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Note a margine

Sulla memoria come resistenza al presente

di Marco Trainito 27 Settembre 2026
David Copperfield vende la propria giacca a un rigattiere fuggendo da Londra (cap. 13). Illustrazione di Frederick Barnard (1846-1896)

«Mi sentivo molto cattivo, così sudicio e polveroso e con i capelli arruffati. Non fosse stato per il quadro sereno da me evocato, di mia madre, giovane e bella, che si commuove, accanto al camino, e di mia zia che s’intenerisce accarezzandola, non credo che avrei avuto il coraggio di andare avanti fino al giorno dopo. Ma quell’immagine mi precedeva sempre, e io la seguivo (But it always went before me, and I followed)» (Charles Dickens, David Copperfield, ebook Rizzoli-Mondadori 2018, cap. 13).

Una forza singolare che appartiene alla memoria è quella di strappare il passato alla sua irreversibilità e restituirgli efficacia nel presente. Sul piano degli eventi, ciò che è accaduto è accaduto una volta per tutte, ma su quello della vita psichica esso continua ad agire e un’esperienza felice può essere conservata, richiamata, riattivata e trasformata in risorsa quando le condizioni attuali sono diventate dolorose. È questo fenomeno, osservato con linguaggi lontanissimi fra loro, che consente di mettere in dialogo, per esempio, Epicuro e Dickens.

Nella lettera a Idomeneo, conservata da Diogene Laerzio (X, 22 = 138 Usener) e scritta nell’ultimo giorno della sua vita, Epicuro afferma che, pur essendo tormentato da forti dolori alla vescica e alle viscere, ad essi egli contrappone la gioia dell’anima suscitata dal ricordo delle conversazioni filosofiche passate. La memoria entra così in scena come potenza attiva e la scena stessa è filosoficamente rilevante perché Epicuro sta collaudando la propria dottrina nelle condizioni più sfavorevoli che si possano immaginare. Il dolore corporeo appartiene all’istante in cui viene patito, mentre il ricordo riporta nel presente esperienze appartenenti a un tempo concluso. L’uomo sofferente dispone così di più di quanto gli stia accadendo, perché può accedere anche a ciò che è accaduto e che può tornare psicologicamente presente.

Si tocca qui una delle intuizioni più fini dell’epicureismo sulla temporalità del piacere. Le affezioni dell’anima possiedono un raggio temporale più ampio di quelle della carne e la memoria, in questa prospettiva, è qualcosa di più di un mero archivio, perché grazie ad essa un piacere continua ad avere conseguenze anche dopo che l’esperienza originaria si è esaurita. Il ricordo di una conversazione filosofica tra amici appartiene al passato come evento e al presente come affezione, e la distinzione conta, perché la rievocazione non ripete materialmente l’esperienza pur possedendo una realtà psicologica sufficiente a modificare lo stato affettivo di chi ricorda. La memoria del piacere ha dunque una struttura eminentemente sociale, perché il soggetto richiama un mondo nel quale si è sentito riconosciuto e impegnato in qualcosa di significativo.

È interessante osservare di passaggio (ma il fatto meriterebbe ben altro spazio) che questa lettera minore di Epicuro colpì molto Cicerone, il quale nel De finibus (II, 30, 96-100) la tradusse in latino e la riportò commentandola da par suo (ma chiamando “Ermarco” il destinatario per una ragione ancora non chiara agli studiosi). Cicerone considera bellissima la lettera, ma la usa per confutare la dottrina di Epicuro stesso, perché ritiene che essa tradisca una contraddizione tra la condotta del filosofo in punto di morte e la sua teoria materialistica del rapporto anima-corpo. La difficoltà teorica che egli solleva è seria. Se infatti ogni piacere dell’anima dipende in ultima istanza dal corpo, quale piacere resta a un uomo il cui corpo è devastato? Se il piacere ricordato deriva da precedenti affezioni corporee, la memoria dovrebbe conservarle e riattivarle; se si tratta invece di una gioia propriamente psichica, la psicologia edonistica epicurea rischia di contraddirsi. In sostanza, l’argomentazione di Cicerone può essere posta in questi termini: se è vero che Epicuro può provare gioia nell’anima mentre soffre fisicamente, la sua dottrina è falsa; ma non abbiamo alcun motivo di dubitare del fatto che egli provi davvero gioia ricordando le conversazioni filosofiche con gli amici, dunque la sua dottrina è falsa (modus ponens). L’obiezione, però, finisce per illuminare il fenomeno che intende demolire, perché Epicuro, quale che sia la tenuta sistematica della sua teoria, sta descrivendo qualcosa di psicologicamente plausibile, dato che uno stato affettivo presente può essere modificato dal recupero di rappresentazioni autobiografiche positive.

