Il recente rilascio da parte del Dipartimento di Giustizia americano dei famigerati Epstein files ha prodotto — soprattutto sui social, con l’immancabile corredo parassitario di una valanga di falsi creati con l’IA per aumentare la confusione — un effetto curioso e per taluni versi prevedibile: la sensazione diffusa che il complottismo, lungamente relegato ai margini del discorso pubblico, abbia finalmente ricevuto una patente di legittimità. La presenza documentata di reti criminali di pedofili, protezioni reciproche e silenzi istituzionali sembra autorizzare una conclusione sbrigativa: “Avevamo ragione!”. Eppure, proprio qui si consuma un errore epistemologico fatale. Il fatto che esistano complotti reali (nel caso specifico mirati tra l’altro a favorire le destre sovraniste mondiali) non implica che il complottismo costituisca una teoria valida. Al contrario, casi come quello Epstein consentono di mostrare con particolare chiarezza perché il complottismo resti, anche quando intercetti fatti reali, una forma di spiegazione falsa, benché cognitivamente “fondata”.

Karl Popper ha formulato la critica più netta a questa tentazione del pensiero, che ha chiamato “teoria sociale della cospirazione”. Una cosa è la constatazione empirica che gruppi di potere possano tramare nell’ombra, un’altra è la pretesa che i fenomeni sociali su larga scala siano in generale spiegabili come esito di cospirazioni intenzionali e centralizzate. In Congetture e confutazioni (1963&1969, tr. it. Bompiani 1972, cap. 4, p. 213) scriveva: «Soltanto quando i teorizzatori della cospirazione giungono al potere, essa assume il carattere di una teoria descrivente eventi reali (un esempio di ciò che ho denominato “effetto di Edipo”). Per esempio, quando Hitler conquistò il potere, credendo nel mito della cospirazione dei Vecchi Saggi di Sion, egli cercò di non essere da meno con la propria contro-cospirazione. Ma il fatto interessante è che una tale cospirazione, mai –- o “quasi mai”– si realizza nella maniera prestabilita».

Il passaggio è importante per almeno due ragioni. In primo luogo, Popper richiama l’“effetto di Edipo”, una forma di profezia che si autoavvera secondo cui le credenze, una volta divenute politicamente operative, contribuiscono a produrre realtà che le imitano. In secondo luogo, egli sottolinea che anche quando una cospirazione viene messa in atto (e qui abbiamo anche un caso tipico di complottisti che complottano a loro volta), essa non coincide mai con il modello teorico che l’ha ispirata. La realtà sociale va sempre oltre i piani, generando conseguenze non intenzionali. È questo scarto strutturale che il complottismo rifiuta di riconoscere.

Il caso del finanziere pedofilo Epstein si colloca proprio in questo punto cieco. I documenti disponibili mostrano una rete reale di abusi sessuali e coperture, una costellazione di interessi politici convergenti (tipicamente a destra, anche se non mancano personalità non di destra coinvolte), complicità e persino crimini efferati commessi ai danni (anche) di minori, soprattutto di sesso femminile. Ciò che non mostrano è un centro unico di controllo capace di spiegare retrospettivamente ogni evento. E tuttavia, il complottismo tende a colmare questo vuoto con ipotesi fondate sulla logica sistematica del sospetto e della dietrologia: Epstein come agente del Mossad, oppure come pedina della Russia putiniana, forse addirittura come nodo di una regia sionista globale, naturalmente ancora vivo e vegeto in Israele… Qui la spiegazione smette di essere un’ipotesi falsificabile per presentarsi come narrazione immunizzata, strutturalmente refrattaria alla confutazione.

È precisamente questa dinamica che anche Umberto Eco ha analizzato. Ne I limiti dell’interpretazione (Bompiani 1990, § 2.1.6, pp. 50-51), commentando proprio due passi di Popper che precedono e seguono di poco quello sopra riportato, egli scrive: «Basterebbe ricordare la teoria del complotto giudaico e I protocolli dei Savi Anziani di Sion, oppure il fenomeno del maccartismo. È una tendenza naturale delle dittature individuare un nemico esterno che complotta per la rovina dei cittadini, ed è tendenza naturale dei cittadini accettare l’idea del complotto. Il male è sempre fatto da qualcun altro, e non nasce mai da un nostro errore. Ed ecco pertanto come la forma del pensiero magico e iniziatico può manifestarsi anche nel quadro di una cultura positivista, tecnologica e tecnocratica».

