«La sua attività principale era odiare il genere umano. In quest’odio era implacabile. Avendo appurato che la vita umana è una cosa tremenda e avendo notato il sovrapporsi delle calamità – i re sopra il popolo, la guerra sui re, la peste sulla guerra, la carestia sulla peste, l’imbecillità al di sopra di tutto –, avendo rilevato una certa quantità di castigo nel solo fatto di esistere, avendo riconosciuto che la morte è una liberazione, quando gli portavano un ammalato, lui lo guariva. Aveva cordiali e pozioni per prolungare la vita ai vecchi. Rimetteva in sesto gli storpi buttando lì il seguente sarcasmo: “Eccoti di nuovo in gamba. Possa tu camminare ancora parecchio in questa valle di lacrime!”. Quando vedeva un povero sul punto di morire di fame, gli dava tutti i quattrini che aveva addosso bofonchiando: “Vivi, miserabile! Mangia! Conservati a lungo! Non sarò certo io ad abbreviarti la galera”. Dopo di che, si fregava le mani dicendo: “Faccio agli uomini tutto il male che posso”» [Victor Hugo, L’uomo che ride (1869), Mondadori 1999, I.I.IV]
Mi tornava in mente questo passo mirabile di Hugo mentre leggevo Lezioni sull’odio di Michela Murgia (1972-2023), appena pubblicato da Einaudi. Si tratta del testo di tre lezioni tenute all’Università di Aristan nel 2012, nelle quali la scrittrice recentemente scomparsa si assumeva il compito scomodo e difficile di riabilitare il sentimento dell’odio. Com’è possibile?
L’odio, nel perimetro asfittico della sensibilità contemporanea, permane come l’unico tabù autentico, una terra incognita e rimossa la cui forza sotterranea sopravvive con un’intensità ben superiore a quella del sesso o della morte. Viviamo immersi in una stratificazione ontologica del sentimento che è stata sistematicamente amputata da una visione edulcorata, quasi infantile, di un cristianesimo di ritorno, funzionale esclusivamente alle logiche di un consumismo che esige soggetti emotivamente levigati. In questo scenario, l’odio viene marchiato come disumano, esiliato nei bassifondi di un vocabolario che preferisce l’eufemismo alla verità. Eppure, negare la pulsione negativa non equivale affatto a estinguerla; al contrario, come suggerisce Murgia nella sua radicale decostruzione fenomenologica, tale rimozione costituisce un’amputazione dell’anima che prepara la strada alla catastrofe. Chi afferma di non odiare mai, chi abrade con perizia il numero seriale della propria aggressività per presentarsi immacolato al tribunale del senso comune, detiene in realtà un’arma carica senza averla dichiarata. L’odio, dunque, non deve essere inteso come una deviazione patologica, bensì come un sentimento nobile oggetto di un ingiusto pregiudizio, una disciplina del cervello che, se correttamente organizzata, si configura come un atto di suprema onestà intellettuale e di resistenza civile.
Questa dialettica positiva trova una sorta di radice archetipica — pur nelle notevoli differenze — nella misantropia di Ursus, il saltimbanco girovago che domina le pagine iniziali de L’uomo che ride. Egli non è mai citato da Murgia, la quale tuttavia, in apertura della seconda lezione, incoraggia involontariamente il problematico accostamento: «Di contraddizioni ce ne sono diverse nella nostra disciplina d’altronde, come in ogni approccio filosofico e culturale ai sentimenti umani. L’importante non è risolverle, ma metterci il dito dentro, come in una ferita da guarire (o su cui infierire)». Sull’insegna del carrozzone di Ursus (a sua volta una contraddizione vivente: è un uomo che si autochiama Ursus e va in giro con un amico lupo che chiama Homo), scarabocchiata con il carboncino, campeggia la firma di un’identità fiera: “Ursus, Filosofo”. La sua attività principale, esercitata con una costanza implacabile, è odiare il genere umano, ma si tratta di un odio nato dalla lucidità e non dal livore cieco. Ursus ha appurato che la vita è una cosa tremenda, un cumulo di calamità sovrapposte che egli gerarchizza con precisione chirurgica. In questo cosmo di sofferenza, egli riconosce nel solo fatto di esistere una quantità di castigo tale da considerare la morte una liberazione e la vita una galera. Tuttavia, il paradosso di Ursus risiede nel fatto che la sua filantropia scaturisce direttamente e dialetticamente, in un circolo virtuoso assurdo, dalla sua stessa misantropia. Il brano delinea infatti un paradosso etico radicale, perché l’odio implacabile di Ursus verso il genere umano si traduce in un altruismo punitivo, senza mai passare per la violenza. Per lui, dunque, l’atto di guarire un malato o sfamare un bisognoso diventa un gesto di misantropia operativa: egli offre cure e denari non per pietà, ma per prolungare — nelle sue intenzioni sadiche — la pena dei suoi simili. Ricacciando gli uomini nella valle di lacrime e impedendo loro di accedere precocemente al sollievo della fine, Ursus afferma con amara ironia di fare loro tutto il male possibile, che tuttavia, per gli sventurati, coincide con il bene supremo.
