Nel cuore della Sicilia, terra segnata da una lunga e dolorosa convivenza con la criminalità organizzata, la parola «antimafia» ha da sempre evocato una lotta dura, spesso solitaria, condotta da uomini e donne coraggiosi che hanno pagato con la vita l’impegno per la legalità.

Eppure, proprio da questa parola, (sacra per tanti) qualcuno ha saputo trarre vantaggi personali, trasformando la militanza in un grimaldello per ottenere potere, visibilità, influenza. 

È questo il caso di Antonello Montante (nella foto), l’imprenditore di Serradifalco divenuto simbolo di un’antimafia «deviata», di facciata, utile a costruire una rete di potere parallela, nascosta dietro l’immagine pubblica dell’eroe civile.

Montante, ex presidente di Confindustria Sicilia e per anni paladino mediatico della legalità e della trasparenza, è tornato in carcere dopo l’arresto di 7 anni fa, quando scattò l’inchiesta sul suo «cerchio magico». Martedì notte si è costituito nel penitenziario di Bollate, in provincia di Milano, per scontare una condanna definitiva a 4 anni e 5 mesi per corruzione.

Un colpo durissimo per l’opinione pubblica e per quella parte di società civile che aveva visto in lui un esempio positivo nella battaglia contro le infiltrazioni mafiose nel mondo dell’impresa. Ma già da tempo le ombre sulla sua figura si erano fatte fitte. Montante è infatti in attesa di un nuovo processo d’appello, dopo l’annullamento con rinvio da parte della Cassazione, per una pena iniziale di 8 anni legata a un presunto sistema di dossieraggio e spionaggio finalizzato a condizionare le scelte politiche della Regione Sicilia.

Secondo la procura di Caltanissetta, l’imprenditore avrebbe utilizzato la maschera dell’antimafia per infiltrarsi nei meccanismi decisionali delle istituzioni regionali, costruendo una rete di rapporti, favori, incarichi e nomine in grado di garantirgli un controllo occulto sulle leve del potere. Al centro di questa trama, uomini delle istituzioni, imprenditori, politici. Un sistema di potere a doppio binario: da una parte quello ufficiale, rappresentato dal governo regionale guidato da Rosario Crocetta; dall’altra quello invisibile, retto da Montante, che secondo l’accusa ne influenzava strategie e nomine, in cambio di protezione e appoggi.

Crocetta, con sdegno, ha sempre negato qualsiasi forma di sudditanza o complicità con Montante, ma il loro legame stretto è stato al centro dell’attenzione investigativa. Il governatore gelese, in prima battuta accusato di concorso in corruzione per avere favorito persone vicine a Montante nell’assegnazione di incarichi, è stato poi prosciolto per prescrizione del reato. Eppure le domande restano. Come fu possibile che un uomo già sotto osservazione della magistratura avesse un ruolo così influente negli ambienti politici e istituzionali dell’isola?

Una risposta, amara e lucida, arriva da lontano. Era il 1987 quando Leonardo Sciascia, con un articolo sul Corriere della Sera, coniò la controversa espressione «professionisti dell’antimafia». Lo scrittore siciliano venne duramente criticato per aver denunciato l’uso strumentale dell’impegno antimafia, «utilizzato – scriveva – per fare carriera, procurarsi il consenso del pubblico, acquisire crediti da spendere in qualsivoglia impresa». Un giudizio che sembrò ingeneroso nei confronti di chi davvero combatteva «cosa nostra», ma che col tempo si è rivelato profetico.

Non è un caso, infatti, che alla figura di Montante si aggiungano oggi altri esempi che confermano la validità di quella riflessione. Basti pensare alla vicenda di Silvana Saguto, ex presidente della sezione «misure di prevenzione» del tribunale di Palermo, condannata per avere assegnato incarichi di amministratore giudiziario a una ristretta cerchia di amici e conoscenti, trasformando la gestione dei beni confiscati alla mafia in un meccanismo clientelare e familistico.

In entrambi i casi, l’antimafia non è più strumento di riscatto civile, ma moneta di scambio, linguaggio di facciata per costruire potere e protezione. È questo il grande tradimento. Perché a essere tradita non è solo la legge, ma l’idea stessa di giustizia e trasparenza che l’antimafia dovrebbe incarnare.