Il riferimento ai Protocolli per lui è d’obbligo ancor più che per Popper. Quel testo classico della disinformazione politica è un falso costruito deliberatamente dalla polizia segreta zarista agli inizi del Novecento per diffondere odio antisemita. E tuttavia, proprio qui emerge il paradosso: il complotto reale non è quello descritto dal testo, bensì quello che ne ha reso possibile la fabbricazione e la diffusione. Il fatto che vi sia stata una cospirazione storicamente accertabile non rende vera la teoria complottista che essa veicolava. Questo schema ora sembra ripetersi e il complottismo fallisce in quanto rinuncia alla spiegazione causale complessa in favore di una mitologia dell’intenzione. Un complotto può esistere, essere documentato, persino smascherato. Il complottismo, invece, sopravvive a ogni smentita proprio perché non mira alla verità, ma alla saturazione del senso. Insomma, si può arrivare a Jorge da Burgos anche seguendo una teoria apocalittica strampalata che ha funzionato accidentalmente come il famoso orologio fermo.

Il caso Epstein, dunque, non riabilita il complottismo. Ne offre semmai la confutazione più efficace. Mostra che la realtà è più disordinata, più opaca e meno teleologica di quanto il sospetto paranoico sia disposto ad ammettere. E ricorda che la vera posta in gioco non è scoprire chi complotta, ma capire perché la mente umana è così incline a spiegare il mondo come se qualcuno lo stesse dirigendo. Qui ci viene in soccorso la psicologia evoluzionistica. Una delle ipotesi più influenti è quella dell’Hypersensitive Agency Detection Device (HADD), proposta, come visto nel precedente articolo, nell’ambito delle scienze cognitive della religione. L’idea è che l’evoluzione avrebbe favorito un sistema cognitivo ipersensibile alla rilevazione di agenti intenzionali nell’ambiente. La selezione naturale ha quindi premiato una mente predisposta a “vedere” intenzioni anche dove vi sono solo processi impersonali.

Questa ipersensibilità all’agency si salda con ciò che Daniel Dennett ha chiamato “atteggiamento intenzionale”, la strategia interpretativa che consiste nel trattare un sistema come se fosse dotato di credenze, desideri e scopi, al fine di prevederne il comportamento. È una strategia straordinariamente efficace nella vita quotidiana e nella cooperazione sociale. Il problema nasce quando essa viene estesa oltre il suo dominio legittimo e applicata a fenomeni sistemici complessi – mercati, burocrazie, reti istituzionali, dinamiche geopolitiche – come se fossero soggetti unitari dotati di volontà coerente.

Il complottismo rappresenta precisamente questa estensione indebita. L’HADD fornisce la predisposizione percettiva, mentre l’atteggiamento intenzionale offre il quadro interpretativo: il risultato è la tendenza a personificare la complessità. Un sistema economico diventa “qualcuno che manovra”, una crisi sanitaria diventa “qualcuno che pianifica”, un intreccio di abusi e silenzi diventa “qualcuno che orchestra tutto”. La mente trova così una configurazione narrativa che riduce l’ansia cognitiva prodotta dall’opacità strutturale.

In questa prospettiva, il complottismo appare come una scorciatoia adattiva mal calibrata nel contesto moderno. Funziona bene in ambienti semplici, con agenti identificabili e intenzioni tracciabili. Funziona male in ambienti ad alta complessità istituzionale, dove gli esiti emergono dall’interazione di molteplici attori e da effetti non intenzionali. La modernità tecnologica, che Eco descriveva come terreno fertile per il ritorno del pensiero magico, offre il fianco al paradosso evolutivo per cui, più i sistemi diventano astratti e impersonali, più la mente tende a reintrodurre un volto oscuro dietro il meccanismo.

Il caso Epstein, così, può fungere da laboratorio cognitivo. Esiste una rete reale di crimini sessuali, con coperture politiche e ricatti, e l’indagine razionale deve procedere delimitando attori, prove, connivenze e silenzi. Il complottismo, invece, trasforma questa rete in un palcoscenico diretto da un regista quasi metafisico. La psicologia evoluzionistica spiega perché questa trasformazione sia cognitivamente attraente; Popper perché sia epistemologicamente priva di contenuto informativo ed Eco perché sia semioticamente delirante, in quanto riduce il mondo a un testo in cui ogni segno parla la lingua del sospetto universale. Un complotto, come quest’ultimo avvertiva, può sempre essere scoperto e documentato, ma la tentazione di trasformarlo in chiave universale della storia resta una forma, per quanto sofisticata, di animismo politico.