C’è un uccellino che pesa meno di sessanta grammi e che nidifica direttamente sulla sabbia, a pelo di spiaggia, quasi invisibile tra i granelli delle dune. Si chiama fratino, e il suo destino è intrecciato con quello delle coste del Golfo di Gela. Dove lui riesce a sopravvivere, le dune resistono, le specie vegetali prosperano, l’erosione marina rallenta. Dove lui scompare, qualcosa si rompe in modo silenzioso ma irreversibile nell’equilibrio di quegli ecosistemi costieri che sono, a tutti gli effetti, il patrimonio naturale più prezioso di questo territorio. Non è retorica ambientalista: è ecologia applicata. E oggi, grazie a un progetto europeo di ampio respiro, il Golfo di Gela potrebbe diventare il laboratorio per creare un modello di gestione sostenibile delle spiagge da applicare in tutta Italia.

Il progetto.

Si chiama Life Alexandro, è cofinanziato dall’Unione Europea attraverso il Programma Life, e ha come obiettivo dichiarato quello di frenare — e dove possibile invertire — il rapido declino del fratino (Charadrius alexandrinus) lungo le coste italiane e croate. Un progetto da otto milioni di euro, cinque anni di attività, quindici partner istituzionali e scientifici coinvolti, che in Sicilia vede protagoniste le aree costiere del Golfo di Gela: dalla Piana di Gela con le sue Zone Speciali di Conservazione e Zone di Protezione Speciale, passando per le Saline di Priolo, fino al tratto che da Desusino e Butera arriva a Marina di Acate. Un territorio che, non a caso, ospita ancora oggi tra i quindici e i venti nidi attivi di fratino: un numero che può sembrare modesto ma che, nel contesto nazionale di una specie ridotta a circa cinquecento coppie riproduttive in tutta Italia, rappresenta una presenza significativa e preziosa.
A coordinare il lavoro sul campo in Sicilia per conto della LIPU — la Lega Italiana Protezione Uccelli, partner del progetto — è Daniele Alù, È lui a raccontare cosa sta succedendo e cosa si intende fare.

La storia che i numeri raccontano è impietosa.

Nei primi anni Duemila, lungo le coste italiane si stimavano tra le 1.300 e le 2.000 coppie di fratino. Nel 2018 si era già scesi a 570-691 coppie. Nel 2023 si è toccato il minimo storico: circa 500 coppie. Una riduzione di oltre il cinquanta percento in meno di vent’anni.
Le cause sono note, e Daniele Alù le elenca senza giri di parole: «La minaccia principale è la perdita dell’habitat. Il turismo non sostenibile, il calpestio accidentale, le dune che non vengono tutelate come dovrebbero essere». Il fratino nidifica a terra, direttamente sulla sabbia delle dune o nelle aree di retroduna, deponendo uova mimetiche che è quasi impossibile individuare a occhio nudo. Basta una passeggiata, un cane lasciato libero, il passaggio di un mezzo meccanico per la pulizia della spiaggia, e un nido è perduto.
Il 25 marzo scorso si è tenuto un incontro istituzionale con il sindaco Di Stefano, al quale Daniele Alù e i referenti del progetto hanno presentato Life Alexandro in tutti i suoi aspetti. Un passaggio tutt’altro che formale: il primo cittadino non era ancora a conoscenza dell’iniziativa, e l’incontro ha rappresentato l’avvio concreto di un dialogo tra il mondo della conservazione naturalistica e le amministrazioni locali che sarà determinante per il successo delle attività previste. «Il sindaco si è mostrato disponibile per la collaborazione», racconta Alù, «e abbiamo parlato della possibilità di organizzare un convegno nel quale saranno invitati i rappresentanti degli altri comuni coinvolti, da tenersi entro maggio».
Durante l’incontro è stata ribadita con forza l’importanza delle dune costiere: non semplici cumuli di sabbia, ma ecosistemi complessi e fragili che svolgono un ruolo fondamentale nella difesa naturale della costa dall’erosione marina, nell’ospitare specie vegetali rare e minacciate, nel mantenere quella catena alimentare di insetti e microfauna invertebrata dalla quale dipende, tra gli altri, proprio il fratino. Proteggere le dune, in altri termini, non è una scelta estetica o sentimentale: è una necessità ecologica che si riflette direttamente sulla stabilità fisica del litorale e sulla qualità delle spiagge per residenti e turisti.

Le azioni del progetto.

