“Vi assicuro che il fascicolo appena aperto sulla frana di Niscemi non rimarrà a lungo a carico di ignoti”. Lo promise ai niscemesi e all’Italia intera, il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Gela, Salvatore Vella. Ed è stato di parola.

A distanza di quasi tre mesi dall’inizio delle indagini sul devastante smottamento della collina, il magistrato ha formalizzato l’iscrizione di 13 persone nel registro degli indagati. Le accuse, che ruotano attorno al “disastro colposo e al danneggiamento” provocato dal movimento franoso del 16 gennaio scorso, segnano una tappa fondamentale di un’inchiesta che punta a chiarire le cause di quella che è stata definita la “frana più grande d’Europa”, con un fronte che si estende per ben 4 chilometri e che ha costretto oltre 1500 persone ad abbandonare le proprie case.

Quattro gli indagati eccellenti, personaggi politici di notevole spessore: Nello Musumeci, ex presidente della Regione Sicilia e ministro della Protezione Civile; Renato Schifani, attuale governatore dell’Isola ed ex presidente del Senato; i loro due predecessori alla Regione, Rosario Crocetta e Raffaele Lombardo.

Sono tutti coinvolti nella gestione delle emergenze legate al dissesto idrogeologico. Hanno ricoperto il doppio ruolo di governatori dell’Isola e di commissari straordinari per l’emergenza frana di Niscemi, che a partire dal ’97 aveva già seminato distruzione nella zona di “Sante Croci”.

Gli avvisi di garanzia, oltre a loro, sono stati notificati anche a cinque figure apicali tra funzionari e direttori generali della Regione, e ai dirigenti della Protezione Civile regionale che si sono succeduti in quegli anni oggetto di indagini, cioè Calogero Foti, Vincenzo Falgares e Salvatore Cocina, nonché a Sebastiana Coniglio, rappresentante dell’associazione temporanea d’imprese (ATI), tra Comer ed Edil Ter, che nel 2009 aveva ottenuto l’appalto per le opere di mitigazione (la canalizzazione delle acque, concausa della frana) e poi rinunciato al contratto.

A partire dal 2010, infatti, il progetto per prevenire il rischio frane, che avrebbe potuto proteggere il territorio e la popolazione, è rimasto inattuato, nonostante ci fossero a disposizione 23 miliardi di lire (circa 12 milioni di euro), ancora oggi fermi nelle casse della Regione Sicilia.

La prima fase dell’indagine, quella legata alla mancata realizzazione delle opere di mitigazione, si concentra proprio su questo ritardo. “Il progetto era finanziato, ma non realizzato”, ha sottolineato Vella. La mancata esecuzione dei lavori ha alimentato una serie di domande sulle responsabilità politiche e amministrative che hanno contribuito a un disastro annunciato.

Il periodo che va dal 1997 al 2010 è ancora oggetto di indagini, ma al momento non ci sono contestazioni nei confronti degli attori coinvolti, «perchè – ha spiegato il magistrato – si sono succedute una serie di ordinanze da parte del consiglio dei ministri  sulla frana ’97; sono state effettuate numerose opere da parte del soggetto attuatore che in quel caso era il prefetto dell’epoca, Isabella Giannola; la Regione, tramite il dr Cocina, è riuscita a pubblicare il bando di gara e ad aggiudicarla». Ma poi tutto inspiegabilmente si blocca.

«Da questo momento in poi – dice il Procuratore – il nostro interesse mira ad accertare eventuali responsabilità penali».

L’epicentro delle indagini infatti si trova proprio nel periodo successivo, che si estende dal 2010 al 2026, dove si intrecciano inadempienze gravi, ritardi burocratici e scelte politiche che avrebbero potuto evitare il peggio.

