Dallo scorso 16 di gennaio, nulla a Niscemi sarà più lo stesso. La Natura e gli uomini hanno ferito a morte questa generosa cittadina di 25 mila abitanti, capitale della produzione del carciofo “Violetto”, famoso in Italia e nel mondo. Una enorme frana, causata dalla tipologia del terreno, dalle piogge abbondanti e per ultimo dal tifone Harry che si è abbattuto sulla Sicilia,  ha inferto una ferita profonda al suo territorio, quasi come un colpo di spada che ha determinato un taglio lungo oltre quattro km alla periferia nord-ovest e sud-ovest dell’abitato. L’area interessata sfiora i 200 ettari.

Sono crollate le prime case dei quartieri Pirillo, Sante Croci e Canalicchio. Altre centinaia di abitazioni sono in bilico sulla cresta di un lunghissimo costone di pietra arenaria e argilla formatasi come in un canyon dopo lo scivolamento a valle delle pendici della collina verso la piana di Gela. Si va dal cimitero alla strada provinciale n. 11 per Vittoria che rischia di rimanere interrotta come la SP12 (per la diga Cimia sulla Gela-Catania) e come la SP 10 (per Ponte Olivo). Il paese per metà è isolato: da nord-ovest a sud-ovest. Per raggiungere i carciofeti della piana di Gela bisogna fare un lungo giro e quasi triplicare i km del percorso, con danni economici rilevanti in piena campagna di raccolta e vendita.

E tuttavia questi residenti si considerano fortunati  perchè finora non si registrano ne’ morti ne’ feriti. Danni sì. Quelli, tanti. Incalcolabili. Qui nessuno è in grado di dire se la propria casa si salverà o se verrà inghiottita dal movimento franoso. Molti sanno già che non vi faranno mai più ritorno perchè se non crollano con l’avanzare della frana saranno le autorità comunali a demolirle per motivi di sicurezza. Chiuse tre scuole elementari e altrettante materne: la “Belvedere”, la “Don Bosco”, la “San Giuseppe” i cui alunni e pure gli insegnanti sono stati trasferiti in altri istituti. Ma la frana non si ferma, continua. Dicono che sia crollata più terra qui che nel Vajont.

Il dramma che si sta vivendo in paese e di quelli colossali, apocalittici. Milleseicento persone sono state obbligate ad abbandonare le loro abitazioni ricadenti nella cosiddetta “zona rossa”, cioè quella fino a 150 metri dal fronte-frana che i tecnici e la protezione civile nazionale hanno considerato a possibile rischio-crollo. Tanti edifici in prima fila sul burrone di 40-50 metri vedono sgretolarsi, ora dopo ora,  il terreno su cui poggiano che va scomparendo lasciando i fabbricati in precario equilibrio. 

Decine di sfollati hanno trovato rifugio nel palestrone comunale trasformato in dormitorio. «Non abbiamo più niente – dice uno di loro. Abbiamo perso i risparmi di una vita». Altri sono stati ospitati da parenti e amici. Altri ancora dormono in macchina come i terremotati perchè non si sono voluti allontanare dalle loro case. Si temono atti di sciacallaggio. E per questo la “zona rossa” è sorvegliata da forze dell’ordine e volontari 24 ore su 24. Le immagini hanno già fatto il giro del mondo. Espressioni di viva commozione e di solidarietà fraterna giungono da tutte le parti. Ma solo quelle. 

La macchina dei soccorsi e dell’assistenza si è messa in moto ma appare molto lenta e inadeguata. Pochi e assolutamente insufficienti i pasti preparati da una unica piccola cucina mobile della protezione civile. 

Forse ancora oggi i governi nazionale e regionale, come nel 1997, non riescono a mettere in piedi misure idonee ad affrontare una situazione catastrofica che non si è fermata e che rischia di cancellare buona parte di Niscemi. Pochissimi i soldi impegnati per i primi interventi: 33 milioni per i danni del tifone Henry in tutta la Sicilia più 40 milioni dal governo Schifani. Ora si parla di 100 milioni. 

Un ordine del giorno del PD all’assemblea regionale (riprendendo una proposta della segretaria nazionale, Schlein, in visita a Niscemi un giorno prima della Meloni) è passato con il voto segreto anche di esponenti della maggioranza di centro-destra impegnando il governo Schifani a farsi restituire dal governo nazionale e a spendere per le emergenze dell’Isola il miliardo e 300 milioni che erano stati sottratti alle opere pubbliche in Sicilia in favore del ponte sullo stretto congelato dalla Corte dei Conti. 

