«Né dobbiamo trascurare la possibilità che inculcando sistematicamente la credenza in Dio nei bambini si produca nei loro cervelli non ancora completamente sviluppati un effetto così forte che dipoi risulterà loro difficile sbarazzarsi della fede in Dio come alla scimmia riesce difficile sbarazzarsi del suo timore e odio istintivo per il serpente» [Charles Darwin, Autobiografia, cit. in Leor Zmigrod, Il cervello ideologico (2025), tr. it. Rizzoli 2025, cap. 13, p. 197].

Nell’impianto teorico e sperimentale di Leor Zmigrod la neuropolitica prende slancio da un’intuizione che la stessa scienziata riconduce a questo passo del capitolo “Opinioni religiose” dell’Autobiografia di Charles Darwin. Esso venne censurato dalla moglie nella prima edizione (postuma, 1887) e reintegrato solo a partire dall’edizione del 1958 curata dalla nipote Nora Barlow. Ciò che conta, qui, è il suggerimento che l’adesione dogmatica possa funzionare, in una fase plastica dello sviluppo, come una forma di imprinting, cioè come fissazione rapida e relativamente stabile di coordinate interpretative. Questa analogia illumina la transizione da un riflesso adattivo a un dogma strutturante: il cervello infantile, predisposto a costruire modelli parsimoniosi per ridurre l’incertezza e massimizzare la prevedibilità, può incorporare mappe ideologiche del contesto familiare e sociale come se fossero assiomi percettivi, euristiche di sopravvivenza travestite da metafisica domestica; in questa prospettiva, decifrare gli estremismi richiede di interrogare la stabilizzazione precoce delle “firme” cognitive e affettive che rendono una mente meno elastica di fronte alla complessità e più incline a trattare l’errore come minaccia identitaria.

Un merito importante de Il cervello ideologico di Zmigrod consiste nel trattare l’ideologia come un processo incarnato, un modo di distribuire l’attenzione, filtrare l’input sensoriale, assegnare salienza a segnali di minaccia o di conferma, allocare risorse tra esplorazione e routine; credere in un sistema totalizzante non significa soltanto possedere certe proposizioni, significa anche adottare uno stile di elaborazione che tende a ridurre l’errore, a minimizzare la sorpresa, a preferire modelli generativi semplificati, capaci di risparmiare fatica cognitiva quando il mondo si presenta come un rumore non addomesticato. Proprio qui emerge il prezzo biologico del conformismo: l’osservanza reiterata di rituali e categorie rigide consolida i circuiti dell’abitudine a scapito dei circuiti dell’aggiornamento, favorisce la perseverazione dell’habitus, irrigidisce le categorie ideologiche come se fossero essenze, attenua la sensibilità al nuovo e sposta porzioni crescenti del comportamento dall’azione deliberata a risposte automatizzate.

Zmigrod colloca al centro della scena il conflitto tra due modalità operative del cervello: l’agire orientato a scopo, che richiede controllo esecutivo, simulazione, comparazione di opzioni e disponibilità a cambiare strategia, e l’agire abituale, che privilegia velocità, economia energetica, ripetizione e riduzione dell’incertezza; questo conflitto, tradotto in termini neurocognitivi, richiama l’asse tra corteccia prefrontale e corpo striato, modulato in modo decisivo dalla dopamina, con effetti sulla capacità di apprendere dalle conseguenze, di interrompere routine inefficaci e di tollerare la dissonanza informativa. L’idea guida, nella lettura “materialista” dell’ideologia, consiste nel vedere l’indottrinamento in risonanza con la base genetica del circuito della ricompensa. In questa cornice, la corteccia prefrontale appare come polo della flessibilità e del controllo, mentre lo striato funge da polo della stabilizzazione dell’abitudine. Il passaggio realmente decisivo è l’incrocio dei due piani: Zmigrod afferma di aver trovato che i soggetti “più rigidi in assoluto” (p. 186) sono quelli con bassi livelli di dopamina prefrontale combinati con livelli elevati di dopamina striatale. Lo stile ideologico che ne deriva può sfavorire l’umiltà intellettuale e l’apertura al dubbio e nel contempo incentivare la dipendenza dal rituale e la chiusura dogmatica, con l’avvertenza che la ricerca empirica lavora sempre in termini probabilistici e disposizionali, non in termini di destino genetico individuale.

