La nostra paura della libertà
«La crisi della democrazia non è problema peculiarmente italiano o tedesco, ma è problema di ogni Stato moderno. E non importa quali simboli scelgano i nemici della libertà umana: si può minacciarla attaccandola in nome del fascismo dichiarato come sotto la copertura dell’etichetta dell’antifascismo» [Erich Fromm, Fuga dalla libertà (1941), tr. it. Mondadori 1987, p. 14]
Quando Erich Fromm pubblica Escape from Freedom, Hitler controlla quasi tutta l’Europa continentale, Mussolini gli è alleato da un anno in una guerra che per l’Italia si mette già male e gli Stati Uniti osservano ancora da fuori. Fromm, psicoanalista legato all’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, aveva lasciato la Germania all’avvento del nazismo e aveva da un anno ottenuto la cittadinanza americana. Scrive quindi da ebreo scampato alla persecuzione e da cittadino recente di una democrazia che si domanda se la malattia europea sia contagiosa.
L’attacco dell’opera procede sgomberando facili illusioni esplicative. La prima è che la vittoria dei regimi autoritari dipenda dalla follia di pochi individui, destinati prima o poi a rovinare da sé. La seconda, venata di condiscendenza, è che italiani e tedeschi fossero popoli ancora immaturi per la democrazia, da attendere con pazienza finché avessero raggiunto il livello delle democrazie occidentali. La terza, che Fromm giudica la più pericolosa, è che i dittatori governino soltanto con l’inganno e con la forza, su una popolazione ridotta a oggetto passivo di tradimento e terrore. Le tre illusioni condividono la funzione consolatoria di collocare la causa del disastro fuori da noi, in un pugno di demoni o in popoli arretrati. Fromm la riporta dentro osservando che in Germania molti erano ansiosi di cedere la propria libertà quanto i loro padri lo erano stati di conquistarla, mentre altri assistevano indifferenti.
Il riferimento all’Italia merita attenzione. Il paese che per primo scivolò nella dittatura aveva conosciuto, pur tra limiti vistosi, una stagione di allargamento della partecipazione, testimoniato dal suffragio quasi universale maschile del 1912, esteso nel 1919, dalla nascita dei grandi partiti di massa e da un movimento operaio e contadino organizzato. La Germania, d’altra parte, si era data a Weimar una delle costituzioni più avanzate del tempo. Entrambi i paesi, ciascuno a suo modo, avevano sperimentato forme di emancipazione e da lì precipitarono nella regressione. L’argomento dell’immaturità spiega dunque poco, perché a cadere furono società che la libertà l’avevano appena assaggiata, e viene il sospetto, sostiene Fromm, che proprio quell’assaggio abbia prodotto più paura che desiderio.
Stando all’ipotesi che regge l’intero libro, l’individuo moderno, a partire dalla Riforma e poi con lo sviluppo del capitalismo, si è sciolto dai legami primari che lo tenevano stretto a una comunità, a un ordine, a un destino assegnato. Ha guadagnato quella che Fromm chiama libertà “da”; la libertà “di”, cioè la capacità di realizzare spontaneamente se stesso nel lavoro e nell’amore, resta invece da costruire. Il risultato è un soggetto più libero e più solo, esposto all’insicurezza, all’impotenza e all’ansia. Da qui i meccanismi di fuga di cui si parla nel quinto capitolo, come l’autoritarismo, che salda il bisogno di sottomettersi a una potenza superiore con quello di dominare chi sta sotto, la distruttività, che punta a eliminare un mondo percepito come minaccia, fino al conformismo da automa, con cui l’individuo smette di essere se stesso e diventa ciò che gli altri si aspettano da lui. Per Fromm il nazismo trovò il terreno più fertile nella piccola borghesia impoverita e umiliata del dopoguerra, eppure la sua analisi ambisce a una portata più generale.
Lo dichiara lui stesso poche righe dopo il passo citato: la crisi della democrazia riguarda ogni Stato moderno. E aggiunge, citando il Dewey di Freedom and Culture (1939), che la libertà può essere attaccata sotto qualunque bandiera, perfino sotto l’etichetta dell’antifascismo (si pensi alla Russia sovietica, cui Fromm farà riferimento in tal senso in 7.2, p. 214). Il filosofo del pragmatismo aveva sempre pensato la democrazia come una forma di vita radicata nelle abitudini quotidiane, e coerentemente collocava la minaccia vera nei nostri atteggiamenti personali e nelle nostre istituzioni, dove sopravvivono le condizioni che altrove hanno dato la vittoria all’autorità esterna, alla disciplina, all’uniformità e alla sottomissione al Capo. Il “campo di battaglia” è dunque “in noi stessi e nelle nostre istituzioni”, e la convergenza tra lo psicoanalista e il filosofo colpisce perché i due arrivano allo stesso punto da strade diverse: Fromm dalla psicologia sociale, Dewey dall’educazione e dall’esperienza. Per entrambi il nemico abita in casa.