Non è dunque nel vuoto della contemporaneità che sorge l’istanza di una riabilitazione del negativo, ma in quel solco già tracciato dalla misantropia operativa di Hugo, che Michela Murgia eleva a struttura etica collettiva attraverso il concetto di odio organizzato. Per Murgia, è fondamentale distinguere tra la rabbia canina — quell’impulso bestiale e improduttivo che consuma le energie in un latrato sterile — e l’odio come disciplina del cervello. L’odio autentico è un esercizio di intelligenza relazionale che si assume la responsabilità del proprio giudizio sul mondo. In questo senso, la cultura sarda offre uno strumento caratteristico: su frastimu, la maledizione. Lungi dall’essere un’espressione di barbarie, il frastimo è un’arte nobilissima che radicalizza il verbo per rendere superflua la violenza fisica. Maledire un figlio augurandogli di essere ritrovato “unfrau”, gonfio e livido, cioè morto male, o di essere “pillu a pillu” divorato dalle formiche, non è un atto di crudeltà reale, ma una lezione pedagogica brutale che proietta l’angoscia del pericolo per esorcizzarlo. Verbalizzare l’odio attraverso il frastimo significa stabilire un certificato di intimità: io ti maledico perché la nostra relazione è così densa da sopportare il peso della mia avversione.
Non a caso, dice Murgia nella prima lezione, nel celebre articolo Odio gli indifferenti (1917) di Gramsci, l’odio è una virtù luminosissima. È l’odio degli oppressi verso gli oppressori, di chi non accetta che la discriminazione sia derubricata a opinione o che l’indifferenza sia spacciata per moderazione. È un atto che — per riprendere Paolo di Tarso (Rom., 12.20) che verrà discusso nella terza lezione — accumula “carboni ardenti” sul capo del nemico: fare il bene come forma suprema di aggressione tattica, costringendo l’altro a misurarsi con l’altezza morale del nostro disprezzo. Un aspetto fondamentale sottolineato da Murgia è la chiarezza terminologica di Gramsci. Egli non usa giri di parole o sinonimi “di gomma” (come antipatia o disaccordo), ma dichiara esplicitamente: «Odio gli indifferenti». Questo approccio rappresenta, per l’autrice, il rapporto consapevolmente maturo con l’odio: chi lo prova non si nasconde dietro il tabù sociale, ma lo rivendica come un atto relazionale e politico
In questa prospettiva, sostiene ancora Murgia, l’amore appare spesso come un sentimento ben più pericoloso e vorace, una forza che giustifica ossessioni materne castranti o delitti passionali che godono di un’indulgenza sociale incomprensibile. L’odio, invece, possiede una sgradevole ma necessaria onestà: esso si assume la piena responsabilità del proprio giudizio sul reale. Grazia Deledda, premio Nobel per la letteratura (1926), nel mettere in pratica il precetto nuorese “Mantene s’odiu, ca s’occasione no mancat”, ha dimostrato come la pazienza dell’odio possa trasformarsi in una vittoria letteraria e civile. Vendere la casa paterna a Nuoro non fu solo un gesto economico, ma un atto di odio intelligente: la cancellazione di un passato che non l’aveva compresa per costruire un monumento imperituro al proprio genio. Deledda ha mantenuto l’odio finché l’occasione di giustizia non è arrivata, dimostrando che l’odio è il custode della memoria del torto subito, un argine contro l’oblio che l’amore, nella sua fretta di perdonare, tende troppo spesso a incoraggiare. È l’odio che, distinguendo con precisione tra chi prevarica e chi è prevaricato, impedisce la deriva verso una neutralità morale che è solo complicità con l’ingiustizia.
L’odio, se ben abitato e gestito, emerge dunque come il vero guardiano dell’essere umano contro la mediocrità del “volersi bene” a tutti i costi. È, questa parola postuma di Murgia, una lezione di stile che rifiuta la volgarità dell’insulto banale e preferisce la precisione della maledizione creativa o dell’azione risolutiva. Non si contrappone all’amore ma ne costituisce il completamento necessario in una visione del mondo che non voglia essere né cieca né rassegnata alla follia di chi, negando i propri demoni, finisce per esserne dominato. Dobbiamo avere il coraggio di mantenere l’odio, di chiamarlo per nome, di organizzarlo virtuosamente affinché l’occasione di giustizia non manchi. Solo così la nostra intelligenza potrà restare vigile di fronte alle deformità del reale, rifiutando la mutilazione di un’anima che ha bisogno di tutto il suo spettro emotivo per dirsi autenticamente libera.







