«Vi assicuro che finché godrò della salute e di libertà, nulla potrà tenermi lontano dalla lettura dei buoni libri: l’unico piacere che considero perfetto. Infatti, sebbene io ami una grande quantità di altri piaceri naturali per l’uomo e sebbene indulga con temperanza a tutti quelli che sono legittimi, pur tuttavia debbo convenire con l’esperienza comune che in ciascuno di essi c’è sempre, o nell’attesa, o nel godimento, o nelle conseguenze, una mescolanza di dolore. Viceversa, nell’intrattenersi su di un libro gradevole, il lettore gode di una soddisfazione completa, del tutto priva di fastidiose complicazioni; nulla ricordando del passato, senza nessuna preoccupazione per il futuro, insomma interamente preso dalla sua felicità attuale» (John Toland, Lettere a Serena, Laterza 1977, Prefazione, 3, p. 5).

Nel 1704 John Toland apriva le cinque Lettere a Serena con una Prefazione in forma di ulteriore lettera indirizzata a un gentiluomo londinese. La mossa retorica è significativa, perché l’autore irlandese, presente alla corte prussiana come rappresentante diplomatico, non si limita a offrire un’introduzione convenzionale ma costruisce una dichiarazione d’identità intellettuale. In un ambiente brillante, fitto di relazioni, conversazioni (vi poteva incontrare pure Leibniz) e occasioni mondane, egli avverte l’esigenza di spiegare perché continui a dedicarsi con costanza allo studio. La sua tesi è che la lettura e la ricerca costituiscono il piacere più stabile e più puro a cui l’essere umano possa accedere.

La sua descrizione dell’esperienza di lettura possiede una sorprendente precisione. Il lettore assorbito in un libro coinvolgente dimentica il passato, non si lascia inquietare dal futuro, vive interamente nel presente della comprensione. Toland coglie qui una struttura temporale dell’attenzione: la lettura come sospensione dell’oscillazione tra memoria e anticipazione. In termini contemporanei, si potrebbe parlare di focalizzazione prolungata e di regolazione attentiva. La mente impegnata in un testo complesso coordina memoria di lavoro, inferenze semantiche e integrazione di informazioni distribuite lungo la sequenza discorsiva. È un’attività che richiede continuità e che produce un senso di coerenza interna.

In un’epoca caratterizzata dalla moltiplicazione degli stimoli e dalla frammentazione dell’esperienza, questa intuizione assume un rilievo particolare. Mentre la cultura digitale ha reso l’attenzione una risorsa contesa e continuamente sollecitata, la lettura profonda rappresenta invece una pratica che contrasta la dispersione, perché richiede stabilità e durata. Le evidenze empiriche sostengono questa differenza di regime cognitivo. La meta-analisi di Delgado, Vargas, Ackerman e Salmerón (2018) ha evidenziato un vantaggio medio della lettura su carta rispetto allo schermo per la comprensione di testi espositivi, specialmente quando il compito implica integrazione concettuale. Singer e Alexander (2017) hanno mostrato come il supporto di lettura influenzi le strategie cognitive e la calibrazione metacognitiva, con tendenze a sovrastimare la propria comprensione in ambiente digitale. Il documento noto come “Stavanger Declaration Concerning the Future of Reading” (COST E-READ, 2019) sintetizza proprio questo punto in forma prudente e operativa: nella lettura di testi informativi lunghi la comprensione tende a risultare più solida se su carta, mentre i cosiddetti “nativi digitali” non mostrano automaticamente un vantaggio compensativo. Non è una condanna del digitale, sia chiaro, ma un invito a pensare la lettura come pluralità di modalità, ciascuna con costi cognitivi e benefici diversi, e a insegnare strategie invece di dare per scontata la competenza.

L’attenzione sostenuta, infatti, non è soltanto una competenza tecnica. Essa implica un atteggiamento etico nei confronti del sapere. Subito dopo il passo sopra riportato, Toland parla della “conoscenza” (knowledge) come “ornamento e perfezione della nostra natura” (ornament and perfection of our nature). La formula appartiene al lessico illuministico, ma può essere riletta alla luce della neuroplasticità. Una revisione sistematica recente (Pınar, 2025) ha documentato la relazione tra sviluppo della competenza di lettura e modificazioni nella sostanza bianca cerebrale, evidenziando cambiamenti nelle connessioni coinvolte nell’integrazione visuo-verbale. L’apprendimento e la pratica della lettura si intrecciano con trasformazioni strutturali misurabili, per cui la perfezione evocata da Toland trova qui un riscontro empirico nella riorganizzazione delle reti neurali.

