All’inizio di Leggere Lolita a Teheran (2003) di Azar Nafisi, un libro giustamente celebre che in questi giorni drammatici per l’Iran merita di essere rivisitato, c’è un passo molto impegnativo dal punto di vista della filosofia della letteratura (anche se subito dopo il suo piglio asseverativo viene smorzato): «Non sminuire mai, in nessuna circostanza, un’opera letteraria cercando di trasformarla in una copia della vita reale; ciò che cerchiamo nella letteratura non è la realtà, ma un’epifania della verità». Tale arguta considerazione dovuta a una docente di letteratura inglese mi tornava in mente leggendo Il paese scomparso dello scrittore, poeta e filosofo siciliano Cateno Tempio, uscito nell’ottobre scorso per i tipi di Ortica Editrice, perché il pensiero andava inevitabilmente a questo gennaio catastrofico per la Sicilia. Il rischio, infatti, è quello di leggere della sparizione di un paese (Regalbuto, città d’origine dell’autore) come un’allegoria a tema, addomesticandola in una parabola sociologica, quando invece il romanzo lavora più in profondità e con meno riguardi, ambendo a toccare livelli metafisici analoghi a quelli raggiunti da un romanzo come Dissipatio H. G. di Guido Morselli, ben presente a Tempio ed esplicitamente citato da lui insieme a innumerevoli altri testi (cfr. p. 52). Se pensiamo al ciclone Harry, che nei giorni scorsi ha devastato diverse coste siciliane cancellandone la fisionomia, nonché alla frana di Niscemi, cha ha inabissato intere porzioni della città, deturpandone per sempre l’aspetto, è difficile in effetti resistere alla tentazione di interpretare il romanzo di Tempio alla luce del passo citato di Nafisi, che qui intendo appunto annotare con le considerazioni che seguono.

Tempio piazza davanti ai lettori una voragine allucinante e costringe a guardarci dentro. La storia parte senza anticamera, con il monologo interiore di Gaetano Scardaci, professore di filosofia quarantenne emigrato al Nord, intellettuale sradicato e furibondo, una coscienza che erutta bestemmie e cultura come se fossero la stessa sostanza in due stati diversi (l’incipit — «Merda, merda, merda. Uno schifo, porco dio, che vita infame, che mondo di merda, ma a me chi l’ha fatto fare di venire qui, buttana della miseria…» — sembra in parte fare il verso a quello, famigerato, di Porci con le ali); la lingua è un’impastatrice impazzita che mette insieme dialetto, invettiva, citazioni alte, rancore civile, malinconia privata, e lo fa con periodi lunghi, a tratti febbrili, come se la punteggiatura fosse un lusso di un mondo stabile. Gaetano torna verso casa da Milano con un compaesano incontrato per caso sull’aereo, Carmelo, giovane studente di ingegneria gestionale, e l’attesa del ritorno si spezza cozzando contro l’assurdo, perché dove dovrebbe esserci Regalbuto c’è soltanto campagna. La domanda che gli esce di bocca, brutale e spoglia, «Dove minchia è finito il paese?» (p. 34), è sia un artificio comico che un colpo di piccone nella metafisica quotidiana: se un luogo può sparire, che cosa regge l’identità di chi lo ha abitato? E che ne è del dolore per la morte di un bambino in un incidente lontano nel tempo? «Che senso ha questa storia se il paese è scomparso, se tutto è svanito, perduto nel nulla?» (p. 125). È qui che la letteratura produce l’epifania della verità di cui parla Nafisi, perché essa mette a nudo la realtà anche senza replicarla attraverso un racconto realistico.

Regalbuto, nel romanzo, non è una coordinata cartografica; è un archivio di richiami, un deposito di odori, leggende di nonne, riti paesani ambigui, episodi di crudeltà e di tenerezza, traumi scolastici, gerghi, soprannomi, micro-miti locali, tutto ciò che fa sì che la memoria non sia un esercizio astratto ma una pratica appoggiata a cose esterne. Per questo Gaetano, di fronte al vuoto, combatte una guerra disperata, mantenendosi lucido anche tra i fumi dell’alcol: tenta di ricordare con precisione sensoriale, di aggrapparsi alle immagini come a chiodi nella parete, di cercare prove “oggettive” dell’esistenza del paese in luoghi e testi che dovrebbero garantirla, fino al gesto più agghiacciante, quello che oggi capiamo fin troppo bene: digitare il nome del paese in rete e non trovare nulla se non qualche cognome omonimo, come se la realtà fosse diventata tale soltanto quando è indicizzabile; in quel momento la sparizione non è più soltanto geografica, è epistemica, e la domanda sul senso della sofferenza diventa inevitabile, perché se la storia si sfalda anche il dolore rischia di perdere peso, di trasformarsi in narrazione senza mondo.