Ci sono voluti 10 giorni perchè il governo nazionale si muovesse seriamente. Così mercoledì mattina la premier inaspettatamente si è presentata a Niscemi con un blitz inatteso. «Il governo agirà in maniera celere – ha promesso Giorgia Meloni – quanto avvenuto nel ’97 non si ripeterà». Lo ha detto al sindaco, Massimiliano Conti, agli amministratori presenti e alla popolazione di Niscemi nel corso della visita-lampo che ha fatto alla città recandosi in municipio dopo una perlustrazione a bassa quota in elicottero con la protezione civile lungo tutto il fronte della frana.  Al vertice con il sindaco, Conti, hanno partecipato il prefetto di Caltanissetta, Licia Messina, e il capo della protezione civile, Fabio Ciciliano per il quale «la frana è grave e ancora attiva, l’intera collina sta crollando sulla piana di Gela. Molti degli sfollati non rientreranno più nelle proprie abitazioni. Bisognerà definire un piano per la delocalizzazione definitiva di chi ci viveva. Per poter intervenire nella zona rossa, per ora off limits per tutti, dovremo aspettare la conclusione del deflusso dell’acqua».

Giorgia Meloni ha parlato con i tecnici facendosi spiegare le cause dell’immane disastro e poi ha promesso che ritornerà qui nell’arco delle prossime due settimane garantendo che «Niscemi non resterà sola».

Il sindaco, dal canto suo, ha sollecitato interventi urgenti e misure rapide e adeguate alla gravità dell’emergenza. 

«Abbiamo chiesto la ricollocazione degli sfollati, le scuole, la viabilità  – ha detto –e vogliamo che siano stabiliti tempi certi per la ricostruzione e la ripresa. Abbiamo visto in passato cosa è successo o meglio quello che non è successo, perchè gli interventi promessi dopo la frana del ’97 sono rimasti sulla carta».

Ma a Niscemi oltre alla Meloni si è recato per un sopralluogo anche il procuratore della Repubblica del tribunale di Gela, Salvatore Vella, il quale ha ufficialmente aperto una indagine, per il momento a carico di ignoti, con l’ipotesi di reato di disastro colposo. Il magistrato vuole capire perchè da molte parti si parla della frana di questi giorni a Niscemi come di un “disastro annunciato”. E vuole capire se davvero per anni ci sono stati tanti soldi disponibili destinati al consolidamento delle pendici della collina, perchè non sono stati mai spesi e dove sono finiti.  

E intanto per gli sfollati sono in arrivo i primi contributi dello Stato per trovare una casa in affitto: 400 euro a famiglia più 100 euro per ogni componente, fino a un massimo di 900 euro al mese a nucleo per la durata di un anno. La procedura si attiva in presenza dell’ordinanza di sgombero e dovrebbe essere completata nel giro di qualche giorno. C’è pero molto scetticismo.

Le donne, qui sempre più combattive, come nella battaglia “mamme contro il Muos” (il sistema satellitare di difesa degli Usa realizzato nella sughereta niscemese), si sono mobilitate e hanno già creato l’associazione «No Frana – Sì Case Subito”.

La guida una dipendente ospedaliera, Maria Fidone che ha dovuto lasciare con la famiglia il suo alloggio, ricadente nella “zona rossa”. 

Sono state proprio le donne a dare vita, martedì, a una vivace contestazione al governatore della Sicilia, Renato Schifani, e dell’assessora alla salute Daniela Faraoni in visita operativa a Niscemi.

Una folla inferocita li ha accolti davanti al municipio al grido di “Vergogna! Vergogna!”.

I manifestanti hanno espresso forti critiche nei confronti della Regione Siciliana, accusando Cuffaro, Schifani, Lombardo, Crocetta e lo stesso ministro Musumeci di avere ignorato per anni il rischio idrogeologico e di non aver fatto abbastanza per prevenire una tragedia che molti ritengono fosse perfettamente prevedibile. 

In questi giorni, a Niscemi, il clima è pesante. Ovunque ti giri si respira rabbia e costernazione. Siamo nel cuore della campagna del carciofo e tutto sembra compromesso. Per raggiungere i loro carciofeti, i contadini devono fare un giro incredibilmente lungo: uscire per Vittoria e poi tornare indietro per Gela, quindi imboccare la statale per Catania e andare a destinazione percorrendo una quarantina di km, il triplo di quelli che percorrevano prima. Tutto diventa più difficile e anti economico. E insieme al disastro territoriale, alla perdita delle case  si preannuncia il disastro economico di aziende e famiglie.

Il 2026 non è iniziato bene in questo angolo di Sicilia.