La ricerca si è occupata anche delle possibili ricadute delle letture di narrativa sulla cognizione sociale. Meta-analisi di Wimmer e Ferguson (2024) hanno rilevato associazioni modeste ma significative tra esposizione alla narrativa e alcune componenti della cognizione sociale. Studi recenti indicano che l’impatto dipende dal tipo di testo e dal livello di coinvolgimento (Fekete et al., 2023; Eekhof et al., 2024). L’immersione in trame e personaggi può esercitare la capacità di simulare stati mentali altrui (la cosiddetta teoria della mente) e di articolare prospettive multiple. L’effetto non è uniforme, ma suggerisce che la lettura costituisca un laboratorio cognitivo articolato.

La dimensione motivazionale è altrettanto rilevante. Toland riconosce la legittimità dei piaceri mondani, ma osserva che essi recano con sé inquietudini e alternanze emotive. La lettura appare invece come attività auto-finalizzata, ovvero come fonte di gratificazione intrinseca. Nel contesto educativo contemporaneo, spesso orientato verso indicatori esterni di successo, questa prospettiva richiama l’importanza del piacere cognitivo della comprensione. La soddisfazione che nasce dall’organizzazione coerente del senso non dipende da ricompense esterne immediate, ma dalla chiarezza che emerge dal lavoro interpretativo.

In questo orizzonte non pare peregrino richiamare la bella citazione latina che Umberto Eco inserì alla fine della premessa a Il nome della rosa: “In omnibus requiem quaesivi, et nusquam inveni nisi in angulo cum libro”. La frase viene attribuita da Eco al “grande imitatore da Kempis”, con riferimento dunque a Tommaso da Kempis (1380 ca.-1471) e alla Imitatio Christi, una celebre opera devozionale medievale di cui Tommaso è però solo il presunto autore. Anche se è facile verificare che la frase non compare nel testo di tale opera, è tuttavia chiaro che essa riassume bene il contenuto del capitolo XX del primo libro, intitolato “L’amore della solitudine e del silenzio”, dove in apertura per esempio si legge: «Datti un tempo opportuno per occuparti di te stesso, e rifletti frequentemente sui doni che Dio ti ha elargito. Non farti distrarre dalle curiosità, e scegli per le tue letture quegli argomenti che ti consentano una reale conoscenza della tua coscienza, trascurando quelli che ti farebbero solo buttare via delle ore. Se ti terrai distante dal chiacchiericcio superfluo, dal ciondolare ozioso, dalla frenesia di venire a sapere delle ultime novità e di pettegolezzi vari, non sarà arduo per te trovare il tempo giusto e sufficiente per dedicarti a serie meditazioni» (tr. it. Garzanti 2015).

La tradizione ha pertanto associato la frase al nome di Tommaso, ma le ricerche storiche indicano che essa deriva da una circolazione iconografica successiva. Alcuni ritratti incisi del religioso recavano il motto latino che esprimeva l’idea di aver cercato pace ovunque e di averla trovata solo in un angolo con un libro. Circolava anche una versione fiamminga della parte finale della frase: “in een hoecksken met een boecksken” anziché “in angulo cum libro” (si veda l’immagine qui allegata, la cui fonte è qui: https://journals.openedition.org/estampe/286?utm_source=chatgpt.com). La forza simbolica dell’immagine ha favorito così l’attribuzione retrospettiva al testo medievale e quindi a Tommaso da Kempis.

Questo slittamento tra testo e tradizione non diminuisce la forza dell’immagine. L’angolo con un libro rappresenta uno spazio mentale di raccoglimento. Eco, inserendo la citazione nella cornice del suo romanzo, richiama un ideale di solitudine operosa e di immersione nella parola scritta. Letta accanto a Toland, la frase assume una valenza ulteriore: l’angolo non significa fuga dal mondo ma costruzione di un ambiente cognitivo protetto. In tale spazio il tempo si ricompone, l’attenzione si concentra e la mente articola connessioni complesse.

L’inattualità di Toland consiste nella fiducia accordata alla densità dell’esperienza intellettuale. Scrivendo da una corte straniera, egli individua nella continuità dello studio una forma di libertà interiore. Oggi la dispersione è tecnologicamente mediata e costante. Difendere tempi e spazi di lettura concentrata implica una scelta culturale consapevole. Le evidenze scientifiche forniscono elementi per riconoscere che la lettura prolungata esercita funzioni cognitive complesse, contribuisce allo sviluppo di reti neurali e può associarsi a competenze sociali articolate.

Questa chiosa al passo di Toland, integrata con la vicenda della citazione attribuita a Tommaso da Kempis, intende suggerire che l’angolo con un libro potrebbe rappresentare un dispositivo cognitivo e simbolico. La pace evocata dalla formula latina coincide con la continuità dell’attenzione e con la gioia della comprensione. In un contesto culturale che privilegia l’intermittenza e la rapidità, la difesa di questa continuità assume valore formativo e civile, sicché la lettura diviene non soltanto una pratica individuale, ma una scelta culturale che incide sulla qualità del pensiero e sulla struttura stessa dell’esperienza.