Se lo stormo impara a scrivere
«Il libro sta per uccidere l’edificio. L’invenzione della stampa è il più grande avvenimento della storia. È la rivoluzione madre. È il modo di esprimersi dell’umanità che si rinnova totalmente, è il pensiero umano che depone una forma e ne riveste un’altra, è il completo e definitivo cambiamento di pelle di quel serpente simbolico che, da Adamo in poi, rappresenta l’intelligenza. Sotto la forma stampa, il pensiero è più imperituro che mai; è volatilizzabile, inafferrabile, indistruttibile. Si mescola all’aria. Al tempo dell’architettura, si faceva montagna e si impadroniva potentemente di un secolo e di un luogo. Adesso, si fa stormo di uccelli, si sparpaglia ai quattro venti, e occupa contemporaneamente tutti i punti dell’aria e dello spazio» [Victor Hugo, Notre-Dame de Paris (1831, 1832), V.II, tr. it. BUR Deluxe 2019, 20266, p. 209].
Quando Claude Frollo (nel capitolo V.I, p. 200), dialogando nella sua cella di Notre-Dame con il misterioso visitatore Tourangeau, che si rivelerà essere il Re di Francia Luigi XI, indica con una mano la cattedrale e con l’altra un volume stampato, pronuncia una profezia che la voce narrante trasformerà nel celebre capitolo successivo in una vera e propria filosofia della storia: «questo ucciderà quello» (ceci tuera cela). Il piccolo libro di carta vincerà sulla montagna di pietra. Poco dopo egli proclama la stampa «il più grande avvenimento della storia», la «rivoluzione madre», e il pensiero umano un serpente che cambia pelle, abbandonando la pietra per assumere la forma aerea dello stormo di uccelli. A quasi due secoli da quelle righe, mentre si conversa con macchine capaci di generare testi, la tentazione di annunciare una nuova muta del serpente è irresistibile. Conviene però capire che cosa, nella profezia di Hugo, sia davvero destinato a morire.
L’affermazione ha qualcosa di vertiginoso e insieme di elegiaco. Hugo ama visceralmente l’architettura medievale e nel romanzo ha ricostruito la cattedrale e l’immensa Parigi dei campanili con una precisione che schiaccia anche il lettore più volenteroso. Eppure ne annuncia il tramonto. Nelle costruzioni monumentali vede il grande libro delle civiltà antiche, una memoria pubblica affidata alla disposizione delle pietre, alle immagini, alle proporzioni, all’ostinazione della materia. La pietra sembra durevole e la carta fragile, mentre i fogli di carta che attraversano i confini assicurano al pensiero una sopravvivenza maggiore. Una cattedrale può bruciare, un manoscritto unico perdersi, ma distruggere un testo largamente riprodotto richiede di inseguirne ogni esemplare. Hugo comprende che la durata di un contenuto dipende anche dalla sua dispersione, dalla possibilità di sottrarsi alla sorte del singolo oggetto che lo custodisce.
Un secondo mutamento è oggi sotto gli occhi di tutti. Il testo, già moltiplicato dalla tipografia e reso pressoché immateriale dalle reti digitali, può diventare materia di operazioni che fino a ieri richiedevano il lavoro di un lettore o di uno scrittore: riassumere, tradurre, confrontare, discutere, argomentare, imitarne uno stile. I grandi modelli linguistici, addestrati su vaste raccolte di dati, apprendono regolarità che consentono loro di produrre nuove sequenze verbali in risposta a una richiesta. È una capacità effettiva e spesso impressionante, dalla quale sarebbe arbitrario dedurre la presenza di coscienza o esperienza soggettiva. Per il lettore, la novità consiste nel fatto che il patrimonio scritto appare interrogabile in forma dialogica, giacché alla pagina che attendeva di essere aperta si affianca una macchina che risponde, propone collegamenti e discute le domande.
La differenza rispetto alla stampa è abissale. Se Gutenberg consentiva di produrre molte copie riconoscibili dello stesso testo, il modello generativo, a ogni interazione, compone un enunciato nuovo in funzione dell’addestramento e del contesto. Se una biblioteca permette di ritrovare un passo e controllarne l’identità attraverso gli esemplari, una risposta generata richiede spesso di risalire ai documenti sui quali pretende di fondarsi. La memoria incorporata nei parametri di un modello non costituisce più un archivio fedele, consultabile pagina per pagina. Il passaggio potrebbe riguardare dunque la soglia fra conservazione e trasformazione, perché ciò che la stampa rendeva agevolmente riproducibile, l’intelligenza artificiale rende agevolmente rielaborabile. È come se gli uccelli di Hugo, dopo avere imparato a volare in ogni direzione, avessero acquistato la capacità di ricombinare i canti incontrati lungo il viaggio.
