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Gulliver e la questione dell’istruzione delle donne

di Marco Trainito 1 Novembre 2026
Immagine generata da ChatGPT

«Il mio padrone considerava mostruoso, da parte nostra, dare alle femmine un genere di educazione diverso che ai maschi, tolti alcuni punti di attività domestica. In tal modo, infatti, come egli giustamente osservò, una metà dei nostri abitanti non è buona ad altro che a fare figli: e l’affidare la cura dei fanciulli a esseri così inetti, egli aggiunse, era una ancora maggior prova di brutalità» (Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver, IV.VIII, ed. it. BUR Deluxe 2026, pp. 306-307).

Nel tricentenario dei Viaggi di Gulliver (1726) vale la pena riscoprire nel romanzo di Swift, oltre la fortuna di libro per ragazzi, uno straordinario laboratorio filosofico e antropologico, nel quale popoli immaginari mettono in discussione le nostre presunte evidenze. I lillipuziani negano che i figli debbano gratitudine ai genitori e, contestando l’autorità educativa familiare, li affidano a istituzioni pubbliche; il contrasto fra Lilliput e Brobdingnag suggerisce un relativismo culturale nel quale perfino la grandezza, la bellezza e la rispettabilità dipendono dal punto di osservazione; all’Accademia di Lagado una macchina di parole mobili promette anche agli ignoranti di sfornare libri di filosofia, poesia, politica, diritto, matematica e teologia semplicemente combinando vocaboli, in una caricaturale satira preventiva degli odierni LLM e dell’illusione di separare la scrittura dallo studio; mentre i rari Struldbrug (ovvero Immortali) dell’isola di Luggnagg consentono una straordinaria riflessione sull’infelicità senza rimedio di una vita interminabile.

Nel quarto viaggio, infine, gli Houyhnhnm, cavalli governati dalla ragione, sembrano incarnare l’eccellenza dell’intellettualismo etico socratico, secondo il quale la conoscenza del bene orienta necessariamente la condotta, giacché una ragione sottratta alle passioni dovrebbe garantire concordia, temperanza e giustizia; e proprio fra queste creature, la cui fiducia nella coincidenza fra sapere e virtù raggiunge vertici insieme ammirevoli e inquietanti, Gulliver ascolta una lezione di pedagogia che tocca uno dei problemi decisivi della modernità: l’istruzione delle donne.

Quando il viaggiatore racconta al proprio padrone che in Europa le bambine ricevono un’educazione diversa dai bambini, il saggio Houyhnhnm giudica «mostruosa» tale consuetudine, dato che temperanza, operosità, esercizio fisico e pulizia vi sono insegnati a entrambi i sessi. La conclusione è che gli europei, ridotta metà della popolazione alla funzione di partorire, affidano a quella metà, mantenuta nell’ignoranza, la cura dei figli, offrendo così a un animale ragionevole la prova della propria bestialità. È una denuncia che investe l’interesse stesso degli uomini, i quali affidano i futuri cittadini a educatrici escluse dalla cultura.

Gulliver cade quasi a metà strada fra il Trattato sull’educazione delle fanciulle di Fénelon (1687) e l’Emilio di Rousseau (1762), due opere che illuminano la curiosa contraddizione moderna per cui una società guidata prevalentemente dagli uomini vuole istruire le donne non per il bene di queste ultime ma affinché esse, diventate madri più competenti, formino meglio i futuri uomini destinati alla vita pubblica. L’accesso al sapere, promosso anche per riprodurre quell’ordine, contribuirà però a diffondere capacità utili a contestarlo, oltre le intenzioni dei riformatori, in una vicenda nella quale il riconoscimento dell’utilità sociale della madre può aprire la strada al riconoscimento dell’autonomia della donna.

Dall’antica scuola pitagorica alla Repubblica platonica, fino almeno all’Utopia di Moro (1516), che aprivano allo studio rivolto a entrambi i sessi, esistevano precedenti illustri; ma fra Sei e Settecento il problema acquista rilevanza civile, come mostra Fénelon denunciando nell’ignoranza materna un pericolo per l’educazione dei bambini. Agli uomini spettano gli affari pubblici, alle donne la casa, sicché l’intelligenza femminile viene apprezzata per l’utilità che reca alla società maschile, mentre il suo esercizio deve continuare a rispettare le destinazioni fissate dalla consuetudine.

Una prospettiva più radicale emerge con François Poulain de la Barre, che in De l’Égalité des deux sexes (1673) riconduce molte inferiorità attribuite alle donne ai pregiudizi; con Mary Astell, che in A Serious Proposal to the Ladies for the Advancement of their True and Greatest Interest (1694) propone istituzioni formative femminili, e con Defoe, che in uno scritto del 1697 sulle accademie denuncia l’assurdità di negare da un lato alle donne l’istruzione e poi denunciarne dall’altro lo stato di minorità.