Nel 2010, il contratto con l’associazione di imprese incaricata di realizzare le opere di mitigazione venne risolto per gravi inadempienze ma ci vollero 6 anni per dichiararne ufficialmente la risoluzione. “Di casi così lunghi di risoluzione di un appalto ne ho visto pochi per non dire niente” ha sottolineato il Procuratore Vella, evidenziando la grave omissione delle istituzioni nel periodo cruciale.

A partire da quel momento e fino al 2016, infatti, non venne fatto alcun passo concreto per avviare un nuovo piano di intervento.

I quattro presidenti della Regione, che si sono avvicendati dal 2010 al 2026, sono chiamati a rispondere perciò dell’inefficacia degli interventi e della mancata realizzazione delle opere. In particolare, la figura di Salvatore Cocina, che ha ricoperto il ruolo di dirigente della Protezione Civile siciliana, è al centro di numerosi interrogativi riguardo alla gestione della crisi e alla mancata messa in sicurezza del territorio.

L’inchiesta giudiziaria si articola in tre fasi principali, ognuna delle quali esamina diversi aspetti del disastro. La prima fase si concentra sulla mancata realizzazione delle opere di mitigazione, che, secondo i tecnici, avrebbero potuto ridurre il rischio di frane nel territorio e limitare l’entità della catastrofe. In secondo luogo, l’indagine esplora la gestione delle acque bianche e nere nella zona di Niscemi, che già nel 1997 erano state identificate come uno dei fattori scatenanti della frana. Infine, la terza fase riguarderà la cosiddetta “zona rossa”, cioè le aree maggiormente vulnerabili del paese, già individuate come a rischio elevatissimo fin dai primi studi del 1997.

In questo contesto, un punto cruciale sarà determinare se gli sgomberi e i blocchi delle nuove costruzioni nelle aree a rischio sono stati effettivamente realizzati. Se così non fosse, la responsabilità penale potrebbe estendersi anche ai dirigenti locali sui quali già pende il sospetto che possano aver autorizzato la costruzione di edifici nelle zone più pericolose e consentito eventuali edificazioni abusive.

L’ampiezza della tragedia e la sua dimensione europea non possono non far riflettere sulla gestione delle emergenze in Sicilia. Oltre ai 1500 sfollati, sono tutti i 25 mila abitanti di Niscemi a vivere sotto la costante minaccia di un altro disastro e delle sue conseguenze economiche, urbanistiche, sociali. Il Procuratore Vella ha chiarito che la comunità di Niscemi è parte lesa in questo processo, in quanto le gravi omissioni hanno messo a rischio la vita di centinaia di persone.

Nelle prossime settimane, l’inchiesta entrerà nel vivo con gli interrogatori degli indagati, una fase delicata che permetterà di fare chiarezza sui motivi per cui il progetto di mitigazione è rimasto sulla carta. Contemporaneamente, la Procura di Gela avvierà il sequestro di documentazione presso gli uffici pubblici coinvolti nell’inchiesta, con l’obiettivo di fare luce su una vicenda che ha segnato una delle pagine più oscure nella storia della protezione civile siciliana. Un lavoro estremamente impegnativo per il quale il Procuratore Vella ha voluto pubblicamente ringraziare le due colleghe pm sue “sostituto procuratore” che lo stanno collaborando nell’indagine, la Polizia di Stato e in particolare il servizio centrale operativo (Sco) di Roma diretto da Marco Calì, la squadra mobile di Caltanissetta, comandata dal vice questore Rosario Scalisi, il commissariato di Niscemi diretto da Giovanni Minardi e i consulenti tecnici geologi coordinati dal prof. Edoardo Rotigliano dell’università di Palermo.

Il magistrato inquirente ha sottolineato che il cammino dell’inchiesta è ancora lungo e che, mentre alcuni aspetti sono già chiari, ci sono ancora molte questioni da risolvere. L’obiettivo, però, è semplice: fare giustizia per le persone danneggiate da un disastro che, secondo le evidenze tecniche e documentali, sarebbe stato possibile prevenire.