volte da Leone XIV, che su questi parole così importanti e pregne di responsabilità, intende condurre il suo magistero petrino. Pace fra i popoli, giustizia sociale, necessità di rimettere Cristo al centro del mondo.

Su queste direttrici il nuovo pontefice si muoverà, in una linea d’azione che sembra volere promuovere, fra tradizione e rinnovamento, anche una nuova sintonia e un nuovo equilibrio all’interno della Curia romana. Non tradire quindi lo spirito riformatore del suo predecessore, non facendo però confusione su quelli che sono i principi fondanti e ineludibili della Chiesa.

D’altronde, il suo legame alla tradizione gli deriva dall’essere un religioso agostiniano, e l’avvertiamo anche da alcune sue dichiarazioni pronunciate già in tempi non sospetti. Così, già nel 2012, durante un Sinodo dei Vescovi Prevost dichiarava: “La Liturgia non deve essere mutata in un teatrino come avviene purtroppo in certe parrocchie Lex Orandi, Lex Credendi (ciò che preghiamo è ciò che professiamo).

Non bisogna adattare la celebrazione ai gusti e capricci personali”. Parole chiare, in cui si avverte molto pure il pensiero di Bene-detto XVI. Insomma, che i parroci e i sacerdoti di ultima generazione la smettessero di trasformare le messe in  piccoli “festival di Sanremo” o concerti rock o serate del liscio.

Ma certo ancora più potente è stata l’altra affermazione di Prevost: “La famiglia è fondata sull’unione stabile di un uomo e una donna, società piccola ma vera, e anteriore a ogni civile società”. Con buona pace, si fa per dire, dei movimenti lgbt e le “famiglie arcobaleno”. Ma poi, diciamolo pure, campanilisti come siamo, non c’è anche da parte nostra un pizzico di compiacimento nel sapere che Prevost ha  una componente di sangue siciliano nelle vene? Giovanni Riggitano,  suo nonno paterno, era di Milazzo. 

Facendo comunque un passo indietro rispetto al giorno in cui il comignolo di San Pietro ha soffiato nel cielo un abbondante fumata bianca, certamente la prima cosa che ha sorpreso del nuovo pontefice è stata l’acquisizione del nome Leone, che subito ci ha portato al ricordo di Leone XIII,  il quale con l’ enciclica Rerum Novarum del 1891 diede inizio alla dottrina sociale della Chiesa.

Ma papa Pecci fu, per la cronaca, anche il primo pontefice ad essere immortalato da una cinepresa, il 26 febbraio del 1896 da Vittorio Calcina, il  fotografo ufficiale della Casa reale dei Savoia. 

E il primo papa che volle chiamarsi Leone? La storia ci dice che era nativo di Volterra e che venne eletto al soglio di Pietro il 29 settembre del 440. Intelligente, colto, fine diplomatico, ma anche estremamente risoluto nell’affermare il “primato petrino” sul mondo, di questo pontefice che visse sulle macerie dell’Impero romano d’Occidente,  si ricorda soprattutto il suo atto di coraggio, quando nel 452 riuscì a fermare Attila il re degli Unni, impedendogli di prendere Roma e saccheggiarla.

Ma tante furono le azioni e le opere del papa, il quale volle dare ordine e disciplina alla Chiesa, garantendone l’Ortodossia anche attraverso feroci scontri con eresie e scismi.

E fu proprio grazie al suo vigore e il suo carisma che Leone venne chiamato il “grande”. Così, gli storici e i vaticanisti sono tutti concordi nell’asserire come egli sia stato il primo vero papa, in quanto nessuno dei suoi predecessori aveva saputo conferire tanta forza e autorevolezza alla figura del pontefice, rendendola uni-versale in tutte le terre cristiane e oltre.

L’augurio, tornando invece a Leone XIV, è che anch’egli possa affrontare i gravosi problemi che affliggono oggi l’umanità con lo stessa determinazione avuta da Leone I. D’altronde, il contesto  storico in cui viviamo, sebbene siano trascorsi 1.600 anni non sono molto cambiati, semplicemente perchè l’uomo non è cambiato.

Le guerre, le lotte per il potere, le guerre di religione, la povertà, le ingiustizie sociali dilagano oggi come ieri. Il pianeta offre poi nuove sfide come la difesa dell’ambiente, la perenne minaccia atomica e, ultima sfida, l’Intelligenza Artificiale. In verità, Prevost ci sembra attrezzato per affrontare queste battaglie. 

E’ giovane, in buona salute, ha le idee chiare e una importante formazione teologica e anche matematica…il che non guasta.. Ci sono poi piaciute quelle foto che sono circolate di lui in groppa ad un cavallo. Un’immagine che evoca due forti figure simboliche: il Cristo che entra in Gerusalemme la Domenica delle Palme, ma anche San Giorgio, cavaliere e santo, capace di combattere il male  con la sua spada fiammeggiante.

Prevost vuole però essere inanzitutto il papa della pace, servitore di una Chiesa disarmata e disarmante.  Un’idea che Leone ha ribadito una volta di più in quella che è stata forse la più bella frase dell’omelia d’insediamento“Fratelli e sorelle, questa è l’ora dell’amore!”, che è poi coerente con il motto episcopale da lui scelto per il suo stemma papale In Illo uno unum (Nell’unico Cristo siamo uno).