Veniamo a oggi. Le lancette della storia sembrano girare con un moto a spirale, tornando in prossimità di ore già segnate, pur senza mai sovrapporsi del tutto. In Europa e nelle Americhe partiti e leader che rivendicano o tollerano un’eredità neofascista, o ne riprendono stile e parole d’ordine, governano o sfiorano il governo; negli Stati Uniti, la patria d’adozione di Fromm e quella di Dewey, la tenuta delle istituzioni democratiche è diventata materia di discussione quotidiana durante l’era Trump. Con l’analogia conviene però andare cauti, perché le differenze pesano. I regimi degli anni Venti e Trenta abolirono elezioni e partiti, mentre le derive attuali, laddove si manifestano, preferiscono svuotare le istituzioni dall’interno conservandone la facciata e legittimandosi col voto. Viktor Orbán, sconfitto alle elezioni del 12 aprile scorso dopo aver costituito per anni un punto di riferimento per la destra sovranista italiana ora al governo, rivendicava apertamente per l’Ungheria la formula della “democrazia illiberale”. Può darsi che sia questa la forma assunta dalla fuga dalla libertà in società che il totalitarismo classico lo hanno già conosciuto e rigettato. E può darsi che dei tre meccanismi descritti da Fromm sia oggi il terzo, il conformismo da automa, a lavorare più in profondità, dentro un ecosistema dell’informazione che premia l’adesione identitaria e scoraggia il giudizio autonomo.
Pochi anni dopo, nel 1949, la diagnosi di Fromm varcò i confini della modernità, allorché Eric R. Dodds, grecista di Oxford, tenne a Berkeley il corso da cui nascerà I Greci e l’irrazionale (1951). L’ultimo capitolo s’intitola proprio Il timore della libertà e il prestito da Fromm è dichiarato. Dodds si chiede perché la cultura greca, dopo l’“illuminismo” del V secolo, dopo i sofisti, Tucidide e la medicina ippocratica, abbia a poco a poco riaperto le porte all’astrologia, alla magia, agli oracoli e alla teurgia. La risposta che propone ha un’impronta frommiana: davanti al peso della scelta individuale, in un mondo che dopo Alessandro si era fatto sterminato e instabile, gli uomini avrebbero cercato riparo in verità rivelate e in maestri infallibili. L’altro riferimento è il Popper della Società aperta e i suoi nemici (1945). I Greci, secondo Dodds, erano giunti sulla soglia di una società aperta e ne avevano avuto paura (cfr. ed. it. Bur 2009, p. 307).
L’aspetto più sorprendente è che Dodds vede il fenomeno affiorare dentro la filosofia stessa a cavallo tra il IV e il III secolo. Cleante, successore di Zenone alla guida della Stoa, avrebbe sostenuto, stando a Plutarco (Il volto della luna, 6, 923A, tr. it. Adelphi 1991, p. 56), che Aristarco di Samo meritasse un processo per empietà (come era già accaduto ad Anassagora e a Socrate e come sarebbe accaduto a Galilei) per aver spostato il centro del cosmo dalla Terra al Sole. Epicuro, che prometteva di liberare gli uomini dalla paura degli dèi (era il motivo per cui lo avrebbe celebrato Lucrezio), lasciò ai discepoli un sistema da mandare a memoria, massime da recitare come un catechismo e un fondatore da venerare. Le scuole si chiudono, diventano qualcosa di simile a chiese e il pensiero smette di esplorare per mettersi a custodire, secondo una dinamica cui non è estraneo il ritorno dell’irrazionale ai giorni nostri.
Qui però la prudenza è d’obbligo e Dodds stesso la sollecitava presentando le proprie conclusioni come congetture. Il racconto del declino ellenistico è stato discusso a lungo, perché l’età in cui Cleante minaccia Aristarco è anche quella di Euclide, Archimede ed Eratostene, e c’è chi, come Lucio Russo, vi ha scorto, pur senza contrapporsi esplicitamente a Dodds, una rivoluzione scientifica poi dimenticata (cfr. La rivoluzione dimenticata, Feltrinelli 1996, 2021). C’è poi il paradosso per cui Dodds affianca il teorico della società aperta a una psicologia di matrice psicoanalitica, cioè proprio al tipo di teoria che Popper considerava il caso esemplare di non falsificabilità. La paura della libertà è un’ipotesi forte, capace di illuminare epoche lontanissime, e per la stessa ragione è difficile da mettere alla prova; essa, infatti, spiega molto, forse troppo. Il suo valore però resta intatto, a patto di maneggiarla con la prudenza che si deve a un’ipotesi. Il merito di Fromm, di Dewey e di Dodds sta nell’aver spostato la domanda dai tiranni a chi li desidera, dalla forza che opprime alla volontà che si lascia opprimere. È una domanda che ogni generazione deve riformulare con i materiali del proprio tempo. La pagina che contiene il passo citato di Fromm si chiude con un’immagine che a ottantacinque anni di distanza non ha perso nulla: se vogliamo combattere il fascismo dobbiamo comprenderlo e le formule ottimistiche servono quanto una danza della pioggia. Comprendere, in questo caso, significa guardare anche in quel campo di battaglia di cui parlava Dewey, che coincide con noi stessi.
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