Il romanzo, intanto, non resta nel vuoto: si sposta nel pieno, e quel pieno ha un nome e un corpo, Catania, descritta come ventre e labirinto, città sensoriale, bruciante, chiassosa, opposta alla rarefazione del Nord, il cui aeroporto profuma di arancini e non di merda come Malpensa, sostiene Gaetano, un organismo che mangia e parla e suda; Tempio la rende personaggio attraverso episodi che hanno la forza del mito urbano, la fissazione quasi totemica per la carne di cavallo, la statua equina imbarazzante e “mutandata”, la biga in bronzo in cima a una cappella del cimitero trafugata in modo rocambolesco, la scena quasi pagana dell’uomo che nitrendo corre per strada, fino alla frase più volte ripetuta che mette inquietudine senza spiegare nulla, «A Catania c’è il male» (p. 77 ecc.), un male percepito come presenza fisica, folata calda sulla schiena, lamento, qualcosa che suggerisce forze antiche più che colpe modernissime.

Eppure il romanzo resta ancorato al dramma concretissimo dello spopolamento, dell’erosione lenta dei borghi, della sensazione che un’intera generazione possa svanire senza rumore. La sparizione totale di Regalbuto è l’iperbole che rende visibile ciò che già accade nella forma della sottrazione graduale, delle case chiuse, dei giovani altrove, dei paesi ridotti a ricordo dei propri emigrati. In questo modo Tempio costruisce un’odissea rovesciata: Ulisse torna e scopre che Itaca non lo aspetta più, e allora il viaggio non è verso casa ma dentro l’idea stessa di “casa”, dentro la dipendenza del sé da ciò che sta fuori dal cranio. Ed è impossibile non sentire, oggi, una risonanza con la Sicilia reale, senza per questo degradare il romanzo a commento della cronaca: il ciclone Harry che ha strappato pezzi di costa, allagato strade, interrotto collegamenti stradali e ferroviari, messo in ginocchio attività e infrastrutture soprattutto sulla costa ionica dell’isola, da Messina giù fino a Marzamemi; e la frana di Niscemi, che ha aperto voragini e fenditure e costretto centinaia di famiglie a lasciare le proprie abitazioni, con evacuazioni, palazzetti trasformati in ricoveri, un senso di precarietà senza rimedio che non è più un concetto ma una postura dell’esistenza stessa dei cittadini. Non serve sovrapporre i due piani, perché basta accostare le domande. La letteratura mostra il meccanismo, mentre la cronaca ne fornisce la prova emotiva. Si veda, per esempio, come comincia la lunga sezione che, con lentezza narrativa studiata, sfocia nella scoperta dell’assenza del paese dal suo sfondo familiare ai due ulissidi, in un passo che sembra farsi cronaca di una profezia che coinvolge tutta l’isola con i suoi problemi cronici: «La strada che da Catenanuova porta a Regalbuto, lungo tutti i suoi quattordici chilometri circa, è una strada di merda. Fatta di curve e saliscendi, è continuamente oggetto di smottamenti, scivolamenti, piccole frane. Costellata, anzi tempestata di avvallamenti, dossi, buche, fratture nell’asfalto, a ogni bomba d’acqua si spacca come una melagrana matura, o peggio, come un aridissimo terreno sotto il sole» (p. 26).

Quando un luogo perde affidabilità, mentre si rompe un pezzo di territorio si incrina soprattutto una fiducia elementare, la presunzione silenziosa che il qui regga, che il ritorno sia garantito, che il paesaggio sia una cornice di senso. A quel punto l’identità legata ai luoghi appare per quello che è, un intreccio di geografia e relazione, di materia e memoria condivisa. Se il luogo cede o diventa inabitabile, resta da capire che cosa, di quel legame, può spostarsi senza dissolversi: la lingua comune, la rete di rapporti, il racconto tramandato, la capacità di riconoscersi anche quando il perimetro non coincide più con una strada, con una piazza, con un lungomare. È una conclusione amara e necessaria, perfettamente in linea con Nafisi: la letteratura non vale perché “somiglia” alla vita, vale perché la costringe a rivelare ciò che normalmente nasconde; e Il paese Scomparso vale perché fa vedere, con ferocia e con pietà, che cosa resta di noi quando viene meno ciò che ci sembrava più certo, il luogo che ci ha fatti.