Il vantaggio è evidente per chi debba orientarsi fra discipline lontane. Un problema filosofico può essere accostato a una scoperta scientifica, un passo letterario confrontato con l’originale, una bibliografia trasformata in un itinerario di ricerca. La possibilità di compiere operazioni linguistiche complesse si amplia. In un esperimento pubblicato nel 2024 su «Science Advances», Doshi e Hauser hanno osservato che i suggerimenti generati dall’IA miglioravano, secondo i criteri adottati, le valutazioni di brevi racconti scritti dai partecipanti, soprattutto di quelli inizialmente meno creativi. Gli stessi racconti, però, diventavano più simili fra loro. Uno studio del 2026 su «Nature Human Behaviour», condotto su oltre 880.000 testi, ha inoltre osservato una riduzione della varietà stilistica associata all’uso degli LLM per la scrittura. L’aiuto offerto al singolo può convivere dunque con una riduzione della varietà collettiva. Lo stormo così guadagna velocità, mentre rischia di perdere la differenza fra le voci.
A questa possibile uniformazione si aggiunge una fragilità epistemica. Un testo generato può attribuire a un autore una citazione inesistente, oppure saldare correttamente molte informazioni e introdurvi un particolare falso. La frase ben costruita seduce da sempre, ma quando diventa producibile in quantità sterminate, occorre proteggere con maggiore cura la differenza fra ricostruzione documentata, congettura plausibile e invenzione. Il pericolo emerge là dove l’eloquenza viene scambiata per una garanzia di verità.
Hugo immaginava il pensiero stampato come qualcosa di indistruttibile, capace di salvarsi persino dal diluvio. A questa immagine, però, oggi si può obiettare che la moltiplicazione dei testi favorisce sì la conservazione, ma produce anche copie alterate, attribuzioni errate e sintesi senza fonte. E se nuovi modelli vengono addestrati indiscriminatamente su contenuti generati da modelli precedenti, possono perdere parti delle distribuzioni originarie: è il cosiddetto model collapse, studiato su «Nature» nel 2024, in specifiche condizioni di addestramento ricorsivo, per le quali esistono possibili contromisure. Ne nasce una figura quasi alla Hugo: uno stormo che continua a riprodursi mentre dimentica il canto degli uccelli da cui discende. Conservare gli originali, distinguerli dalle derivazioni e rendere controllabile la provenienza delle informazioni acquista quindi un’importanza crescente.
C’è poi un dettaglio che la metafora dell’aria nasconde. Le parole che oggi sembrano fluttuare nella nube dipendono da centri di calcolo, infrastrutture, energia, diritti d’accesso e decisioni economiche di un numero ristretto di soggetti. L’accesso è diseguale fra lingue e comunità e alla diffusione del sapere può accompagnarsi la concentrazione dei mezzi che ne governano la circolazione. La cattedrale aveva porte, chiavi e custodi, così come le biblioteche computazionali hanno proprietari, regole, filtri e costi. La promessa dell’ubiquità deve essere esaminata insieme alla geografia concreta del potere che la rende possibile. Lo stormo possiede ali, certo, ma le rotte lungo le quali vola appartengono a un mondo tutt’altro che immateriale.
La frase di Frollo esprimeva anzitutto la paura di perdere un mondo. Vale la pena ricordare che già nel primo capitolo del romanzo (p. 31) il libraio Musnier aveva annunciato (è il 6 gennaio 1482) nientemeno che la fine del mondo accusando soprattutto la stampa (insieme ad artiglierie, colubrine e bombarde) di essere responsabile della sfrontatezza degli studenti. Anche oggi le profezie apocalittiche abbondano e si annuncia la morte dell’autore, dello studio, della scuola, della lettura e persino della capacità di pensare. Ogni trasformazione nella tecnologia della comunicazione, da Platone in poi, attrae timori di ogni tipo, laddove l’indagine dei suoi effetti reali richiede pazienza e prove. La storia di Gutenberg insegna che le tecnologie si affiancano, si contaminano e modificano le proprie funzioni. Quella degli LLM, ancora aperta, invita a osservare che cosa cambierà nelle pratiche di lettura, nelle istituzioni della conoscenza e nel significato attribuito all’originalità, mentre le previsioni di sostituzione totale sono spesso il modo più rapido di sottrarsi a questa indagine.
Rimane un’ironia che Hugo avrebbe amato. Per celebrare la vittoria del libro sulla cattedrale, egli costruisce un romanzo smisurato, pieno di torri descrittive, corridoi digressivi, cappelle erudite e archi narrativi; proprio quel libro contribuirà a conservare nella memoria collettiva l’edificio di cui annuncia la detronizzazione. Il mezzo nuovo, dunque, custodisce ciò che il vecchio aveva saputo esprimere e forse la lezione più durevole della profezia riguarda questa continuità per cui ogni muta del serpente conserva tracce delle pelli precedenti, mentre ciascuna tecnica moltiplica le occasioni di incontrare, alterare, tradire e rinnovare il patrimonio ricevuto. Nell’epoca delle macchine che generano parole e immagini, il problema decisivo sarà stabilire quali pratiche di verifica e responsabilità debbano accompagnare tale potenza. Gli uccelli di Hugo hanno imparato a imitare quasi ogni voce, ma riconoscere da dove provengano i canti e decidere quali meritino di essere ascoltati resta il lavoro più difficile.
Commenti
Non ci sono ancora commenti. Puoi lasciare il primo contributo.