Il porto rifugio di Gela resta fermo, sospeso tra promesse, iter burocratici e un silenzio istituzionale che continua a suscitare interrogativi e preoccupazioni. Non è soltanto una vicenda tecnica o amministrativa, è una questione che tocca da vicino il futuro economico e sociale di un intero territorio, che da anni attende segnali concreti su un’infrastruttura considerata strategica ma, nei fatti, inutilizzabile.
A riaccendere i riflettori è stato ancora una volta il “Comitato Porto del Golfo di Gela”, guidato da Massimo Livoti, che ha denunciato con toni netti l’assenza di risposte da parte dell’Autorità Portuale, al cui timone c’è il commissario straordinario Annalisa Tardino. Le richieste di confronto avanzate nelle scorse settimane, anche su impulso dell’amministrazione comunale, sono rimaste senza esito. Un atteggiamento definito “incomprensibile e irriguardoso”, soprattutto alla luce della rilevanza delle questioni in campo e dell’urgenza di interventi non più rinviabili.
Il nodo principale resta quello dell’interramento dell’imboccatura e del bacino interno del porto. Una criticità strutturale che si trascina da anni e che ha progressivamente compromesso la funzionalità dello scalo. L’insabbiamento ha reso impossibile l’accesso alle imbarcazioni, determinando di fatto la paralisi delle attività e l’esclusione del porto dalle principali rotte del Mediterraneo, sia commerciali sia turistiche.
Le conseguenze sono evidenti. La marineria locale, un tempo elemento identitario e risorsa economica, è stata di fatto cancellata. Gli operatori del settore hanno visto ridursi drasticamente le possibilità di lavoro, mentre l’intero indotto legato alla portualità ha subito un ridimensionamento significativo. In questo contesto, il porto rifugio, anziché rappresentare un volano di sviluppo, si è trasformato in uno dei simboli delle incompiute del territorio.
«Il Comitato – si legge nella nota diffusa alla stampa – ribadisce con fermezza la necessità di un confronto immediato e costruttivo con l’Autorità Portuale. Il porto rappresenta un’infrastruttura strategica per lo sviluppo del Golfo di Gela e non può continuare a essere oggetto di inerzia istituzionale».
Non si tratta soltanto di ottenere chiarimenti, ma di avviare un percorso condiviso che porti finalmente all’apertura dei cantieri.
In mancanza di risposte, i componenti invocano l’intervento del Prefetto, «che possa ristabilire un corretto rapporto istituzionale e garantire la tutela degli interessi della comunità».
Una linea, questa, che si intreccia con quella dell’amministrazione comunale guidata dal sindaco Terenziano Di Stefano. Il primo cittadino ha più volte sottolineato la necessità di trasparenza e di tempi certi, evidenziando come non sia più accettabile l’assenza di riscontri dopo mesi di sollecitazioni. In caso di ulteriore inerzia, l’amministrazione è pronta a compiere un passo ulteriore: chiedere l’annullamento del protocollo relativo ai lavori e pretendere la restituzione dei quattro milioni di euro provenienti dalle compensazioni Eni.
Si tratta di risorse importanti, che il Comune ritiene debbano tornare nella disponibilità della città qualora non vengano utilizzate per gli scopi previsti. Secondo il sindaco, Terenziano Di Stefano, questi fondi potrebbero già consentire l’avvio di un primo intervento fondamentale: la realizzazione del cosiddetto “pennello intercettore”, ovvero l’allungamento del molo ovest. Un’opera ritenuta prioritaria, poiché necessaria a prevenire il continuo accumulo di sedimenti portati dalle correnti di ponente che causano l’insabbiamento .
Il tema tecnico, infatti, è tutt’altro che secondario. Il dragaggio, spesso indicato come soluzione immediata, rischia di rivelarsi inefficace se non preceduto dalla costruzione del pennello. Senza questo intervento, l’azione delle correnti continuerebbe a depositare sabbia nel bacino portuale, vanificando ogni tentativo di ripristino. Da qui la richiesta dell’amministrazione di seguire una sequenza operativa precisa e razionale.
Nonostante le criticità, nello scorso gennaio si era registrato un clima di cauto ottimismo. Dopo anni di immobilismo, sembrava possibile avviare finalmente i primi interventi infrastrutturali. La progettazione, almeno sul piano formale, risulta in corso, con un iter autorizzativo che coinvolge il ministero delle Infrastrutture e quello dell’Ambiente, nell’ambito della procedura Via-Vas.
Proprio su questo fronte si concentrano alcune delle principali difficoltà. L’area del porto rientra infatti tra i siti di interesse nazionale, circostanza che impone verifiche ambientali particolarmente rigorose. Negli ultimi anni sono stati effettuati numerosi campionamenti delle sabbie, necessari per stabilire le modalità di smaltimento o di eventuale scarico in mare. Un processo complesso, che ha contribuito ad allungare i ritardi senza però tradursi, finora, in interventi concreti. L’ultima assurdità, in ordine di tempo, riguarda la prevista ennesima campionatura delle sabbie dei fondali dell’imboccatura e del bacino interno del porto rifugio.
La Capitaneria di Porto ha emesso ordinanza (dal 24 marzo al 30 aprile) con limiti di navigazione in prossima della m/b “Atlantis” incaricata di effettuare i carotaggi dei fondali ma, chiedendo in giro, nessuno degli intervistati ha saputo confermarne la presenza e i lavori. Se questa versione, cioè quella di un ipotetico rinvio, venisse confermata significherebbe dover affrontare ulteriori ritardi nel programma di costruzione del prolungamento del molo di ponente e del ripristino dei fondali.
Valgono poco e si svuotano di significato anche le riunioni tra l’amministrazione comunale e i rappresentanti dell’Autorità Portuale della Sicilia occidentale. La situazione di perenne attesa alimenta piuttosto un senso diffuso di frustrazione.
Per cercare di superare questa fase di stallo, è stato istituito nel febbraio dello scorso anno un tavolo permanente sulle criticità del porto rifugio. L’iniziativa ha coinvolto diversi livelli istituzionali, dai rappresentanti locali ai parlamentari, oltre agli operatori del settore e ai membri del comitato. E vuole essere ancora oggi un segnale di unità e di volontà condivisa di affrontare il problema in maniera coordinata.
Tra le prime decisioni del tavolo vi è stata la richiesta urgente di procedere con interventi di dragaggio, considerati indispensabili per garantire condizioni minime di sicurezza e fruibilità. La presenza della bioraffineria Eni e delle attività industriali nell’area portuale rende ancora più evidente la necessità di uno scalo efficiente, in grado di supportare le esigenze logistiche e produttive del territorio.
Il tavolo permanente ha inoltre ribadito l’esigenza di un incontro immediato con l’Autorità Portuale, al fine di fare chiarezza sullo stato di avanzamento del progetto e sulle tempistiche previste. Un passaggio ritenuto fondamentale per trasformare il confronto istituzionale in un percorso operativo concreto.
Ogni ulteriore ritardo rischia di aggravare una situazione già compromessa, rendendo sempre più difficile il recupero dell’infrastruttura. Al contrario, un’accelerazione delle procedure potrebbe segnare una svolta, restituendo fiducia agli operatori e ai cittadini.







