Niscemi, la frana non si ferma: pochi i rientri. Trema anche il Muos, manifestazione il 28 marzo
Malgrado le rassicurazioni dei geologi dell’Università di Firenze, del capo della Protezione civile nazionale Fabio Ciciliano e del sindaco Massimiliano Conti, sono ancora pochi gli sfollati della frana di Niscemi che hanno deciso di rientrare nelle proprie abitazioni situate nella fascia compresa tra i 100 e i 150 metri dal fronte del crollo. Proprio per quest’area, la scorsa settimana, è stata revocata l’interdizione della cosiddetta zona rossa.
Quel ritorno massiccio alla normalità che avrebbe dovuto segnare l’inizio della fase della ricostruzione, però, non c’è stato. La paura di nuovi e improvvisi cedimenti del terreno non è mai cessata e continua a pesare sulle scelte dei residenti. E chi ha deciso comunque di rientrare deve fare i conti con servizi domestici ancora a singhiozzo. In particolare acqua e gas, le cui condotte erano state intercettate per motivi di sicurezza subito dopo la frana, richiedono interventi graduali per consentire una riattivazione parziale e sicura dell’erogazione fino al limite dei 100 metri dal fronte del dissesto.
La riduzione di 50 metri dell’area interdetta è stata possibile dopo la seconda relazione tecnica dei geologi dell’Università di Firenze. Il documento, pur offrendo elementi rassicuranti, conferma tuttavia che la frana – seppur rallentata – non si è arrestata. Per questo i tecnici suggeriscono una serie di provvedimenti e ridefiniscono l’estensione della zona rossa inizialmente individuata.
Le analisi condotte dal gruppo di ricerca guidato dal geologo Nicola Casagli confermano che il dissesto del terreno prosegue e che la stabilità complessiva del versante resta precaria. «A causa delle dimensioni del sistema franoso, della profondità delle superfici di scivolamento e delle caratteristiche geologiche dei terreni coinvolti – spiegano gli esperti – non è tecnicamente possibile ottenere una stabilizzazione definitiva dell’intero versante attraverso interventi strutturali estesi».
In questa fase, secondo i geologi, occorre piuttosto trovare un equilibrio tra interventi strutturali e misure di gestione del territorio. Gli interventi, infatti, non dovrebbero mirare a ricostruire la morfologia originaria del pendio, ma ad accompagnarne l’evoluzione attraverso opere di riprofilatura, regimazione delle acque superficiali e protezione dall’erosione.
La priorità è quindi il controllo delle acque: ridurre le infiltrazioni, captare le emergenze idriche, regolare il deflusso delle acque meteoriche e proteggere il piede dei versanti dall’erosione. Solo successivamente si potrà passare alla progettazione di opere più strutturate, come la riorganizzazione delle reti fognarie e acquedottistiche dell’abitato di Niscemi, la realizzazione di sistemi di drenaggio mediante pozzi di emungimento e gallerie drenanti profonde, oltre alla riprofilatura delle scarpate e a interventi di stabilizzazione localizzata dei versanti.
Parallelamente proseguono le indagini della Procura della Repubblica di Gela. Il procuratore Salvatore Vella sta verificando eventuali responsabilità legate ai mancati interventi di consolidamento della collina dopo la frana del 1997, nonostante fossero stati stanziati finanziamenti pubblici per circa 12 milioni di euro, poi restituiti perché mai utilizzati.
Il magistrato sta interrogando diverse persone informate sui fatti. Alla domanda se siano già emerse responsabilità o nuove ipotesi di reato, il procuratore ha risposto: «Si indaga sempre per disastro colposo e danneggiamento a seguito di frana. Continueremo a sentire persone informate. Mi spiace, ma non anticipiamo altro. È un’indagine complessa che abbraccia quasi trent’anni di inerzia a vari livelli. Abbiamo bisogno di tempo, anche se non ci siamo fermati un attimo da quando abbiamo iniziato».
Intanto l’intero fronte del dissesto, lungo circa quattro chilometri, resta sotto costante monitoraggio grazie ai satelliti Sentinel -1 e alla tecnica di interferometria radar dinamica Dynamic InSAR. Gli strumenti hanno consentito di accertare che l’area della frana settentrionale appare complessivamente stabile nel mese di febbraio, mentre i settori centrale e meridionale mostrano ancora spostamenti residui: fino a 25 millimetri sul versante a valle del quartiere Sante Croci e fino a 10 millimetri in prossimità delle strade provinciali SP11 e SP10.
Sul fronte civile, però, cresce anche un altro allarme. I movimenti del comitato No MUOS sostengono che uno smottamento potrebbe minacciare l’impianto di comunicazioni satellitari statunitense situato nella sughereta di contrada Ulmo. Il timore degli attivisti è che eventuali movimenti del terreno possano alterare l’orientamento delle antenne e indirizzare le onde elettromagnetiche verso i centri abitati di Niscemi, Gela, Acate e Comiso.
Una circostanza che i tecnici statunitensi giudicano estremamente improbabile: in caso di rischio per la stabilità dell’impianto, il sistema verrebbe spento e avviate immediatamente le operazioni di ripristino.
I movimenti No Muos, tuttavia, sollevano anche altre preoccupazioni legate alla situazione internazionale. Secondo gli attivisti, l’importanza strategica della base – parte della rete globale di comunicazioni satellitari militari statunitensi – potrebbe esporre il territorio a possibili rischi geopolitici. Per questo i comitati pacifisti hanno annunciato una manifestazione di protesta a Niscemi il 28 marzo alle ore 15 con lo slogan: «Fuori le basi Usa dalla nostra terra».
L’appello rivolto ai cittadini è alla mobilitazione contro la guerra e per la tutela della salute pubblica. Gli attivisti sostengono infatti che l’elevata incidenza di tumori nella zona possa essere collegata alle emissioni delle tre grandi parabole del sistema MUOS e delle altre quaranta antenne presenti nella base di telecomunicazioni americana. Timori che le autorità e i responsabili dell’impianto continuano tuttavia a contestare.
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