Un gruppo di sei volontari appositamente formati sta già effettuando monitoraggi periodici lungo il litorale: i censimenti delle popolazioni invernali sono stati completati, e adesso l’attività si concentra sulla ricerca attiva dei nidi. Quando un nido viene individuato, viene protetto con una recinzione perimetrale che serve a evitare il calpestio accidentale e a tenere lontani i cani randagi o quelli lasciati liberi dai proprietari — uno dei problemi più ricorrenti e sottovalutati nella gestione delle spiagge naturali. Il progetto prevede la progettazione e la realizzazione di infrastrutture permanenti: passerelle sopraelevate che permettano ai bagnanti di raggiungere la spiaggia senza attraversare le dune, separando fisicamente il flusso turistico dalle aree di nidificazione. Sono previsti anche interventi di rimozione dei rifiuti dalle aree costiere, da realizzare in collaborazione con altre associazioni ambientaliste e con la partecipazione attiva dei Comuni — ma solo a partire dall’autunno, quando la stagione riproduttiva del fratino sarà conclusa. «In questo momento», spiega Alù, «sarebbe un impiccio per il fratino: si rischierebbe di calpestare eventuali nidi presenti». Una precauzione che dice molto del livello di attenzione con cui il progetto è stato concepito.

I dati raccolti quest’anno avranno un valore che va ben oltre il Golfo di Gela.

Nel territorio gelese, considerando l’intero golfo, si stimano tra i cinquanta e i sessanta individui, corrispondenti a circa quindici coppie riproduttive, con una concentrazione particolare vicino alla foce del torrente Comunelli. È una presenza numericamente significativa nel contesto nazionale, tanto da aver già attirato l’attenzione degli inanellatori dell’ISPRA — l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale — che potrebbero intervenire per approfondire gli aspetti scientifici legati alla biologia della specie in questo specifico contesto. I dati raccolti durante questo primo anno di progetto saranno utilizzati per costruire un modello di gestione sostenibile delle spiagge da applicare in tutta Italia: il Golfo di Gela, in altri termini, ha la possibilità concreta di diventare un laboratorio nazionale di riferimento per la coesistenza tra turismo balneare e conservazione della biodiversità costiera.

Perché è importante salvaguardare il fratino.

Proteggere questa “specie ombrello” produce automaticamente effetti positivi su tutto l’ecosistema che condivide con essa. Proteggere il fratino vuol dire proteggere le dune. Proteggere le dune vuol dire ridurre l’erosione costiera. Ridurre l’erosione costiera vuol dire preservare la morfologia naturale delle spiagge. E preservare la morfologia naturale delle spiagge vuol dire, alla fine, tutelare anche il valore turistico e paesaggistico di quel litorale per le generazioni future. «Salvaguardare il fratino è importante perché la sua diminuzione è una nostra responsabilità», afferma senza mezzi termini Daniele Alù. «La minaccia principale è la perdita di habitat, causata da scelte umane che possiamo modificare».
Dal Golfo di Gela al Mediterraneo
Il progetto si inserisce in questo quadro come un’azione coordinata a livello internazionale, che coinvolge l’Italia e la Croazia in un modello condiviso di intervento sulle coste del Mediterraneo centrale. I quindici partner del progetto, tra istituti di ricerca, parchi naturali, associazioni ambientaliste, università e corpi dello Stato, disegnano una rete di competenze e di presenza territoriale che non ha precedenti per questa specie. La capofila è l’Istituto di Ecologia Applicata; in Sicilia l’attuazione è affidata alla LIPU, che da anni svolge attività di monitoraggio e tutela lungo le coste dell’isola.

Il messaggio che emerge da questo progetto è forse il più importante: la conservazione della biodiversità e lo sviluppo turistico non sono obiettivi in conflitto. Possono — e devono — procedere insieme, a condizione di scegliere un modello di gestione del territorio che sia davvero sostenibile. Le passerelle sulle dune, i nidi protetti, i monitoraggi periodici, i convegni con le amministrazioni locali: non sono sacrifici imposti al turismo, ma investimenti nel valore a lungo termine di queste coste. Una spiaggia con le dune integre, con la vegetazione spontanea, con gli uccelli che nidificano indisturbati vale più — economicamente, oltre che ecologicamente — di una spiaggia rasata e meccanizzata fino all’ultimo granello di sabbia.

Il fratino lo sa da sempre. Adesso tocca a noi imparare la lezione.