Gli Houyhnhnm restano tuttavia lontani dall’egualitarismo moderno, poiché conoscono una gerarchia ereditaria nella quale i cavalli bianchi, sauri e grigi, ritenuti inferiori ai bai, agli storni e ai neri, sono destinati al servizio e non possono unirsi con individui di rango superiore. Gli accoppiamenti fra ranghi sono giudicati mostruosi e contro natura (espressione che riecheggia la condanna della disparità educativa), per cui la stessa ragione che denuncia un’ingiustizia finisce per sacralizzare le proprie gerarchie in nome della natura.

La riproduzione è regolata in modo che le coppie dominanti abbiano, di norma, un figlio e una figlia, mentre quelle servili una prole più numerosa per provvedere ai bisogni dei superiori; l’educazione ‘platonica’ comune convive dunque con destini prestabiliti. Ancora più perturbante è il trattamento degli Yahoo, creature antropomorfe adibite ai lavori degradanti, delle quali l’assemblea quadriennale discute lo sterminio di massa, mentre il padrone di Gulliver propone la castrazione dei giovani maschi, imitando una pratica europea riservata ai cavalli, per renderli docili e determinarne l’estinzione.

La loro certezza lascia poco spazio al dissenso. Essi faticano a concepire l’«opinione» e chiamano «esortazioni» le deliberazioni collettive, convinti che nessun essere razionale possa respingere la ragione. Ma l’espulsione di Gulliver rivela tuttavia la forza coercitiva di tali esortazioni e il soccorso del generoso capitano portoghese Don Pedro de Mendez smentisce d’altra parte il disprezzo dell’umanità che Gulliver ha appreso dai cavalli e che estenderà perfino alla famiglia. L’iper-razionalismo lascia così affiorare il pericolo di una ragione persuasa di possedere senza residui la misura del bene.

L’ambivalenza risalta confrontando Swift con Rousseau, che nel quinto libro dell’Emilio, dedicato a Sofia, sostiene che tutta l’educazione delle donne dev’essere relativa agli uomini, ai quali esse dovranno piacere, rendersi utili e soprattutto garantire una buona formazione durante l’infanzia. L’importanza attribuita alle madri giustifica una pedagogia che ne limita l’autonomia, per cui il futuro uomo libero sarà formato da una donna educata alla dipendenza, secondo una differenziazione che il cavallo del 1726 aveva già giudicato assurda.

Già in un contesto rivoluzionario, tra il 1790 e il 1791, Condorcet riconobbe alle donne il diritto di istruirsi in quanto individui razionali e titolari degli stessi diritti degli uomini, indipendentemente dalla loro funzione materna; ma con Mary Wollstonecraft, che nella Rivendicazione dei diritti della donna (1792) contestò esplicitamente l’educazione di Sofia, emerge in modo deciso il diritto delle donne a giudicare autonomamente, a prescindere dai ruoli familiari.

Nel Rapporto al re Gioacchino Murat (1809), dedicato all’istruzione pubblica nel Regno di Napoli, Vincenzo Cuoco riecheggiava il dibattito del secolo precedente: «L’istruzione dev’esser comune agli uomini ed alle donne; lasciar queste ineducate è lo stesso che non voler educare gli uomini. Le donne sono e saranno sempre le prime e le più potenti nostre educatrici». Come si vede, a ottantatré anni di distanza riemerge l’argomento dell’Houyhnhnm, mentre il possessivo «nostre» tradisce la misura maschile del valore dell’istruzione femminile, giustificata soprattutto dall’educazione dei futuri uomini. Subito dopo, Cuoco precisa che «educar le donne al modo degli uomini sarebbe lo stesso che turbare l’ordine della natura; educar tutte le donne allo stesso modo sarebbe lo stesso che invertire l’ordine della società», aggiungendo che anche fra loro devono esservi gradi diversi d’istruzione. L’accesso comune incontra così due limiti, sessuale e sociale, mentre il richiamo all’«ordine della natura» ricorda l’argomento degli Houyhnhnm contro le unioni fra cavalli di rango diverso. La necessità naturale può celare gerarchie storiche, tanto più resistenti alla critica quanto più chi le difende le considera sottratte alla volontà e alla revisione degli esseri umani.

Si profila tuttavia un’eterogenesi dei fini, dal momento che, mentre una società sostiene l’istruzione femminile per perpetuare il proprio ordine, al contempo diffonde strumenti per discuterlo, poiché chi legge per educare un figlio può incontrare libri che contestano la subordinazione femminile e chi argomenta per trasmettere valori può interrogarne i fondamenti. Benché l’emancipazione richieda lotte collettive, le conoscenze diffuse possono sfuggire al controllo e servire scopi diversi da quelli voluti dai loro promotori.

Allorché Cuoco assimila l’ignoranza delle donne alla mancata educazione degli uomini, ritroviamo l’intuizione del cavallo di Swift e il limite di una ragione che ritiene naturali le proprie gerarchie. Tre secoli dopo, I viaggi di Gulliver merita di essere riletto anche per questo. Si volevano madri istruite per avere figli migliori, mentre il sapere avrebbe offerto alle figlie, come conseguenza non intenzionale, gli strumenti cognitivi e culturali per contestare il destino delle madri, proiettandole oltre l’orizzonte dei riformatori e del saggio padrone di Gulliver.

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