Questa cornice consente di leggere con altri occhi il passo riportato del David Copperfield. Il ragazzino si trova in grave difficoltà perché, fuggito dalla ditta londinese di vini del patrigno in cui era costretto a lavorare in condizioni degradanti, è stato derubato del bagaglio da un facchino fellone e ora è sporco, impolverato, spettinato, isolato ed esposto a pericoli di ogni genere. Poi compare l’immagine mentale di un quadro sereno, la madre giovane e bella commossa accanto al camino e la zia che le accarezza il viso. Anziché formulare la proposizione «Mia madre mi voleva bene», David vede una configurazione affettiva fatta di calore domestico, vicinanza fisica e tenerezza. L’ambiente attuale è freddo e ostile, mentre l’immagine ricordata ne introduce un altro, dentro il quale il soggetto ritrova ben altra collocazione. Ma il dettaglio più straordinario arriva alla fine, allorché viene detto che quell’immagine lo precedeva sempre e lui la seguiva. Dickens dà al ricordo una forma spaziale e dinamica, collocando il passato davanti al soggetto e assegnandogli una funzione prospettica. David cammina perché davanti a lui esiste una rappresentazione capace di orientarlo e il ricordo diventa così una sorta di oggetto-guida.

Il confronto con Epicuro si fa allora suggestivo. Nel filosofo greco il ricordo si schiera quasi militarmente contro il dolore, mentre in Dickens esso precede chi soffre. Sono due metafore diverse per una medesima operazione, ovvero la mobilitazione di una rappresentazione autobiografica dotata di valore affettivo per modificare il rapporto del soggetto con una situazione avversa. Cambia soprattutto la natura della minaccia, perché Epicuro fronteggia un dolore fisico immediato, mentre David attraversa una sofferenza psicologica e sociale fatta di umiliazione, solitudine, paura, perdita di uno statuto familiare. Nel primo caso la memoria rende sopportabile il dolore, mentre nel secondo essa rende possibile la prosecuzione dell’azione, e la confessione secondo cui senza quell’immagine gli sarebbe mancato il coraggio di arrivare al giorno dopo rende esplicita la funzione motivazionale.

La psicologia contemporanea della memoria autobiografica rende più nitida la convergenza. A questa facoltà si attribuiscono da tempo almeno tre funzioni maggiori, ovvero l’orientamento del comportamento, il legame sociale e la continuità del sé, alle quali si è aggiunta con forza crescente la regolazione emotiva. Il rapporto fra emozione e memoria appare inoltre bidirezionale, giacché l’emozione influenza ciò che viene ricordato, la vividezza e l’accessibilità delle tracce, mentre il recupero a sua volta modifica lo stato emotivo presente (si veda Sow F. et alii, Developments in the functions of autobiographical memory. An advanced review, 2023).

Qui però conviene procedere con prudenza. Sarebbe storicamente sconsiderato sostenere che Epicuro avesse anticipato i circuiti cerebrali della regolazione emotiva. La sua osservazione appartiene a un livello fenomenologico di descrizione e il confronto con la psicologia contemporanea risulta fecondo proprio nella misura in cui conserva la differenza fra i due piani. Il ricordo positivo interviene sull’attenzione, sulla valutazione della situazione, sulla rappresentazione di sé, sul senso di appartenenza e sull’orientamento verso il futuro. Resta fermo che la memoria positiva non cancella l’esperienza negativa. David rimane solo e impaurito ed Epicuro rimane malato. Quello che cambia è la configurazione complessiva del campo mentale, dove accanto al dolore compaiono altri contenuti affettivi e altre possibilità di valutazione. Nel passo di Dickens il ricordo non funziona come evasione, perché il giorno successivo va comunque attraversato ed è proprio l’immagine a consentirlo. La memoria è retrospettiva nella materia e prospettica nell’uso; David infatti guarda indietro per poter andare avanti. Lo stesso vale per il filosofo agonizzante, che non può modificare il passato né sopprimere il dolore con un atto di volontà, e tuttavia può mobilitare ciò che il passato ha depositato nella sua mente, trasformando il tempo biografico in una risorsa contro la tirannia dell’istante.

Fra il vecchio che soffre nel suo letto e il ragazzino che cammina verso un altro giorno corre dunque una continuità sorprendente. Entrambi sopravvivono psicologicamente a un presente che non contiene ciò di cui hanno bisogno e lo trovano in un’immagine del passato. La memoria si rivela così una delle invenzioni più singolari della vita mentale, capace di conservare ciò che è trascorso trasformandolo in causa del comportamento futuro, e per questo può diventare, nei momenti di massima vulnerabilità, una forma di resistenza temporale. Vivere umanamente significa anche poter continuare a sentire ciò che ha smesso di accadere.

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