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Cronaca

Gela in miniatura sotto attacco dei vandali

di Franco Infurna 14 Febbraio 2026

Il 42° raid vandalico è finito. A terra, ancora i segni del passaggio dei giovani teppisti.

Tutto attorno, un silenzio particolare che avvolge i luoghi feriti. Non è solo quello delle cose rotte, delle assi spezzate, delle piante divelte. È un silenzio che pesa come una domanda rimasta senza risposta. È il silenzio che oggi si respira a “Gela in Miniatura”, il parco storico-botanico sorto nel 2018 sulle pendici occidentali di Piano Notaro, nel quartiere Scavone.

A violarlo, nei giorni scorsi, non è stato il frastuono di una festa o l’allegria di una scolaresca in visita, ma l’irruzione notturna di un gruppo di ragazzini tra i dieci e i dodici anni. Hanno scavalcato la recinzione e, uno dopo l’altro, hanno abbattuto ciò che capitava sotto le loro mani e i loro piedi: le strutture in legno del piccolo anfiteatro, le telecamere e l’impianto di videosorveglianza, numerose piante. Soprattutto i fichidindia che delimitano l’area a nord-ovest, barriera naturale cresciuta con pazienza e destinata a impiegare anni per tornare com’era.

Dietro quei gesti, che la cronaca liquida in poche righe sotto la voce “atti vandalici”,  si intravedono ombre più profonde come  noia, assenza di modelli positivi, carenza di dialogo formativo in famiglia, bisogno di appartenenza, una competitività deviata che trova nell’atto distruttivo un surrogato di affermazione.

Non giustificazioni, ma chiavi di lettura. Perché quando a colpire è l’infanzia, il problema non è mai soltanto un cancello scavalcato.

A sentirsi ferito è soprattutto Giuseppe Cannizzaro, geometra in pensione, settantanove anni, ideatore e anima del parco.

«Perché mi fate tanti danni? Perché invece non mi aiutate a curare il giardino?», ha scritto su un cartello affisso alla cancellata principale. Una domanda semplice, quasi paterna, che non accusa ma interpella. Che non invoca punizioni, ma collaborazione.

“Gela in Miniatura” si estende per oltre diecimila metri quadrati ed è molto più di un’esposizione di monumenti riprodotti in scala. È un orto botanico con oltre duemila piante di ottanta specie diverse: ulivi secolari, essenze autoctone, piante tropicali, erbe aromatiche. Un percorso naturalistico che accompagna il visitatore tra i monumenti simbolo della città, riprodotti con cura artigianale, e tra i busti dei personaggi che ne hanno segnato la storia antica e moderna fino alla scoperta del petrolio ed oltre. C’è anche un angolo dedicato allo Sbarco degli Alleati del 1943, memoria decisiva in una città che non è mai riuscita a dotarsi di un museo specifico su quell’evento. In poco spazio, una immersione completa in ventisette secoli di identità.

Eppure il valore dell’iniziativa non risiede soltanto nella qualità delle riproduzioni o nella ricchezza botanica. Sta nella sua collocazione: il cuore di Scavone, quartiere a lungo segnato da marginalità e fragilità sociali, un tempo etichettato a torto o a ragione come il “Bronx” di Gela. È qui che Cannizzaro ha scelto di piantare il suo sogno, come un seme di riscatto. Non altrove, non in un’area già valorizzata, ma dove la bellezza poteva diventare presidio, occasione di incontro, alternativa concreta al degrado.

La scommessa è stata in parte vinta. Ogni anno circa un migliaio di visitatori attraversa i vialetti del parco. Sono alunni delle scuole gelesi, studenti universitari europei in Erasmus, turisti incuriositi dal sito web. L’ingresso è gratuito; chi vuole lascia un’offerta volontaria per contribuire alle spese di gestione, interamente a carico della famiglia Cannizzaro. Nessun finanziamento pubblico strutturato, nessun biglietto obbligatorio. Solo passione, tempo, risorse personali.

E tuttavia manca una presenza: quella dei ragazzi del quartiere. O, almeno, manca nella forma che il fondatore aveva immaginato. «Celebriamo una messa nel parco con i ragazzi di Scavone», aveva proposto, coinvolgendo la parrocchia di Santa Lucia, unico vero luogo di aggregazione del rione. «Consegnerò le chiavi al parroco, così potranno entrare quando vogliono, non per distruggere ma per migliorare».

Un gesto di fiducia radicale, quasi provocatorio nella sua generosità.

All’appello, però, non è seguita una risposta concreta. Qualche parola di solidarietà, un’adesione iniziale, poi il silenzio. Né la parrocchia né l’amministrazione comunale hanno dato seguito a un progetto che avrebbe potuto trasformare i potenziali vandali in custodi. E oggi, di fronte ai danni, l’amarezza si intreccia all’incomprensione. «Non chiedo soldi ma collaborazione» – puntualizza Cannizzaro –. Guide volontarie, giovani giardinieri, mani operose disposte a prendersi cura di ciò che appartiene a tutti. Giovani immigrati di colore lo hanno già fatto per loro spontanea iniziativa».

C’è, in questa vicenda, un elemento che supera la cronaca locale. Riguarda il rapporto tra bellezza e responsabilità, tra patrimonio e comunità. Un parco come “Gela in Miniatura” non è soltanto un insieme di riproduzioni e di piante. E’ un racconto condiviso, un tentativo di condensare in uno spazio accessibile la memoria collettiva di una città antica di 2700 anni. Distruggerlo significa colpire un simbolo, ma anche smarrire un’occasione.

Cannizzaro ama ricordare le radici della propria famiglia, che affondano nella storia cittadina fino ai Vespri Siciliani del 1282. Il suo antenato Anselmo Cannizzaro, governatore in un periodo di autonomia successivo alla rivolta contro gli Angioini, promosse opere che segnarono una stagione di splendore, tra cui la costruzione della chiesa di Santa Maria della Platea, poi sostituita dall’attuale Chiesa Madre dopo il terremoto del 1693. È un richiamo che non suona come vanità genealogica, ma come dichiarazione di continuità, un legame con Gela che si traduce in servizio.

Oggi quel servizio assume la forma umile di un giardino aperto, di miniature che educano allo sguardo, di un cartello che chiede aiuto invece di invocare condanne.

Il rifiuto della rassegnazione al luogo comune: “tanto Gela è questa…”.

Forse la risposta non potrà arrivare soltanto dall’indignazione per l’ennesimo atto vandalico. Dovrà nascere da un’assunzione collettiva di responsabilità da parte di istituzioni, Scuola, Chiesa, famiglie.

Perché un parco può essere ricostruito. Le assi sostituite, le telecamere reinstallate, le piante ripiantate. Più difficile è ricostruire il senso di appartenenza quando si incrina. Eppure è proprio da qui che occorre ripartire, dall’idea che la bellezza, per sopravvivere, ha bisogno di essere condivisa. E che anche i più giovani, se chiamati non come imputati ma come alleati, possono imparare a custodirla.

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