Siamo cattolici per tradizione, frequentiamo la messa domenicale e pensiamo di conoscere bene il nostro parroco, i nostri sacerdoti. Eppure, raramente ci chiediamo che cosa accade loro quando, raggiunti i 75 anni, terminano il proprio servizio pastorale.
Una domanda che meriterebbe maggiore attenzione, soprattutto considerando che i preti hanno scelto il celibato e che, molto spesso, al momento della pensione non hanno più accanto neppure i genitori, ormai scomparsi. E allora: chi si prende cura di loro? Chi li assiste se si ammalano? Chi garantisce loro un sostegno economico?
Se il sacerdote ha insegnato nelle scuole o svolto un’attività retribuita, percepisce una pensione. Diversamente, o nel caso in cui non abbia maturato i contributi necessari, interviene un sistema misto di tutela economica composto dal Fondo Clero INPS (la cassa previdenziale della categoria) e dalle risorse dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero, finanziato attraverso le offerte dell’8×1000 alla chiesa cattolica.
Anche il problema dell’alloggio trova una risposta nella rete ecclesiastica. Chi non possiede una casa generalmente viene accolto da propri familiari, spesso fratelli o sorelle. In assenza di parenti disponibili, la Chiesa provvede attraverso le “Case diocesane del Clero”, residenze dedicate ai sacerdoti anziani in convitti ecclesiastici.
Dopo il collocamento in pensione, i religiosi ancora autosufficienti possono continuare a vivere nelle parrocchie, collaborando nelle confessioni e nelle celebrazioni liturgiche, usufruendo eventualmente di servizi di assistenza domiciliare.
Il 3 maggio la Chiesa cattolica ha celebrato la giornata dedicata all’8×1000, occasione per ricordare a credenti e laici l’importanza di questo strumento di sostegno.
Coordinatore diocesano dell’8×1000 per la diocesi di Piazza Armerina è il gelese Orazio Sciascia, cavaliere della Repubblica, laico e attivista sindacale della Cisl. Sciascia sottolinea «l’importanza della sottoscrizione nella dichiarazione dei redditi in favore della Chiesa cattolica, prevista dalla legge 222/85 che disciplina il riconoscimento civile degli enti ecclesiastici in Italia e il sostentamento del clero cattolico e che nella nostra diocesi impegna circa un milione di euro l’anno».
Inoltre ci fa notare «la grande rilevanza etica e sociale del fondo solidale di sostentamento del clero, che garantisce la tutela della dignità umana del sacerdote assicurandogli autonomia economica, mezzi di sussistenza, diritto alla salute e serenità nell’esercizio dell’attività pastorale ausiliaria nelle parrocchie».
Dal punto di vista economico e sanitario, dunque, ai sacerdoti in pensione vengono garantite tutele e assistenza. Quello che spesso manca davvero è altro: l’antico rapporto quotidiano con i fedeli, con i giovani dell’oratorio, con quella comunità che per decenni è stata casa loro.
«Mi manca tutto, confessa don Angelo Strazzanti, storico parroco di Regina Pacis a Fondo Iozza, oggi pensionato nella sua Barrafranca, dove collabora come semplice sacerdote nella parrocchia Madonna delle Grazie. Mi manca tutto perché quello che abbiamo fatto lo abbiamo fatto bene. E quindi, oltre agli affetti, mi mancano anche le opere costruite con le mie mani».
Tra queste c’è il Cesma, il Centro studi musica e arte, realtà che negli anni ha dato vita a spettacoli e rappresentazioni teatrali varie. «Abbiamo portato in scena musical in lingua inglese e oggi mi conforta sapere che a guidare il Cesma ci sia un’insegnante madrelingua, cioè la persona giusta al posto giusto».
Ma l’aspetto più innovativo della pensione di don Angelo Strazzanti, che ha compiuto 75 anni lo scorso autunno, riguarda proprio la gestione della parrocchia Regina Pacis. La comunità, infatti, non è stata affidata a un nuovo parroco né a sacerdoti temporanei, ma a un comitato laico formato da volontari già impegnati nella vita parrocchiale. Le celebrazioni religiose vengono invece assicurate da sacerdoti provenienti da altre parrocchie.
Alla domanda se non avrebbe potuto rimandare ancora il pensionamento, don Angelo risponde senza esitazioni:
«No, ero stanco. Molto stanco. Il lavoro svolto a Gela è stato per me estremamente impegnativo. Lo racconto anche in un libro di prossima uscita dal titolo “Esperienza Pastorale Artistica – Cesma, una storia straordinaria”, che regalerò a molti amici».
Un’altra testimonianza arriva da don Vincenzo Iannì, oggi 85enne, che dieci anni fa ha lasciato la guida della parrocchia San Francesco di Gela per tornare a vivere nel suo paese natale, Mazzarino, insieme a cinque delle sue otto sorelle.
«Il sacerdote ha bisogno di stare con i fedeli – racconta padre Iannì – ma il diabete mi sta distruggendo giorno dopo giorno. Ho perso completamente la vista dall’occhio destro e parzialmente anche dal sinistro. Non concelebro più messa perché non riesco a leggere e faccio fatica persino a mantenere l’equilibrio».
L’ex parroco di San Francesco rappresenta un caso particolare: è infatti l’unico sacerdote gelese ad aver maturato la pensione non come insegnante di religione, ma come segretario scolastico.
«Monsignor Rosso, vescovo della diocesi di Piazza Armerina dal 1971 al 1986, volle che facessi il parroco lasciandomi però libero di continuare l’attività amministrativa nella scuola».
C’è poi don Rocco Pisano, che compirà 81 anni il prossimo 25 maggio. Originario di Butera, ordinato sacerdote nel 1972, è stato parroco della chiesa San Giovanni Evangelista a Macchitella e ha svolto il proprio ministero anche nelle parrocchie Santa Maria di Betlemme e San Rocco.
In pensione dai 75 anni, vive oggi con la sorella nella loro casa di Macchitella, lo stesso quartiere in cui ha operato per tanti anni e dove continua ancora a concelebrare messa da sacerdote pensionato ed ex insegnante di religione.
Alla domanda se gli manchi qualcosa della vita da parroco, don Rocco risponde con serenità: «No, non mi manca nulla. Il rapporto con i miei parrocchiani continua a esserci. Bisogna semplicemente accettare che gli anni passano e che è giusto lasciare spazio a chi è più giovane di noi».