Uno degli aspetti più persuasivi del metodo di Zmigrod sta nell’uso di compiti cognitivi semplici per intercettare correlati misurabili di orientamenti ideologici complessi: il Wisconsin Card Sorting Test (WCST), con il suo cambio improvviso di regola (colore, forma, numero), diventa una lente sulla capacità di spostamento flessibile tra strategie. Qui la perseverazione non è un errore “banale”: è un segnale comportamentale di attrito con il mutamento, un indice del costo soggettivo e neurocognitivo del cambio di modello; la tesi, presentata con prudenza statistica, indica che maggior rigidità e maggiore perseverazione tendono a co-variare con forme più marcate di dogmatismo e con predisposizioni all’estremismo politico o religioso, lungo uno spettro in cui la radicalità condivide spesso tratti cognitivi comuni anche quando i contenuti dottrinali divergono. In termini civili, la cosa è spiacevolmente chiara: chi fatica a cambiare strategia in un compito astratto può risultare, in media, meno incline ad aggiornare convinzioni nel dibattito pubblico, perché la complessità viene vissuta come minaccia alla stabilità dell’identità cognitiva.

Accanto alla flessibilità reattiva, Zmigrod valorizza la flessibilità generativa, ossia la capacità di produrre alternative a partire da oggetti ordinari: l’Alternative Uses Test (AUT), con il suo invito a immaginare usi insoliti di un mattone o di una graffetta, misura scioltezza (numero di idee), elaborazione (ricchezza descrittiva), originalità (rarità statistica) e flessibilità (salti tra categorie concettuali). La posta in gioco è filosofica oltre che psicologica: la mente capace di generare alternative tende a costruire un rapporto meno proprietario con le proprie credenze, perché il possibile non viene percepito come assalto al reale; l’umiltà intellettuale, in questa prospettiva, appare come un risultato emergente di una cognizione che sa moltiplicare prospettive e gestire l’incertezza senza trasformarla in panico identitario.

Né può mancare la dimensione ambientale. Zmigrod sottolinea che stress, ansia e condizioni emotive possono alterare lo stile cognitivo; evoca, per esempio, evidenze sperimentali in cui la salienza della mortalità può rafforzare l’attaccamento a norme e valori familiari e produrre slittamenti politici (anche verso destra) in soggetti altrimenti moderati. Il significato teorico è chiaro: la rigidità non è solo un tratto “in dote”, ma anche uno stato che può essere indotto o amplificato, e quindi, in prospettiva, modulato.

Nella tradizione delle scienze sociali, lavori come quelli di Else Frenkel-Brunswik e Theodor Adorno sulla personalità autoritaria insistono sul nesso tra educazione rigida, intolleranza per l’ambiguità e preferenza per gerarchie morali e politiche semplici; Zmigrod innesta questo filone in un discorso che riporta al laboratorio. Una quota significativa di soggetti, negli esperimenti classici di obbedienza e conformismo, resiste agli ordini e alle pressioni di maggioranza, suggerendo differenze individuali nella resilienza cognitiva e nella capacità di sopportare dissonanza e isolamento. Anche i test sulle immagini ambigue (come la testa anatra-coniglio), in cui una figura può oscillare tra due letture, diventano metafora sperimentale di un fatto più generale: la mente incline al dogma preferisce spesso una categorizzazione stabile, anche se grezza, rispetto a una sospensione interpretativa che lascia spazio alla transizione e alla sfumatura; il rifiuto della fluidità categoriale diventa così un indizio precoce di ricerca di rifugio nel dogma come anestetico dell’ansia e allo stress.

La sintesi che si può trarre dal libro di Zmigrod è un monito poco consolante. L’indottrinamento agisce anche come riconfigurazione neurale, perché addestra l’organismo a ridurre l’errore non tramite conoscenza, bensì tramite stabilizzazione biochimica; il dogma funziona come pharmakon, perché agevola i compiti fondamentali di predizione e comunicazione del cervello, ovvero attenua l’incertezza e garantisce l’appartenenza, mentre erode la flessibilità, cioè la capacità di cambiare modello. Se la “firma” dell’estremismo tende a coincidere con l’egemonia dell’abitudine striatale (alta concentrazione di dopamina) a scapito della deliberazione prefrontale (bassa concentrazione di dopamina), allora l’antidoto non può essere soltanto moraleggiante: l’allenamento della flessibilità cognitiva diventa una strategia civica, una tecnologia educativa della tolleranza. La “cittadinanza del mondo” smette di essere una formula edificante e diventa una competenza neurocognitiva, ovvero la capacità di abitare la complessità, gestire la sorpresa, aggiornare modelli, accettare la provvisorietà e coltivare l’umiltà epistemica. Il cervello anti-ideologico — “una mente scevra di ogni ideologia” (p. 321) — è quello che accoglie il dubbio come condizione ordinaria della ricerca di verità e trasforma la propria materia nervosa in uno strumento di convivenza con il pluralismo, senza chiedere al mondo di semplificarsi per rendergli la vita più facile.