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Cronaca

Violenza giovanile e famiglie complici

di Franco Infurna 22 Marzo 2026
Salvatore Vella, procuratore di Gela

«Intemperanze giovanili? «Macchè! Questa è pura degenerazione criminale!». 

A condannare con fermezza l’agguato del 14 gennaio e i suoi risvolti comportamentali è, senza mezzi termini, il Procuratore della Repubblica del tribunale di Gela, Salvatore Vella. 

«Da quel fatto di sangue e dai successivi accertamenti eseguiti dai carabinieri – sottolinea il magistrato inquirente – giungono inquietanti conferme alle preoccupazioni che su Gela avevamo sollevato in più sedi circa la sempre più ampia partecipazione di giovani a fatti criminosi, la facile litigiosità per futili motivi, le frequenti faide tra parenti, la consistente e agevole disponibilità di armi da fuoco, l’omertà sempre più dilagante (nel ferimento di gennaio non ha collaborato nemmeno la vittima) e la resistenza attiva dei familiari fino a configurarsi nella complicità col colpevole che cercano di coprire in ogni modo».

«Durante la perquisizione domiciliare, scattata dopo l’agguato – ha raccontato il Procuratore ai cronisti – i genitori di Giovanni Raniolo hanno strappato dalle mani dei carabinieri il telefonino che stavano per sequestrare, lo hanno colpito con un batticarne di legno sfasciandolo e poi ne hanno lanciato i pezzi fuori dalla finestra, dicendo espressamente che così non avrebbero avuto alcuna prova per accusare il figlio e che gli indizi andassero a cercarseli altrove. Praticamente, la famiglia, a poche ore dal fatto, sapeva cosa aveva commesso il ragazzo e lo hanno aiutato concretamente a tentare di sfuggire alla giustizia».

A carico di marito e moglie è stato aperto un parallelo procedimento penale per favoreggiamento e per resistenza a pubblico ufficiale.

A Gela direbbero che non c’è niente da meravigliarsi perchè anche in questo caso vale il vecchio proverbio poco civile ma sicuramente autoprotettivo pur se criticabile: “difenni u to’ o tortu o rittu”, cioè difendi il tuo familiare sia che abbia torto sia che abbia ragione. Il senso della legalità e il senso della giustizia vanno a farsi benedire. 

I fatti di cronaca in città troppo spesso ci raccontano di liti tra parenti e che ognuno cerca di difendere il suo. Ne vengono fuori vere e proprie faide tra clan familiari, di incendi di automobili e saracinesche, di spari contro i portoni, frutto di intimidazioni e vendette incrociate, che diventano il manifesto di una illegalità diffusa.

Cambiare mentalità comporta un processo culturale che avanza faticosamente e che trova resistenza in certe fasce sociali caratterizzate da fragilità varie ed emarginazione. Alle agenzie educative, come la scuola e la famiglia, il compito di affermare questo difficile cambiamento.  

«Noi carabinieri – dice il col. Marco Montemagno, comandante del reparto territoriale di Gela – ci impegniamo tutti i giorni con le scuole, confrontandoci soprattutto con i ragazzi del quinto anno con i quali parliamo di rispetto della persona, parliamo di legalità, parliamo di giustizia. Incontri che fanno capire loro quali sono le conseguenze di alcun gesti irrazionali». Ma fuori la società si dimostra molto spesso sorda e distratta. 

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